La legalità spiegata da Ultimo ad un bambino di 8 anni. GrNet.it intervista il Col. De Caprio

Ultimo-Virgo-FidelisRoma, 24 nov – (di Giuseppe Paradiso) Giornata piovosa quella di sabato scorso, ma che tuttavia non è riuscita a rovinare l’emozione dei tanti che si sono recati in via della Tenuta Mistica in Roma, il luogo dove con non pochi sacrifici è sorta l’Onlus “Volontari Capitano Ultimo”.

C’ero anche io, mi guardavo in giro cercando di capire lo spirito che animava quella comunità fatta di volontari, certo, ma un po’ particolari: carabinieri con le loro famiglie che si dedicano tutti i giorni a servire (è questo il verbo adatto, credetemi) gli ultimi, quelli che la società spinge ai margini: ragazzi minorenni con un passato difficile, ex detenuti alla ricerca di una dignità, poveri a cui basta un pasto caldo e un tetto per sentirsi accolti e amati.

Credo quindi che il modo più giusto per scrivere un articolo che renda merito al faticoso lavoro svolto dai volontari di Ultimo, Sergio De Caprio, Colonnello dei Carabinieri, che ha fondato questa onlus insieme a Raul Bova, sia quello di procedere con ordine ad una – seppur sommaria – descrizione delle attività svolte dall’Associazione, per insegnare ai più “distratti” il concetto di “Sopravvivenza“, una parola che viene ripetuta spesso da queste parti, tanto che persino “Padre Rovo” (altro nome in codice), la guida spirituale della comunità, si affretta a spiegare a tutti coloro che visitano la struttura.

La Onlus “Volontari Capitano Ultimo” sorge su un terreno che in precedenza apparteneva ad un privato cittadino il quale, però, a causa di vincoli archeologici dovuti alla scoperta di una Torre Alessandrina e di un pezzo di acquedotto dell’antica Roma, non poteva farne alcun uso; così l’idea di proporre uno “scambio” con il Comune di Roma, che ha concesso all’ex proprietario aumenti di cubatura su alcune proprietà già in suo possesso. Il Comune, quindi, una volta ottenuta la proprietà del terreno, lo ha dato in uso a tre Onlus (tra le quali anche quella fondata dalla Nazionale Cantanti).

Da quel momento in poi, ogni struttura sorta in quel terreno, è il frutto del lavoro e della dedizione dei volontari, senza chiedere l’aiuto di nessuno. Nasceva così la “Casa famiglia” che accoglie otto ragazzi minorenni per volta, affidati dal tribunale e con un passato difficile, che qui imparano a sentirsi parte di una comunità, costantemente seguiti da uno staff di educatori professionali – come prevede la legge – ma che poi non vengono mai lasciati soli, neppure dopo che il periodo di affido “ufficiale” si conclude. La soddisfazione più grande per i volontari è infatti quella di avviare verso il mondo del lavoro e della dignità sociale questi ragazzi, assicurandogli quindi la “sopravvivenza”.

Le attività sociali

Sono tante e variegate, si va dalla falegnameria alla “cucina di sopravvivenza” (che sfama fino a 50 persone ogni giorno), il fabbro, la ricamatrice, la cestineria, il forno per la cottura del pane, senza contare quelli in itinere: l’orto sociale che sarà condotto e curato dai volontari e da uno staff di agronomi e l’ippoterapia gratuita per disabili.

Il progetto di “orto sociale” coinvolgerà circa 100 persone che in cambio di un investimento di circa 40 euro al mese, potranno ricevere in cambio l’equivalente “in natura” di quanto versato, mentre tutta l’eccedenza prodotta andrà ai più bisognosi. L’ippoterapia per disabili, invece, sarà curata anche da altri disabili perchè, come spiega Padre Rovo, “nessuno è così disgraziato da non poter dare nulla”.

La falconeria poi dispone di 30 falchi diurni e notturni e di 2 aquile che vengono usati (oltre per intrattenere le persone che visitano la struttura la domenica), anche per la “pet terapy” rivolta agli ospiti della casa famiglia: «il falco – ci spiegano – obbliga a tenere sotto controllo la tua aggressività perchè, in caso contrario, si sente minacciato e attacca». Naturalmente questa attività è svolta da professionisti per evitare qualunque tipo di incidente.

