Giuseppe Lussorio Fadda: storia di un “Carabiniere ragazzino” che difese lo stato di diritto negli “anni di piombo”

Roma, 5 gen – Pubblichiamo volentieri di seguito il racconto del Brigadiere dei Carabinieri (in pensione) Giuseppe Lussorio Fadda e delle sue singolari prime esperienze di giovanissimo carabiniere (ancora minorenne) in servizio durante gli “anni di piombo”.

Si dice che certe emozioni si possono vivere una sola volta nella vita, come, ad esempio, la nascita di un figlio o il giorno del matrimonio… ma ce ne sono altre, apparentemente poco importanti, che sono l’eccezione alla regola.

Alcuni giorni fa, invitato dal padrino del più piccolo dei miei figli,  sono andato alla Scuola Allievi CC di Iglesias per il giuramento e la consegna degli alamari del 135° corso ebbene, durante e dopo la cerimonia, ho provato la stessa emozione e ho rivissuto gli stessi momenti di quasi 40 anni fa quando anch’io, per la prima volta, indossai gli alamari.

Nel seguire la cerimonia ogni tanto osservavo il viso dei genitori presenti e lo stupore che provavano nel vedere i loro figli in grande uniforme sfilare, inquadrati in modo perfetto; alcuni di loro con le lacrime agli occhi altri che li incitavano “Bravi… bravi…”. Nei loro volti l’orgoglio di vedere i propri figli entrare nella “Benemerita”, con i loro “ragazzi”, ormai adulti, che abbracciando i genitori dicevano: “C’è l’ho fatta!”.

Nell’osservare i volti di questi giovani uomini appena promossi Carabinieri, mi chiedevo se non fossero troppo giovani per il compito a cui sarebbero stati destinati e se avessero la giusta maturità per tutelare la sicurezza dei cittadini: ragazzi e ragazze poco più che ventenni, che io, forse per colpa della mia età, vedevo veramente troppo “piccoli”.

Tornando a casa il mio pensiero è tornato a quando, anch’io, decisi di arruolarmi e mi sono chiesto, “Ma se questi ragazzi, ai miei occhi sembrano troppo giovani, cosa vedeva un cittadino quando guardava il sottoscritto che di anni ne aveva solo 17?” e guardando le foto di allora ho sorriso notando che di anni ne dimostravo almeno due in meno.

Mi ricordo chiaramente il NO, secco, dei miei genitori quando li misi al corrente della mia decisione di arruolarmi, mio Padre e mia Madre non erano d’accordo e non erano di certo entusiasti, come invece i genitori degli allievi del 135° corso, al contrario cercarono in tutti i modi di farmi cambiare idea e vista la mia minore età non volevano firmare i documenti necessari per l’arruolamento.

Mio padre mi stroncò subito dicendomi che ero troppo giovane e mia madre non ne voleva neanche sentir parlare, ci misi giorni e giorni a convincerli, ricordo anche quel SI, sofferto, che mi permise di presentare la tanto attesa domanda di arruolamento.

L’atteggiamento negativo dei miei genitori era dato dalla situazione, in Italia, di quel periodo: alla TV ed alla radio solo bollettini di guerra,  assassini di appartenenti alle forze dell’ordine, attentati alle caserme ed altre  istituzioni dello Stato, morti durante le manifestazioni di piazza, molotov contro le forze dell’ordine,  e come se non bastasse anche le varie mafie facevano la loro parte, però tutto questo non mi aveva dissuaso dalla mia idea, il giorno stesso del mio compleanno sono andato in caserma e ho presentato la domanda.

