Mafia, traffico di rifiuti: 14 arresti in Sicilia. Coinvolti funzionari della Regione [VIDEO]

Carabinieri_Catania_RifiutiCatania, 15 mar – Sono coinvolti anche alcuni funzionari della Regione Sicilia nell’inchiesta che, questa mattina, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 17 persone. L’operazione, eseguita dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Catania e del Nucleo Operativo Ecologico, oltre che a Catania, è stata svolta a Messina, Palermo, Siracusa e Roma.

Il provvedimento restrittivo è stato emesso dall’Ufficio del GIP presso il Tribunale di Catania su richiesta della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia. Le persone raggiunte dall’ordinanza (che ha previsto 7 provvedimenti restrittivi in carcere, 7 agli arresti domiciliari e 3 misure interdittive) sono ritenute «responsabili, a vario titolo, di traffico illecito di rifiuti, estorsione e rapina, con l’aggravante del metodo mafioso, usura, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e traffico di influenze illecite», spiega la Procura in una nota.

Con lo stesso provvedimento è stato disposto anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di 6 imprese e dei rispettivi beni aziendali il cui valore complessivo è stimabile in almeno 50 milioni di euro.

L’operazione di oggi è il frutto di un’attività di indagine, condotta dal 2012 al 2015, anche con l’ausilio delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Indagini che avrebbero consentito di fare emergere «le condotte criminali poste in essere nel settore del traffico dei rifiuti dall’imprenditore Antonino Paratore e dal figlio Carmelo», sottolinea la Procura.

I due, ritenuti dagli inquirenti «appartenenti alla “cosa nostra” catanese», sarebbero legati al boss Maurizio Zuccaro per il quale – secondo l’accusa – avrebbero agito anche come prestanome, con la realizzazione di «enormi guadagni derivanti dalla gestione e dal trattamento illecito di tonnellate di rifiuti provenienti da tutto il territorio nazionale».

Nel dicembre 2012, dal monitoraggio del processo di raffinazione e frazionamento del petrolio da parte delle industrie petrolchimiche, gli inquirenti avrebbero accertato che la principale società nel trattamento e smaltimento dei catalizzatori esausti, e quindi non più rigenerabili, sarebbe stata proprio la Cisma Ambiente SpA, con sede legale e operativa in Melilli (SR), i cui titolari di azioni erano diverse società tutte riconducibili alla famiglia Paratore.

Secondo le accuse ci sarebbe stato quindi un complesso sistema aziendale facente capo ad Antonino Paratore e al figlio Carmelo che, avendo nella loro disponibilità una discarica per rifiuti pericolosi e non (oltre ad un impianto per il loro trattamento, ricondizionamento e recupero) «avvalendosi di soggetti di loro fiducia, quali – scrive la Procura – Agata Di Stefano, Salvatore D’Amico, Paolo Plescia, Maurizio Cottone e Antonio Di Vincenzo, con la connivenza di pubblici funzionari della Regione Sicilia deputati al rilascio delle autorizzazioni» avrebbero gestito «in modo illecito tonnellate di rifiuti realizzando ingenti guadagni ed inquinando gravemente l’ambiente circostante».

Sarebbe emerso infatti che proprio questi funzionari avrebbero fornito nel tempo «il proprio contributo criminale, omettendo per anni di attivarsi, sebbene informati dagli organi di controllo della condotta della CISMA che all’interno del sito di discarica operava in assoluto disprezzo dei provvedimenti autorizzativi e della normativa ambientale», evidenzia la Procura.

In questo senso si sarebbe rilevato significativo l’apporto di un funzionario presso l’Assessorato Regionale alle Infrastrutture ed alla Mobilità di Palermo che sarebbe divenuto lo strumento di Carmelo e Nino Paratore per esercitare la necessaria pressione verso gli apparati della Pubblica Amministrazione per il raggiungimento dei loro fini illeciti.

