+++ COMPARTO SICUREZZA E DIFESA: IL PERICOLO CHE NESSUNO VI HA RACCONTATO +++

militari-ffooVi chiediamo scusa, vi abbiamo attirati qui con un trucco, si chiama Clickbait (o clickbaiting, tradotto “Esca da click”), ma è proprio di questo che vi vogliamo parlare,  perchè pensiamo che sia un argomento molto più importante di quanto comunemente si pensi, ed è per questo che – nostro malgrado – l’abbiamo usato. Soprattutto perché sta “infettando” in maniera preoccupante l’informazione dedicata al Comparto Sicurezza e Difesa. Vi chiediamo quindi di continuare a leggere, perché questo articolo parla di noi, anzi, parla ad ognuno di noi e dei pericoli a cui siamo sottoposti ogni giorno, che ci fanno diventare persone molto diverse da quelle che siamo in realtà, anche se siamo indotti a pensare di essere immuni da tali tipi di “influenze”.

Come riporta Wikipedia il clickbait «è un termine che indica un contenuto web il cui scopo è quello di attirare il maggior numero d’internauti, avendo come scopo principale quello di aumentare le visite a un sito per generare rendite pubblicitarie online».

«Generalmente il clickbait si avvale di titoli accattivanti e sensazionalisti che incitano a cliccare link di carattere falso o truffaldino, facendo leva sull’aspetto emozionale di chi vi accede. Il suo obiettivo è quello di attirare chi apre questi link per incoraggiarli a condividerne il contenuto sui social network, aumentandone quindi in maniera esponenziale i proventi pubblicitari».

Ma l’aspetto più socialmente pericoloso è che – come puntualizza in maniera precisa Wikipedia – «molti siti fanno pseudo-informazione narrando taluni fatti in maniera strumentale distorcendone la realtà».

Non ci vuole un quoziente intellettivo sopra la norma per comprendere che il clickbait è una vera e propria truffa nei confronti dei lettori, che affonda negli istinti più viscerali, di pancia, che anima grandi porzioni del lettore medio.

Le notizie “normali” vengono quasi ignorate, specie quelle che possiamo classificare come “positive” – nella più ampia accezione del termine -, quelle che raccontano al lettore semplicemente un “fatto”, privo delle verve scandalistica o sensazionalistica, lasciando al lettore la libertà di maturare un’opinione, qualunque essa sia.

Ma non finisce qui.

Il clickbait “divora” non solo il lettore a caccia di notizie sensazionali ma, sempre più spesso, coinvolge persino il giornalista più serio, più coscienzioso, che – suo malgrado – deve trovare per il suo articolo un titolo accattivante che spinga il cliccatore compulsivo ad aprire il link e – soprattutto – a condividerlo.

Così, anche un normale fatto di cronaca, viene presentato con un titolo urlato, sensazionale, tradendo in questo modo la fiducia del lettore al quale non viene data più la scelta (libertà) di distinguere il vero dal falso o, come accade più di frequente, il vero dal verosimile.

Sì perché, come accade sempre più spesso, non solo il titolo deve “catturare” il click del lettore considerato poco intelligente, ma si deve impostare l’articolo in modo tale da dare risalto (anche mentendo spudoratamente) ad aspetti che provochino indignazione, scandalo, allarme, e che spinga lo sfortunato (e passivo) lettore a condividere – in buona fede – quell’articolo anche se scritto su uno sconosciuto sito web privo della benché minima autorevolezza.

Ma il lavoro che c’è dietro questo preoccupante fenomeno è tutt’altro che improvvisato, anzi, è frutto di uno studio particolareggiato della psicologia umana applicata, però, in maniera da sfruttarne le debolezze. Il soggetto dello studio non è il singolo individuo ma l’intera massa sociale, accuratamente suddivisa e catalogata, in modo da “confezionare” il titolo dell’articolo e il contenuto esattamente alle esigenze di quella porzione di lettori.