Dopo neanche tre mesi ero già arruolato, ma i miei genitori, anche se mi avevano dato il loro consenso, non erano affatto contenti della mia scelta di vita: il giorno della mia partenza, per descrivere lo stato d’animo di mio padre e di mia madre, prendo spunto dal un capitolo del libro di Emilio Lussu “Un Anno nell’Altopiano” in cui l’autore narra le sofferenze dei soldati italiani e la drammaticità della guerra durante il primo conflitto mondiale: in un capitolo descrive il rientro dal fronte per una breve licenza e parla del comportamento dei genitori al momento della ripartenza al fronte: “Quella volta i miei genitori non ebbero fortuna con la mia licenza. Ero in casa da appena quattro giorni e un telegramma del Comandante del reggimento mi richiamava in linea per urgenti necessità di servizio. Io pensai questa è la volta che attacchiamo con i ponti e con le scale. Il babbo si fece muto e non parlò più sino all’ora della mia partenza. La mamma , anche stavolta, si mostrò tanto calma e coraggiosa e io ne fui felice. Il babbo voleva accompagnarmi per un lungo tratto. Io mi accomiatai solo dalla mamma, che rimase in casa. La mamma mi carezzò e mi baciò infinite volte, senza versare una lacrima e qualche istante persino sorridente. Mostrava una così grande fiducia che io stesso ne ero stupito. Mai avrei supposto in lei tanta forza d’animo. Il babbo, muto, andava su e giù, senza guardarci. Avevamo fatto un cinquantina di metri fuori di casa. Mi accorsi che avevo dimenticato in casa il frustino. Lasciai il babbo e, a grandi passi, rifeci la strada. La porta di casa era ancora aperta. Entrai e gridai: mamma ho dimenticato il frustino. Al centro della sala accanto ad una sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l’aiutai a sollevarsi. Ma non si reggeva più da sola, tanto, in pochi istanti, si era disfatta. Tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime. Dovevano essere passati parecchi minuti, poiché sentii la voce del babbo gridare impaziente: ebbene codesto frustino? Finirai per perdere il treno“.

Dopo circa sessanta anni quello che successe a Lussu capitò a me. Negli anni settanta l’Italia era di nuovo in guerra, ma non contro un esercito straniero. Questa volta il nemico era interno, sul territorio nazionale, si chiamava terrorismo, che fosse rosso o nero poco importava.

Mio padre e mia madre non volevano che io andassi a combattere quella guerra ed il giorno della mia partenza salutai i miei genitori, mio padre mi abbracciò e mi disse di essere forte e di stare attento e in quelle parole ed in quell’abbraccio sentii tutta la sua preoccupazione ed i suoi timori; mia madre, come la madre di Lussu, mi baciò dandomi l’impressione di non essere preoccupata, mi diede forza e mi pregò di chiamarla appena arrivato a Roma. Dopo essermi avviato per prendere il pullman per la partenza, fatti poche centinaia di metri,  mi accorsi di aver dimenticato a casa i documenti che mi avevano rilasciato in caserma. Ritornai di corsa e dopo aver aperto la porta di casa vidi mia madre seduta vicino al fuoco… lei che un istante prima aveva i capelli ben raccolti e pettinati era tutta spettinata, gli occhi rossi e le lacrime che scendevano sul viso, vedendomi cercò subito di ricomporsi asciugandosi le lacrime, mi aiutò a prendere i documenti, l’abbracciai e scappai veloce da lei per non cedere, anch’io, al pianto.

Quella scena mi accompagnò per tutto il viaggio, la mattina successiva la chiamai per rassicurarla che tutto era andato bene, sentii la sua voce molto calma e tranquilla e questo mi diede la forza di non pensare più al dispiacere che avevo dato ai miei genitori.

Negli anni 70 si è seriamente rischiato di perdere quella libertà e quella democrazia, conquistata con il sangue nel secondo conflitto mondiale ma, per fortuna, anche il terrorismo di quegli anni è stato sconfitto, con la caduta di molti uomini delle forze dell’ordine, colleghi conosciuti personalmente: alcuni incontrati i giorni precedenti all’attentato che ne ha causato la morte.

Subito dopo il rapimento Moro, il mio corso allievi Carabinieri venne messo in preallarme, anticiparono gli esami, ci misero gli alamari prima della fine naturale del corso stesso e mi ritrovai carabiniere ad appena 17 anni e 8 mesi, niente licenza di fine corso ed immediatamente alla prima destinazione: la Legione Carabinieri di Torino perché servivano urgentemente uomini per dare sicurezza allo storico processo alle Brigate Rosse.

Prima di partire a destinazione, vengo chiamato al comando compagnia, devo consegnare la patente militare, mi avevano fatto fare l’esame di guida e non si erano accorti che ero minorenne.