Gli elementi di prova raccolti, suffragati dalle dichiarazioni di molteplici collaboratori di giustizia, descriverebbero in modo chiaro i rapporti ininterrotti, secondo gli inquirenti sicuramente sino al 2010, «tra le consorterie mafiose e Nino Paratore, il quale unitamente al figlio Carmelo – scrive la Procura – con il loro gruppo di società, rappresentava e curava anche gli interessi di Cosa Nostra Catanese».

Nell’ambito dell’attività investigativa, inoltre, sarebbero emerse condotte usurarie poste in essere da Salvatore Grillo, di 47 anni, nei confronti del gestore della trattoria – pizzeria “Al Tubo” di Acicastello.

Secondo l’accusa, Grillo si sarebbe fatto promettere e dare dal gestore dell’esercizio interessi usurari in misura superiore al 10% mensile, nonché assegni in garanzia dell’importo complessivo di 30.000 euro, quale corrispettivo di una serie di prestiti in denaro contante dall’ammontare complessivo pari a 23.600 euro (a fronte della pretesa restituzione del capitale di 30mila).

A Grillo è stato contestato anche il reato di estorsione a seguito di condotte violente ed intimidatorie compiute nei confronti del gestore del locale per la restituzione del credito.

Condotta estorsiva aggravata dal metodo mafioso è stata contestata anche a Giuseppe Verderame, 63 anni, e Simone Piazza, 31 anni, che avrebbero costretto il gestore a versare 200 euro al mese al fine di assicurare la “protezione” alla pizzeria “al Tubo”, impedendo a Salvatore Grillo di ripresentarsi per ulteriori richieste di restituzione dei prestiti usurari.

Nel corso dell’operazione, personale del G.I.C.O. della Guardia di Finanza ha curato l’esecuzione delle misure cautelari reali sottoponendo a sequestro preventivo le quote societarie riconducibili ad Antonino Paratore e a Carmelo Paratore del Lido “Le Piramidi”, delle società “CISMA AMBIENTE spa”, “PARADIVI SERVIZI srl” e “SIRAM srl” e delle quote riconducibili a Giuseppe Amara e Giovanni Amara della società GESPI SRL, in rapporti di affari con la famiglia Paratore.

L’accesso nelle società è stato effettuato con i Carabinieri del Comando Provinciale di Catania e del Nucleo Operativo Ecologico.

Crocetta: «Sospenderemo subito i dipendenti coinvolti»

Sui funzionari della Regione coinvolti nell’operazione antimafia di Catania «agiremo come abbiamo sempre fatto, con la scure e con la massima severità. Già oggi stesso, appena sapremo i nomi, sospenderemo i dipendenti, nelle more del licenziamento, a zero stipendio». Lo ha detto all’Adnkronos il Presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta.

«Ho già ringraziato le forze dell’ordine e più tardi chiamerò la Procura – ha sottolineato Crocetta -. È chiaro che siamo di fronte non solo a corruzione ma anche ad attività illecite che creano problemi alla salute dei cittadini, insomma una cosa vergognosa».

«Da sempre l’assessorato ai Rifiuti – ha proseguito – è stato uno dei centri di malaffare più forte all’interno del sistema regionale».

E ha aggiunto: «Emerge dalle ultime inchieste che non vengono più coinvolte le figure apicali scelte dal governo ma soggetti intermedi che agiscono nell’ombra e che spesso stanno diversi anni nello stesso posto».

«Ogni volta che ho fatto delle rotazioni sono stato attaccato – ha concluso Crocetta -, mi dicevano che in questo modo criminalizzavo tutti i lavoratori ma non è affatto così. È una prerogativa prevista dalla legge che prevede di spostare dopo cinque anni il funzionario pubblico per evitare situazioni di cristallizzazione dentro la
struttura in cui lavora che possano favorire attività corruttrici».

 – Precisazione Siram S.p.A. – 

«Siram S.p.A. – realtà italiana specializzata nel settore dell’efficienza energetica – informa di essere una società diversa dalla S.I.R.A.M. S.r.l. (Società di interventi per il recupero ambientale S.r.l) menzionata all’interno del testo, con la quale non ha alcuna relazione. Siram S.p.A. è totalmente estranea alla vicenda del traffico illecito di rifiuti nel siracusano».


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