Eccidio di Feudo Nobile: domani i Carabinieri celebrano il 70° anniversario

eccidio-mazzarino-cerimoniaCaltanissetta, 28 gen – Domani, con inizio alle ore 11.00, presso la Stazione CC di Mazzarino, alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Tullio Del Sette, sarà celebrato con una cerimonia solenne il 70° anniversario dell’eccidio di Feudo Nobile in cui persero la vita otto militari dell’Arma dei Carabinieri, barbaramente trucidati nel gennaio del 1946.

Dopo una breve declamazione del fatto storico, un picchetto d’onore schierato in armi cadenzerà le fasi della cerimonia militare, nell’ambito della quale sono previsti gli interventi del Comandante Generale dell’Arma, del Comandante Provinciale dei Carabinieri di Caltanissetta, Col. Gerardo Petitto, e del sindaco di Mazzarino, dott. Vincenzo Marino.

Parteciperanno anche il Comandante delle Scuole dell’Arma, Generale di Corpo d’Armata Riccardo Amato, il Comandante Interregionale dei Carabinieri “Culqualber”, Generale di Corpo d’Armata Silvio Ghiselli, il Comandante della Legione Carabinieri “Sicilia”, Generale di Brigata Riccardo Galletta, il Prefetto di Caltanissetta, S.E. Maria Teresa Cucinotta, i sindaci, tutte le massime autorità civili ed i parlamentari nazionali della provincia. Sarà, altresì, presente una nutrita rappresentanza delle scolaresche del luogo. Al termine della cerimonia militare il Comandante Generale dell’Arma si intratterrà con i Carabinieri della Stazione di Mazzarino, visitando i locali della caserma, e, successivamente, si sposterà, insieme alle altre autorità, agli ospiti ed alla cittadinanza, nella Chiesa Maria SS. di Gesù, ove il vescovo di Piazza Armerina, Mons. Rosario Gisana, celebrerà un santa messa in suffragio dei martiri di Feudo Nobile.

I dolorosi fatti risalgono agli inizi del 1946 quando, dopo la seconda guerra mondiale, la Sicilia era afflitta da fenomeni criminali diffusi, noti con il nome di banditismo, talvolta ammantato da una matrice separatista.

In tale tumultuoso contesto, Salvatore Rizzo, boss alla testa dei niscemesi – una consorteria mafiosa che già dal 1943 seminava terrore ed omertà nella provincia di Caltanissetta – il pomeriggio del 9 gennaio 1946 si servì di un escamotage: una fittizia denuncia, sporta nella Stazione dell’Arma di Feudo Nobile, da un gruppo di contadini, per un pascolo abusivo verificatosi, a loro avviso, in contrada Giaquinto.

Il giorno seguente il Comandante del presidio, Brigadiere Vincenzo Amenduni, insieme con Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, quattro degli otto Carabinieri in servizio presso il medesimo distaccamento, uscirono in pattuglia appiedata per acquisire ulteriori elementi e per individuare gli autori del reato.

Mentre perlustravano i paraggi delle case “Bonvissuto” i militari, scorgendo i coloni che fuggivano spaventati alla vista di un rilevante stuolo di fuorilegge a cavallo armati di tutto punto, compresero di essere caduti in un’imboscata.

Rifugiatisi all’interno di una cascina, l’estremo tentativo di resistere si rivelò vano perchè, a seguito di un’aspra battaglia, furono accerchiati e, una volta esaurite le munizioni, catturati e disarmati dai gregari di Rizzo, i quali, subito dopo, assalirono la caserma di Feudo Nobile, appiccarono il fuoco alla struttura ed irruppero abbattendo la porta con proiettili e bombe a mano. Fecero prigionieri altri tre carabinieri: Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca.

Da quel momento cominciò il calvario degli otto militari: imbavagliati, legati con corde e fil di ferro e sottoposti ad ogni genere di sevizie, furono obbligati a spostarsi di masseria in masseria per almeno tre interminabili settimane.

La sera del 28 gennaio, naufragate le trattative intavolate per il rilascio degli ostaggi in cambio della scarcerazione del bandito Concetto Gallo, Rizzo decise di assassinare i Carabinieri: due ore prima della mezzanotte, egli incaricò i suoi scagnozzi di far uscire dal reclusorio i segregati, legandoli insieme a coppie, per condurli al feudo Rigiulfo, a ridosso della contrada Bubonìa, ricadente nel territorio di Mazzarino.

Giunti nei pressi di una delle numerose “buche d’assaggio” caratteristiche di quel comprensorio ricco di miniere di zolfo, i prigionieri vennero liberati, denudati e falciati a raffiche di mitra e colpi di moschetto in sequenza, assistendo l’uno alla carneficina dell’altro; il Brigadiere spirò stringendo al petto una foto dei figli, con cui venne poi ritrovato.

Come ultimo atto di un così macabro rituale, i cadaveri furono gettati nella capiente fossa del diametro di tre metri per una profondità di quindici, orrido sepolcro di quei prodi, di cui per lungo tempo non si seppe più nulla.

Il velo del silenzio e dell’oblio su cotanta barbarie venne squarciato solo quattro mesi dopo, successivamente all’arresto, avvenuto a Catania, di uno degli esecutori materiali dell’eccidio, il bandito Giuseppe Milazzo che, sottoposto a stringenti interrogatori, confessò tutto e guidò gli inquirenti sul luogo della strage.

In memoria degli otto Carabinieri trucidati, il Comando Generale dell’Arma ha tributato loro un encomio solenne.

Nel 1996, la sezione dell’associazione nazionale Carabinieri di Bolognetta (PA), città nativa di uno dei martiri, appose, in memoria dei caduti, all’interno del cortile della caserma di Mazzarino, la lapide commemorativa riportante i nominativi dei militari trucidati presso la quale, nel corso della cerimonia, verrà deposta una corona di alloro dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.

Flipboard

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.