Provo solo ora ad immaginare lo stato d’animo dei miei genitori: arrivo a Torino da dove mi destinano alla Stazione Carabinieri di Borgo Vanchiglia, ove circa 5 mesi prima avevano arrestato due terroristi che stavano piazzando un ordigno nella porta della caserma, meno male che i miei genitori ne erano all’oscuro, non lo sapevano.

I primi giorni alla Stazione passarono imparando a gestire le pratiche e l’archivio, come prendere una denuncia di smarrimento, come rispondere correttamente al telefono; i servizi esterni consistevano spesso nel dover recapitare documenti smarriti, citazioni e notifiche varie, ma anche se sembravano lavori da messo comunale o da postino, erano utili per conoscere la gente e stare vicino al cittadino. I pasti erano consumati nella mensa della Legione, un giorno mentre transitavo, in uniforme in Via Pò per andare a mangiare, si fermò d’improvviso una autovettura dell’Arma con a bordo un ufficiale superiore con il suo autista, mi fece salire sull’auto e  dopo avermi fatto presentare mi accompagnò al comando e mi diede l’ordine,  di non uscire mai in divisa da solo, poiché facile bersaglio dei terroristi.

Dopo circa 15 giorni alla Stazione uno dei miei primi servizi esterni, da solo. Vengo comandato di servizio al palazzo di giustizia, avrei dovuto garantire l’ordine pubblico nell’aula della Pretura. Era la prima volta che entravo in un aula di giustizia: già prima dell’udienza l’aula era affollata di giornalisti e fotografi, non capendone il perché chiesi ad un collega, che svolgeva il mio stesso servizio in un’altra aula, e mi rispose che si sarebbe tenuto il processo a delle persone che avevano pubblicato una falsa biografia di Enrico Berlinguer di cui, vista la mia apoliticità e la  giovane età sapevo solo essere mio conterraneo e segretario dell’allora Partito Comunista Italiano; la parte lesa, oltre allo stesso Berlinguer, era Giulio Einaudi, uno dei più grandi editori italiani, ma io, in quel momento, non avevo idea di chi fosse.

Il Pretore, durante l’udienza, vista la reticenza di un testimone, mi ordinò di mettergli i “ferri”, le manette di allora erano le famose ‘’catenelle’’, e portarlo in camera di sicurezza per “riflettere” io cercai di eseguire gli ordini, cercai perché, preso dall’agitazione e dalla concitazione creatasi, apparsi sicuramente impacciato ed insicuro, dopo averlo preso e legato alla meno peggio lo portai, con l’aiuto del collega nell’altra aula, nelle camere di sicurezza… quando rientrai in aula, dopo circa mezz’ora, la medesima scena: un altro testimone reticente, questa volta non fui impreparato, dall’alto dei miei quasi diciotto anni, mi presentai di fronte al Pretore, chiesi se avessi dovuto ammanettare anche questo teste e, alla risposta positiva, lo presi con forza poiché gesticolava e protestava, lo “legai” in modo perfetto e mentre lo allontanavo incrociai gli occhi del Pretore che con gli occhi mi stava dicendo “Bravo, questa volta ti sei comportato da vero Carabiniere”.

Dopo circa due ore di udienza mi fu ordinato di riportare i due testimoni in aula, eseguii coadiuvato dal collega e, con ancora le catenelle ai polsi, entrambi  ritrattarono la loro testimonianza ed il Pretore ordinò di togliere i ferri e di lasciarli in libertà. Finito il servizio e rientrato in caserma, visto che il Comandate della Stazione non era presente o rintracciabile, riferii quanto successo al collega di piantone. L’indomani, di mattina, mentre stavo informando il Comandante della Stazione di quanto successo venni interrotto dallo squillo del telefono, era il Comandante della Compagnia, infuriato, che chiedeva il motivo della mancata segnalazione dell’arresto di due persone, urlò e sbraitò al mio Comandante di Stazione lamentando l’acquisizione della notizia dai giornali, nello specifico “La Stampa” di Torino pubblicava, a caratteri cubitali, l’arresto di due persone durante il processo sulla falsa biografia di Berlinguer. Il Maresciallo non potè far altro che riferire di non saperne nulla e che avrebbe raccolto le necessarie informazioni, dopo aver appreso da me quanto successo, riferì tutto al Capitano che immediatamente mi convocò al suo cospetto pretendendo i motivi della mia negligenza. Appena arrivati in Compagnia mi presentai al Capitano che, dopo avermi visto, si rivolse al mio Comandante di Stazione dicendogli: “Maresciallo, quanto è successo non è colpa sua né del Carabiniere Fadda, la colpa e di chi arruola anche i ragazzini” e ritenne di non dover promuovere nessuna azione disciplinare nei miei confronti, successivamente rivolgendosi a me disse: “E poi fanno le barzellette sui Carabinieri, hai arrestato due persone e non te ne sei accorto“.

