Potenza: extra-comunitari costretti a lavorare in condizioni disumane, in manette 4 italiani

POTENZA – La Polizia di Stato di Potenza, coordinata dalla Procura della Repubblica, ha arrestato 4 persone ritenute responsabili dei reati di intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro in particolare di numerosissimi lavoratori extra-comunitari costretti a lavorare ln condizioni disumane.

L’indagine condotta dai poliziotti della squadra mobile si è sviluppata per un lungo periodo e ha permesso di accertare l’esistenza del fenomeno del c.d. “caporalato” anche nella provincia di Potenza, e, in particolare nell’area nord della provincia, in cui l’attività agricola è particolarmente sviluppata specie nei settori della produzione del pomodoro e nella viticoltura.

Le indagini hanno permesso di accertare che, oltre alle condotte di sfruttamento del lavoro e del suo utilizzo in condizioni degradanti, venivano anche “vendute” (per una cifra non accertata) dai datori di lavoro italiani ad alcuni lavoratori extra-comunitari, delle compiacenti dichiarazioni in cui veniva falsamente attestato che il lavoratore extracomunitario usufruiva di alloggio stabile in fabbricato appartenente agli indagati. Il tutto per consentire ai lavoratori di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno.

L’associazione operava nei comuni di Lavello, Venosa, Montemilone, Maschito, Palazzo San Gervasio e Banzi, tutti centri interessati dalla raccolta del pomodoro e dell’uva, che viene svolta, oramai, per lo più, da parte di cittadini extracomunitari di origine magrebina e dell’Africa subshariana.

Questi ultimi erano tutti alloggiati in una vera e propria bidonville allestita nelle vicinanze di un edificio meglio conosciuto come “casa gialla”, in cui venivano ricoverati i furgoni utilizzati per condurre, dietro remunerazione, i braccianti a lavoro nei vari campi della zona.

Dalle indagini svolte nel corso del tempo è emerso che nella suddetta bidonville sono state accampate fino a 200 persone impiegate nella raccolta stagionale degli ortaggi e della frutta. Pertanto, l’edificio, stabilmente utilizzato come luogo di in cui venivano consumati i reati per cui si procede, è stato sottoposto a sequestro preventivo ai fini della successiva confisca. Risultava, infatti, che la struttura, era utilizzata come vero e proprio supporto logistico della bidonville, in quanto dalla “casa gialla” partivano le derivazioni per la fornitura di luce e acqua alla tendopoli e dalla casa gialla veniva smistato il “personale” da impiegare al servizio dei diversi imprenditori agricoli che ne facevano richiesta.

L’immobile, in questione, dunque, era completamente asservito alle illecite finalità di sfruttamento dei braccianti, che qui si recavano per ricevere, dietro pagamento, acqua potabile, cibo e energia elettrica per poter ricaricare i propri telefoni (50 centesimi al giorno a fronte di una paga oraria irrisoria).

La complessa indagine svolta trae origine da un controllo effettuato dalla Squadra Mobile di Potenza nell’agosto del 2017 nel corso del quale fu arrestato uno degli attuali indagati proprio per il reato di sfruttamento del lavoro, mentre trasportava a bordo del suo autoveicolo braccianti destinati.

Nel corso di quelle indagini veniva rinvenuto un foglio contenente un elenco di ben 91 nominativi di cittadini italiani e stranieri, con a fianco riportate delle cifre messe in colonna sotto la scritta “bins”, ossia cassoni.

Da quel momento le indagini si sono sviluppate per verificare l’abitualità della condotta e per individuare la struttura organizzata che, evidentemente, operava alle spalle dell’arrestato. Le pazienti e laboriose indagini hanno così permesso di esplorare il mondo dei bracciantato agricolo che opera nell’alto potentino e di far luce su di un articolato sistema di sfruttamento della manodopera straniera (e in parte italiana) in occasione dei periodi di raccolta del pomodoro e dell’uva, che ha coinvolto una quantità considerevole di lavoratori, vulnerabili in quanto in evidente stato di bisogno, sfruttata al fine di ottenere forza-lavoro a basso costo e guadagni sempre maggiori, che aveva la sua base nella predetta “casa gialla” e nella limitrofa bidonville.

Le persone erano alloggiate all’interno di ruderi fatiscenti privi di alcun tipo di servizio, illecitamente venivano “reclutati” su strada da intermediari senza scrupoli pronti ad esigere del denaro per il loro trasporto, sostentamento e per qualsiasi altro servizio C.d. collaterale (come detto, ad esempio, per la somministrazione di acqua o di energia elettrica), venivano illecitamente pagati quasi sempre non a tariffa oraria come previsto dai contratti collettivi di lavoro e dalla legge, ma a cottimo, per pochi euro per ogni “bins” da tre quintali, riempito con il prodotto raccolto e, laddove pagati a tariffa oraria, la stessa era di oltre il 30% inferiore rispetto a quella sindacale (senza contare l’assenza di qualsiasi emolumento previdenziale e assistenziale e senza contare che parte del guadagno andava ai caporali)

Le indagini sono tuttora in corso.

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