Polizia: aumentano i suicidi e il ministero nega

auto_poliziaIl PSD si fa garante dei problemi degli operatori Sicurezza e Difesa. Roma, 3 mag ( di Massimo LABOLLITA*) – Ebbene si, siamo ancora più soli. Dopo la cronica crisi di uomini, risorse e mezzi, è questo il primo pensiero che mi è venuto in mente dopo aver letto la risposta del Ministero dell’Interno alla domanda del COISP
, sindacato di Polizia, sul fenomeno dei suicidi in Polizia. Si legge testualmente “ come il fenomeno non sia riconducibile a problematiche di disagio lavorativo”, un’altra volta si nega l’evidenza.
L’incredulità mi colpisce perché leggo questa risposta il giorno dopo aver appreso la notizia della tragica scomparsa del Comandante della Polizia Stradale di Mantova, avvenuta come il solito con la pistola di ordinanza in caserma. Si pensa forse che ciò colpisca solo i dipendenti di rango inferiore come studiato nel cosiddetto burn-out, anche dal Ministero della Giustizia, e come spesso il collega ribadisce.
Il fenomeno riguarda sedi di servizio del nord così come del sud (sedi del sud Italia sono state interessate in 1 caso su 2 nel 2006, 3 casi su 7 nel 2007, 1 caso su 4 nel 2008); i suicidi non sempre si consumano mediante ricorso alla pistola d’ordinanza, pur essendo questa lo strumento più agevole per la realizzazione dello sconsiderato proposito; in numerosi casi i suicidi risultano indotti da problemi finanziari, sentimentali, dolore per la perdita di un familiare, preoccupazione per una diagnosi maligna, che si sommano alle situazioni di stress che accumuliamo giorno per giorno. Sembrerebbe potersi dunque concludere che i suicidi di personale della Polizia Penitenziaria sono espressione di una situazione di disagio, che però, pur presentando connotazioni certamente particolari in varia misura dipendenti dalla specificità dei compiti d’istituto assegnati a questo Corpo (delle quali innanzi più diffusamente si dirà), è comune alle altre Forze di Polizia; un disagio peraltro di origine prevalentemente personale, sociale, più che connesso a problematiche organizzative o comunque in stretto rapporto con il servizio (nota Ministero della Giustizia).
Secondo la più accreditata cultura scientifica il burn out, che è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto (helping profession), qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Maslach e Leiter (2000) hanno perfezionato le componenti della sindrome attraverso tre dimensioni: deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro, deterioramento delle emozioni originariamente associati al lavoro ed un problema di adattamento tra persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo ed esprime una non riuscita relazione operatore- ambiente di lavoro. E’ tipico delle professioni di aiuto e si manifesta con la perdita delle crescenti energie necessarie  per recuperare i1 giusto rapporto di equilibrio tra domanda e offerta delle proprie prestazioni. Dove vi sono alti carichi di lavoro,scarsa autonomia decisionale, poca meritocrazia in merito alle competenze e conoscenze,pochi contatti sociali con persone estranee al proprio ambito,rischi per salute e sicurezza con l’aggiunta di una paga inadeguata i sintomi emergono più velocemente.
poliziotto-stradaleBenché la cultura istituzionale sia restia a riconoscere il bum out come patologia e a corto di risposte sul piano del trattamento, non sembra potersi ulteriormente dubitare che la presenza di molti degli enunciati fattori nel lavoro penitenziario, ne renda elevato il rischio. Sintomi inequivocabili ne sono le pressanti richieste di turn over; l’alto tasso di assenteismo, specie in alcune realtà; taluni ricorrenti e significativi sintomi psicosomatici rilevati diffusamente tra il personale del Corpo (disturbi cardiovascolari, ipertensione; aumento degli ormoni dello stress). Non a caso del resto di tale problematica si discute nella nostra Amministrazione da almeno dieci anni, senza peraltro che a ciò abbiano mai fatto seguito iniziative decise, stabilmente mirate alla realizzazione di un piano di contrasto. Di fronte all’allarmante dimensione che il fenomeno sta assumendo, però oggi ogni ulteriore tentennamento non sarebbe facilmente giustificabile.