Aveva ragione, sapevo di aver privato della libertà due persone, non pensavo certo di aver effettuato un vero e proprio arresto, alla Scuola Allievi Carabinieri mi avevano insegnato che quando si arrestava qualcuno bisognava compilare verbali, avvisare l’autorità giudiziaria, tradurli in carcere ed il tutto non poteva essere effettuato da un agente di Polizia Giudiziaria quale ero… sottolineo che durante i mesi del corso le lezioni di procedura penale sono state  poche mentre invece erano molte, moltissime, quelle di addestramento formale, disciplina militare e codice penale militare.

Sul Carabiniere-ragazzino il Capitano aveva ragione, non avevo il viso da persona adulta e tantomeno da maggiorenne: una volta per entrare al cinema, la cassiera mi chiese la carta di identità, perché il film era proibito ai minori di anni 18 – non era un film hard e la censura era quantomeno ficcante – ho dovuto mostrare il tesserino per entrare nella sala, se mostravo un documento di identità non entravo.
Dopo alcuni mesi da Torino venni trasferito in Sardegna, destinazione un Ponte Radio dell’Arma in provincia di Oristano, non vi dico la felicità dei miei genitori, ero rientrato “in patria” dal fronte, ma la loro contentezza durò poco perchè  qualche giorno dopo dei terroristi assaltarono una stazione radio dell’esercito a pochi chilometri dalla mia sede di servizio, e successivamente, sempre in Sardegna, fu ucciso un Appuntato dei Carabinieri. Era l’inizio, anche in Sardegna, della strategia del terrore e conseguente fu la paura e l’ansia nei miei genitori.

Quanto ho raccontato serve, in minima parte, a descrivere come viveva un Carabiniere in quel periodo e come vivevano le loro famiglie d’origine, le loro ansie e le loro paure, in particolare i genitori di un Carabiniere-ragazzino che ottenne la patente militare di guida con regolare corso di istruzione e poi gliela chiesero indietro a causa del requisito dell’età, che arrestò due persone e non se ne accorse, che non potè entrare al cinema perché era minorenne, ma comunque un Carabiniere, dotato di pistola, tesserino, uniforme ed i poteri necessari per difendere lo stato di diritto, che nel suo piccolo ha dato il personale  contributo per la difesa della democrazia e della libertà dei cittadini.

Lo stato ha dimenticato quella lotta contro il terrore e chi l’ha combattuta, neanche un minimo riconoscimento, anche simbolico, un nastrino sull’uniforme, così, tanto per ricordare, considerando anche che oggi ci sono giovani Carabinieri che sembrano Generali , per quante medaglie e nastrini hanno appuntate sul petto, la maggior parte ottenute con le missioni all’estero nel loro precedente impegno nell’Esercito Italiano.

Lo Stato non si ricorda di quei Carabinieri-ragazzini di un tempo che la democrazia e la libertà l’hanno difesa dall’interno, in patria. No, non sto certo dicendo che oggi sia più facile fare il Carabiniere ma sicuramente i tempi sono cambiati, in molte cose migliorati, i pericoli sono mutati, i giovani di oggi arrivano a fare questo “mestiere” con diverse motivazioni, e visti i tempi, una su tutte quella economica.