La Chiesa

cappella-volontari-ultimoLa Cappella presente nella struttura – letteralmente quattro pali di legno e un tetto – permette la celebrazione della Messa che si svolge, però, con una differenza rispetto al rito ordinario che conosciamo: qui si pratica la “questua al contrario”; non c’è il sagrestano o qualche fedele incaricato di raccogliere le offerte ma, al contrario, durante questo momento del rito vengono distribuiti alle persone più bisognose presenti in quel momento, generi alimentari e soldi ricavati dalle donazioni o dalle attività sociali descritte in precedenza. Non a caso la “Chiesa dei poveri” (così è stata chiamata) svolge la propria missione “sull’esempio luminoso di Francesco di Assisi”. Ma c’è un’altra storia che merita di essere raccontata prima di chiudere il paragrafo sulla chiesa dell’Associazione, ed è quella di Padre Rovo. Le parole che seguono parlano della sua storia, raccontate da Ultimo.

padre-rovoPadre “Rovo”Tre anni fa bussò alla porta della mia caserma, un giovane sacerdote che veniva dal nord. Mi chiese di essere accolto nella nostra piccola comunità poiché a seguito di “disguidi” con il suo Vescovo aveva sentito nel cuore e nella sua Vocazione, il dovere di servire gli umili sulla strada accanto alla casa famiglia del capitano Ultimo. Non gli chiesi niente, non gli feci nessuna domanda, lo guardai negli occhi e aprii la porta a chi aveva bussato. Da quel giorno il giovane sacerdote divenne Padre “Rovo”.

Così giorno dopo giorno, per tre anni, lo abbiamo avuto accanto, l’abbiamo visto preparare il lievito madre e infornare il pane del mendicante; l’abbiamo visto insegnare ai detenuti ed ai volontari, l’abbiamo visto cucinare il pasto alle persone con disagio sociale e psichico inviati dai Municipi del comune di Roma; l’abbiamo visto accompagnare a scuola i ragazzi della casa famiglia, l’abbiamo visto servire ai tavoli accanto ai detenuti, ai carabinieri ed agli altri volontari, l’abbiamo visto aiutare i nostri fratelli diversamente abili, l’abbiamo visto parlare di Gesù nella via Prenestina portando la croce di Cristo nelle processioni di strada. L’abbiamo visto nella piccola capanna celebrare la messa con parole semplici e con lo sguardo umile di chi Serve; l’abbiamo visto insieme a noi nel carcere minorile di Casal del Marmo e nel carcere minorile di Nisida, dare speranza e portare la parola di Gesù nei cuori dei giovani detenuti.

L’abbiamo visto accogliere ed aiutare i migranti, i rifugiati dei centri di accoglienza.

Ci ha fatto vedere una preghiera di strada che avevamo nel cuore ma che non avevamo mai trovato nel mondo e abbiamo pregato con lui mischiando le lacrime con le gocce della pioggia, mischiando il nostro respiro al soffio del vento, in semplicità e povertà, insieme a chi non ha una casa e a chi non ha una famiglia.

E così insieme a lui , tante volte, abbiamo visto presenti, vivi, Francesco di Assisi e Gesù di Nazaret. Abbiamo visto che servire gli altri senza volere niente in cambio, donarsi con amore, è un modo di pregare, di essere Cristiani pur essendo peccatori. Questo è stato il miracolo di Padre Rovo e lo porteremo sempre nel cuore.

Purtroppo il miracolo è finito.

Padre Rovo, come si dice in gergo tecnico si è “sospeso a divinis” o è stato costretto a sospendersi (il risultato è lo stesso). A noi non interessano i motivi, a noi non interessano le gerarchie e le regole quando diventano oppressione, quando calpestano i fiori e distruggono i sogni. Noi non giudichiamo. Noi sappiamo soltanto che ci mancherà molto quella dolce preghiera di strada che ci faceva vedere accanto Francesco di Assisi, quella preghiera semplice e dolce che ci dava un po’ di pace e che ci faceva sentire fratelli in Cristo col sole o con la pioggia in pochi amici o in cento persone, nella strada o accanto al fuoco.

Noi guarderemo ancora le stelle nel cielo e le nostre lacrime si mischieranno alla pioggia, e pregheremo ogni giorno perchè Padre “Rovo” torni da noi con la sua Croce di Legno accanto ai più deboli. Noi abbiamo perso un Fratello, la Chiesa ha perso un grande Sacerdote. A noi non interessano le regole e le gerarchie quando diventano oppressione, quando calpestano i fiori e distruggono i sogni.

Le parole di Ultimo, dalla sua viva voce

Come anticipato, adesso è giunto il momento di ascoltare dalla viva voce del colonnello De Caprio la sua visione del concetto di “Sopravvivenza”, anche questa volta espressa in maniera singolare. Tra le pochissime persone presenti infatti, c’era un bambino di otto anni, Nicola, figlio di Patricia Pinto, la fondatrice – insieme a Daniel Schiano – del più seguito gruppo Facebook dedicato all’Arma dei Carabinieri, dedicato per l’appunto al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e al Colonnello Sergio De Caprio.

Ultimo, il carabiniere che insieme ai suoi uomini ha assestato un durissimo colpo alla Mafia arrestando Totò Riina, è proprio a lui che si è rivolto, con speranza e semplicità. In fondo quel bambino, insieme a tanti altri della sua età, è la speranza di tutti noi.


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