L’assenza d’interesse del Ministero dell’Interno verso una problematica che Graziano Lori (Laureato in Sociologia e in Scienze Criminologiche per la Sicurezza, Da alcuni anni si occupa del disagio professionale e dello stress lavoro correlato relativo all’attività professionale degli operatori di polizia) ha giustamente contribuito a rendere pubblica con articoli e studi espressi anche attraverso il portale Cerchio Blu, che si occupa delle situazioni di stress nei lavori d’emergenza. Lori, insiste nell’affermare che è giunta l’ora di affrontare seriamente il problema. Prima di sfociare nei casi più drammatici, che colpiscono mediamente 20 casi ogni anno nei Carabinieri, su un organico di circa 1 18.000 unita; poco più di 7 casi ogni anno nella G.d.F. su un organico di circa 68.000 unità, poco più di 10 casi all’anno nella Polizia di Stato su un organico di 110.000 unità in aumento (fonte Ministero della Giustizia) ,i cittadini in divisa sono  caricati da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona aiutata o da proteggere e diventa una delle principali cause di morte dato che sommando i vari corpi di Polizia  arriva a circa 50 morti all’anno.
Si ha da parte del dipendente un senso di frustrazione. E’ di pochi giorni fa la lettera di dimissioni di un agente di Polizia umiliato dal fatto che tutti gli sforzi fatti per compiere il bene della collettività vengano sempre disillusi dalla magistratura e dal governo che non riesce a dimostrare fattivamente la grande importanza che hanno le FF.OO. in questo paese.
Il poliziotto,così come il Carabiniere o il Finanziere, ha un ruolo attivo nella società, è visto come persona integra ed imperturbabile capace di sostenere sulle proprie spalle tutte le problematiche della popolazione. Un poliziotto della Stradale quando interviene per gestire un incidente sa già in cuor suo cosa lo attende, se il sinistro è con esito mortale ha già rimosso il “cuore” e attaccato il “robot”. Non è questione di cinismo ma di sopravvivenza, negli anni passati alla Stradale ho visto colleghi arrivare e chiedere il trasferimento dopo aver assistito ai primi incidenti, il cinismo che a volte mi rimprovera anche mia moglie è la mia barriera contro il dolore e non oso pensare al fatto che, se nella barriera si aprisse una crepa, non sarei più protetto. Arrivare a casa a notte fonda e vedere i figli dormire tranquilli, dopo magari aver visto bambini della stessa età riversi su strada privi di vita o con attaccati diversi tubi, rinforza la mia protezione, ma se non ci fosse una famiglia a sostegno del mio dolore?  Il riassunto di quanto ho cercato di esprimere è ben espresso nel libro del mio collega Antonio Savoldi “La folle corsa”(Marco serra Tarantola editore), che tante volte ho citato durante i convegni nelle scuole con i ragazzi affrontando il tema delle “stragi del sabato sera”, con il resoconto di quello che si deve fare all’arrivo sull’incidente fino al triste epilogo della comunicazione della morte di una ragazzina ai genitori. Parlo di ciò che capita quando si rilevano gli incidenti perché è la mia quotidianità, sono sicuro che lo stesso capita dopo un intervento su una rapina o un omicidio. Sebbene solitamente l’operatore in emergenza,sia esso poliziotto carabiniere vigile del fuoco o medico del 118, sviluppi una soglia di tolleranza elevata nei confronti di situazioni che, occasionalmente o cronicamente, possono mettere a repentaglio il suo equilibrio psicologico,  il rischio di essere seriamente coinvolto nelle esperienze traumatiche delle persone che soccorre (traumatizzazione vicaria) deve essere tenuto in seria considerazione.
poliziotti4L’angoscia che si prova in queste situazioni è molto forte e si accumula, è raro che l’operatore delle FF.OO. si sfoghi con mogli o mariti, per non coinvolgere i propri affetti nello schifo quotidiano che ci tocca vedere. La propria forza può anche vacillare se non si trova una valvola di sfogo, che ci si auspica trovare in gruppi di ascolto anonimi e viene in questo periodo di forte crisi economica aumentato. Sempre per rimanere nel mio specifico ambito mi tocca sempre più “litigare” con gli utenti stressati dalla fretta e dalla morsa economica e questo fa si che la gente veda in me un aguzzino che tocca il portafogli, così non è , ma è il mio lavoro garantire l’ordine e la sicurezza pubblica anche elevando contravvenzioni. Gli insulti che ci sentiamo rivolgere, per strada o allo stadio e nelle piazze ci feriscono e si accumulano in noi. Anche gli operatori della sicurezza e della difesa sono colpiti dalla crisi, con l’aggravante di fare un lavoro che necessita dell’unicità e dell’abnegazione, si fanno straordinari sapendo che non verranno pagati, si mettono propri soldi togliendoli alla famiglia per far funzionare stampanti e comprare carta, e questo non viene mai riconosciuto dall’opinione pubblica e dal Governo che propone scandalosi aumenti di 15/20 euro lordi mensili.
Tra colleghi è molto difficile riuscire a sfogarsi, perché non si vuole ascoltare il disagio altrui che potrebbe farci pensare al proprio, e nelle amministrazioni non ci sono delle strutture adeguate che permettono una semplice “chiacchierata” senza rischiare di perdere “pistola e tesserino” e con essi lo stipendio o parte di esso. Non è necessariamente un depresso chi vuole parlare con un professionista, ma è utile poterlo fare, in maniera anonima e professionale.