A questi nuovi giovani Carabinieri, qualsiasi sia la motivazione che li ha spinti ad arruolarsi nell’Arma, voglio spiegare cosa vuol dire, per me, essere Carabiniere, chiedo di far loro il mio pensiero e soprattutto di applicarlo, ogni giorno ed in qualsiasi situazione essi si trovino ad operare. Per fare questo racconterò un piccolo aneddoto riguardante la mia vita nell’Arma non troppo tempo fa: Sono in servizio alla Centrale Operativa, all’una di notte giunge una chiamata al 112, una persona chiede l’intervento dei Carabinieri perché ha trovato un bambino di due o tre anni, in pigiama, da solo, in una strada nel centro abitato della città. Sento il pianto del bambino attraverso il telefono, invio immediatamente una pattuglia del Radiomobile che giunta sul posto comunica che, oltre alla persona che ha chiamato, ci sono delle infermiere che hanno appena finito il loro turno nel vicino ospedale cittadino, il bambino non accenna a smettere di piangere e lamentarsi, le donne cercano di calmarlo prendendolo in braccio e coccolandolo in ogni maniera, il bambino vede il Carabiniere ed allunga le braccia  verso di lui, gli si stringe forte al collo, inizia a calmarsi, smette di piangere, si lamenta ancora ma si rilassa, si attacca al Carabiniere e lo tiene stretto stretto, contraccambiato. Dopo ancora qualche minuto il bambino è tranquillo, tocca gli alamari sulla giacca, ci gioca incuriosito, i militari intervenuti mi chiedono cosa fare, come comportarsi. Il bambino non può spiegare, non può dare spiegazioni e tantomeno indirizzi, e soprattutto non vuole staccarsi dal collo del Carabiniere… dico ai colleghi di portarlo con loro sull’auto di servizio e girare nelle vie adiacenti, nella speranza che il bambino riconosca la sua casa, così fanno,  dopo venti interminabili minuti il bambino individua la sua casa, è contento, i Carabinieri bussano alla porta e riconsegnano ai genitori, increduli, il loro figlio che non si sa perché e come si è svegliato ed è uscito di casa. Tutto bene.

Ecco, giovani Carabinieri, cosa rappresenta per me il vero Carabiniere, rappresenta la SICUREZZA, la PROTEZIONE e la FIDUCIA. Quel bambino che disperato si sentiva perso non vedendo mamma  e papà, ha cercato e trovato qualcuno che lo potesse aiutare, l’ha trovato in quell’uniforme e quegli alamari che, in quell’istante, rappresentavano la sua famiglia, e come in ogni famiglia c’è chi è più debole degli altri, e lui che si deve proteggere.

Voi dovete essere la famiglia del cittadino, gli dovete dare sicurezza, lo dovete proteggere, usando una legge non scritta ma sicuramente importante, la più importante, la  “Legge del buonsenso”. Mio padre quando mi sono arruolato mi disse le stesse parole usando un detto sardo che dice: “Ammenta sempes ha uve no arribada su regulamentu, arribada su bonusensu” che tradotto suona “Ricorda sempre che dove non arrivano le leggi arriva il buon senso“. Quando vi capiterà di applicare questa legge, non diffondetela ai quattro venti, su giornali e social network come si usa adesso, se chiamati in intervento e gestite una situazione particolare in modo “umano” magari pagando di tasca vostra un tozzo di pane ad una famiglia povera evitando una denuncia o un arresto, magari per un chilo di pasta o poco più, tenetelo per voi, nel vostro intimo, non cercate gli elogi ufficiali, sono belli ma effimeri, le vere ricompense arriveranno dal cittadino, perchè quella persona che avete aiutato racconterà la sua storia e chi l’ascolterà non potrà che dire “Bravi, Grazie…”. E queste sono le “medaglie” che valgono veramente e le dovrete conservare dentro di voi, nel vostro cuore e nella vostra anima perché è quello il posto dei veri riconoscimenti, non quelle attaccate alla giacca dell’uniforme.

Dedico quanto scritto a mio compare Francesco e a tutti i suoi colleghi e colleghe del 135° corso Allievi Carabinieri con l’augurio di riuscire in tutto ciò che desiderano nella loro carriera militare e nella loro vita. E che, alla fine della loro esperienza nell’Arma, si possano fregiare, nell’anima e nel cuore, di tantissime medaglie e che possano, un giorno, raccontare con serenità ai propri figli e nipoti come le hanno conseguite.

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