Catania, la mafia e la truffa dei falsi braccianti agricoli: 17 arresti. Anche un dipendente Inps [VIDEO]

Catania_truffa_InpsCatania, 29 mar – I finanzieri del Comando Provinciale di Catania, su delega della Procura locale, hanno dato esecuzione questa mattina a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari di Catania nei confronti di 17 persone.

I fermati sono indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa a danno dello Stato per il conseguimento di indebite indennità di disoccupazione agricola e corruzione. Alcuni dei fatti contestati sarebbero aggravati dal “metodo mafioso”.

L’indagine, nota come “Podere Mafioso”, vede più di 20 indagati, circa 500 “falsi braccianti agricoli” e almeno una decina di aziende “fantasma”, «create unicamente allo scopo di appropriarsi illecitamente di contributi pubblici per quasi un milione e mezzo di euro», spiega la Procura in una nota.

L’attività investigativa, svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Catania dalla fine del 2014 a dicembre del 2016, avrebbe consentito di smascherare un collaudato circuito criminale.

Un’organizzazione che avrebbe visto quali promotori – evidenzia sempre la Procura nel comunicato – «Leonardo Patanè (detto “Nardo Caramma”, attualmente detenuto presso il carcere di Augusta con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e arrestato, nel febbraio 2016, perché ritenuto collegato al clan Laudani), Giovanni Muscolino e Antonio Magro, ritenuti rispettivamente a capo dei Gruppi di Giarre e Paternò del clan Laudani (entrambi già imputati per associazione a delinquere di stampo mafioso e ristretti nel carcere Bicocca di Catania)».

Il sodalizio si sarebbe avvalso del determinante contributo di ragionieri – periti commerciali, di “reclutatori” di braccianti agricoli e della compiacenza di un dipendente INPS dell’agenzia di Giarre.

Il sistema avrebbe visto i promotori dell’associazione, destinatari della misura di custodia cautelare in carcere, procedere alla costituzione, solo cartolare, di aziende agricole intestate a persone incensurate per il tempo strettamente necessario a maturare i presupposti per la concessione dell’indennità di disoccupazione agricola. Un vorticoso proliferare di aziende “fantasma” prive di ogni consistenza patrimoniale, improduttive e senza lavoratori, utilizzate esclusivamente quali veicoli per la realizzazione del grave sperpero di denaro pubblico.

La rapidità con la quale nascevano e sparivano queste realtà imprenditoriali solo di facciata sarebbe servita a eludere e rendere vano ogni controllo o ispezione da parte degli organi competenti.

Indispensabile, per il sistema, dicono gli inquirenti, sarebbe stato il contributo «dei familiari più stretti di Patanè (la moglie Daniela Wissel, i figli Orazio e Ramona Patanè) e di un ragioniere (Alfio Lisi) – evidenzia sempre la Procura nel comunicato – tutti sottoposti agli arresti domiciliari».

Il professionista, descritto dagli investigatori come «del tutto subordinato alla volontà di Patanè», sarebbe stato incaricato secondo le accuse di «formalizzare la costituzione delle aziende agricole, di iscrivere i falsi lavoratori e di chiudere il cerchio “cartolare” con la predisposizione delle buste paga».

Il ragioniere sarebbe stato compensato dall’organizzazione attraverso il versamento di contanti (fino a 800 euro a settimana) e la messa a disposizione di un’autovettura.

Ulteriori figure essenziali sarebbero state «i cosiddetti “reclutatori” di braccianti agricoli (Michele Cirami inteso Franco, Vincenzo Cucchiara, Agatino Guarrera, Francesco Gallipoli, Fabrizio Giallongo, Ettore Riccobono, Claudio Speranza, Vincenzo Vinciullo) – scrive la Procura – nonché del “coordinatore” (Carmelo Tancredi)», tutti posti agli arresti domiciliari.

Sarebbero stati loro, secondo gli inquirenti, ad occuparsi di «reclutare i falsi braccianti agricoli e di recuperare dagli stessi, anche con la violenza, la parte dell’indennità percepita che spettava all’organizzazione e che ammontava almeno alla metà della somma riscossa».

I reclutatori, alcuni dei quali già noti per specifici precedenti per reati contro il patrimonio, sarebbero stati a loro volta braccianti e avrebbero vista ricompensata la loro “funzione” anche con la percezione dell’indebita indennità. L’ammontare di quest’ultima, vincolata da una pluralità di parametri, sarebbe oscillata da un minimo di 3.000 euro a un massimo di 7.000 euro annui.

Altro soggetto chiave dell’indagine sarebbe «Filippo Bucolo (posto agli arresti domiciliari), dipendente dell’agenzia INPS di Giarre, che – spiega la Procura – svolgendo le sue mansioni allo sportello» avrebbe comunicato «a Leonardo Patanè l’esatto ammontare delle liquidazioni» e avrebbe seguito «da vicino ogni pratica amministrativa che potesse agevolare l’associazione criminale». Le attività tecniche avrebbero fatto emergere anche richieste di denaro contante da parte di Bucolo rivolte a Patanè e ai suoi familiari.

Insomma, un sistema di frode che poteva reggersi solo con il contributo di molteplici attori, una truffa dai costi minimi con guadagni enormi e che poteva contare sul consenso sociale delle non poche famiglie delle comunità di Paternò, Giarre e Riposto che beneficiavano di una vera e propria forma illegittima di assistenza sociale.

L’indagine – sottolinea la Procura – colpisce un fenomeno assai radicato in questi territori e, come raramente accaduto, ha individuato «personaggi di spessore, dall’indiscussa caratura criminale» che, in diversi e ulteriori procedimenti penali, «sono stati inquadrati quali partecipi del clan mafioso dei Laudani», evidenziano gli inquirenti.

È indubbio, dunque, l’interesse della mafia anche in settori quali quello della percezione dei contributi in agricoltura, un settore in cui le organizzazioni riescono a conseguire facili utili con rischi minimali.

Le attività tecniche eseguite dalla Guardia di Finanza durante l’indagine hanno incidentalmente consentito anche di acquisire gli elementi necessari per individuare il presunto responsabile del tentato omicidio di Francesco Pistone (anch’egli detenuto perché ritenuto appartenente al clan Laudani) avvenuto in data 15 gennaio 2015 a San Giovanni La Punta.

Importante, ai fini dell’indagine, la piena collaborazione dell’ente previdenziale INPS con gli organi investigativi.


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