«Il fenomeno è nascosto, non ne parla nessuno perché siamo impreparati a questi drammi all’interno delle forze dell’ordine – spiega Maccari, Segretario Generale del sindacato di Polizia COISP – Eppure dal 27 aprile si contano addirittura tre casi(poi aumentati con la morte dell’agente Fortunato ndr). Il primo è l’agente Antonio Veneziano, in servizio a Palermo: dopo aver scritto una lettera ai familiari si è sparato alla testa nella sua casa di Ragusa. Aveva solo 25 anni, era del 61° corso e assegnato a Palermo da meno di un anno. E il primo maggio è stato trovato morto nella propria auto, a Napoli, un collega di 35 anni. I vertici locali non hanno voluto rendere note le generalità, ma non c’è dubbio che si tratti di un suicidio con la pistola d’ordinanza». Per ultima la collega allo stadio di Treviso.
Lo stesso sindacato di polizia si è occupato degli atti autolesionisti fra le forze dell’ordine. Il maggior numero di episodi colpisce gli agenti penitenziari: da uno studio dell’istituto universitario di Psicologia e Criminologia di Milano, emerge che «fra le forze di polizia l’incidenza dei suicidi con armi di ordinanza è superiore alla media della popolazione nazionale anche nel confronto con le altre categorie di addetti a servizi armati, sia nazionali che esteri». Un dato da non sottovalutare che l’episodio di Treviso ( dove una collega ha cercato di togliersi la vita allo Stadio) dovrebbe portare all’attenzione dei vertici della Polizia.
poliziottiUno studio comparativo tra la popolazione generale ed il personale della Polizia di Stato relativo ai casi di suicidio verificatisi negli ultimi 6 anni ha consentito di rilevare nel nostro campione un’oscillazione di poco inferiore (nel 1995) e di poco superiore (nel 1997) ai valori della media nazionale. Su un totale di 77 casi di suicidio di personale della Polizia di Stato, relativi agli ultimi 6 anni, solo 7 erano stati segnalati per problematiche di tipo psichiatrico.
Il mio amico e collega Alessandro Nanni, delegato nazionale del PSD per la Polizia di Stato, ha cercato già di proporre un confronto, su questo importantissimo tema con le Istituzioni, attraverso una interrogazione parlamentare che menziona: ” Il  suicidio di un Assistente Capo di Orvieto, costituisce l’ultimo di una lunga serie di episodi simili che si sono verificati tra gli appartenenti alle forze di Polizia negli ultimi anni, pertanto risulta quanto mai indispensabile determinare i contorni del fenomeno (quanti i casi accertati, quali le cause, quali gli interventi in favore degli effettivi tutt’ora in servizio ritenuti “a rischio”). Se i Ministri interrogati non ritengano doveroso istituire apposite commissioni d’indagine ministeriale e  gruppi di lavoro per effettuare uno studio specifico sui possibili casi di disagio fra il personale delle Forze di Polizia e le possibili soluzioni per risolverli; se tali commissioni e gruppi di lavoro sono stati istituiti, in quale data e quali i risultati sinora conseguiti dalla loro attività. Se e in quale modo i Ministri interrogati intendano adottare gli opportuni provvedimenti volti a scongiurare successivi episodi come quello suindicato, che ha visto il coinvolgimento di un operatore delle Forze dell’Ordine.”
Date queste considerazioni, il PSD, Partito per gli Operatori Sicurezza e Difesa, si fa carico a nome e per conto dei propri iscritti e degli operatori della Sicurezza e della Difesa tutti, di chiedere ai Ministeri Competenti di formare apposite convenzioni con le ASL nazionali per la creazione di gruppi di ascolto specifiche per le problematiche di burn out, che indica la fase di esaurimento emozionale che coinvolge gli operatori in situazioni di emergenza, e di “sindrome post traumatica da stress”.  Nella fattispecie la segreteria regionale della Lombardia ha già preso contatti con l’ASL di Bergamo e sta commissionando una ricerca sulle cause che possono portare a questi drammatici eventi, con un questionario che sarà distribuito via mail nella maniera più anonima possibile e la richiesta di distribuirla agli uffici studi dei Ministeri perché si possano raccogliere più dati possibili al fine di arginare il fenomeno, che riguarda gli Operatori della sicurezza in primis ma anche la Popolazione.ico_commentiCommenta

*Dott. Massimo LABOLLITA
Icon_External_LinkSegretario regionale Lombardia PSD
Consigliere regionale COISP,commissione sicurezza stradale
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