Scusate, ma voglio essere brutalmente chiaro: avete presente l’espressione “parco buoi”? Con tale (dispregiativo) termine viene indicata la categoria di piccoli e medi risparmiatori che, improvvisatisi investitori, agiscono sui mercati mobiliari e finanziari e che, senza disporre a volte della necessaria preparazione, agiscono per lo più sull’onda emozionale creata ad hoc da individui smaliziati per sfruttarne le scarse capacità di analisi finanziaria. La locuzione “parco buoi” rappresenta quindi una metafora che accosta questa folla di improvvisati investitori ad una schiera di bovini in attesa, inconsapevoli di essere destinati al macello, mentre dietro di loro è già pronta una nuova generazione di capi di bestiame che andrà a sostituirli.

Ecco, nell’ambito della comunicazione social, il “parco buoi” è suddiviso in ragione del target che si vuole raggiungere. C’è la porzione di pubblico che reagisce alle notizie shock, anche le più bestiali e disumane; ci sono gli ultras integralisti, che vengono sollecitati da un articolo che racconta (o, più spesso, inventa) fatti o dichiarazioni di persone viste come nemiche o avversari (anzi, molto spesso spacciate come tali proprio per creare qualcuno o qualcosa verso la quale indirizzare la rabbia, la voglia – inconscia – di indignazione. Poco importa se il fatto raccontato sia, vero, verosimile o totalmente falso; il parco buoi reagisce esattamente come ci si aspetta: clicca e condivide, e il giro continua.

Il clickbait nel Comparto Sicurezza e Difesa

Come scrivevamo all’inizio dell’articolo, anche il nostro Comparto è stato preso d’assalto da pseudo siti di informazione che, in realtà, non hanno nessuna pretesa di autorevolezza, ma solo quella di visibilità pura e semplice. Come fanno?

Intanto si limitano a copiare articoli presi altrove, scandagliano la rete andando a caccia di notizie sensazionali (o spacciate come tali) che coinvolgano chiunque indossi un’uniforme. Attenzione, a loro non importa il lato umano o commemorativo di un dato evento, ma solo la capacità di indignazione o sensazione che è capace di provocare. Quindi se – ad esempio – un appartenente alle forze dell’ordine si suicida, a loro non importa raccontare il perché lo abbia fatto, magari approfondendo le dinamiche di una missione complessa che genera il burnout – argomento interessantissimo – quanto piuttosto provocare rabbia, indignazione. Per dirla tutta, chi spiattella in maniera sensazionale questi articoli non è minimamente interessato ad una funzione sociale dell’informazione quanto, piuttosto, al ritorno economico costituito dalle visite sul sito web. Potete starne certi, in questo genere di siti web non troverete mai notizie “normali” che mettano in risalto il (duro) lavoro quotidiano di chi indossa un’uniforme, a meno che non capiti una notizia dai contorni sensazionali o urlati.

E se non si trovano notizie che abbiano queste caratteristiche, come fanno gli imbroglioni del web? Semplice: prendono una notizia “normale”, inventano un titolo sensazionale (anche se di sensazionale non ha niente), distorcono un po’ la verità ed il gioco è fatto.

Quello che queste persone non riescono proprio a comprendere è che la “sensazionalità” di un soldato, di un carabiniere, di un marinaio, che la mattina si alzano ed indossano ognuno la propria uniforme, è proprio insita nella qualità della missione, nella complessità e nella pericolosità dello scenario nel quale sono chiamati ad operare, moltissime volte a rischio della vita.

Per questo motivo la nostra linea editoriale non cambierà, sforzandoci di raccontare la “normalità” del lavoro degli operatori del Comparto Sicurezza e Difesa, convinti che – rispetto a tanti altri, e rispettabili, lavori – è proprio la quotidianità dell’impegno ad essere “sensazionale”, nonostante qualcuno cerchi di ridurre il tutto ad una semplice opportunità di far soldi, trovando il modo per sfruttare un lavoro che, invece, merita ben altra e più alta considerazione ed apprezzamento.

Concludendo, se credete che le nostre preoccupazioni nel difendere un’informazione seria e rigorosa siano fondate, forse, per una volta, far girare questo articolo aiuterà tutti noi, e la condivisione sarà un piccolo aiuto nel diffondere la cultura della correttezza nella comunicazione social.

P.S.: sappiamo benissimo che, fortunatamente, non tutti sono così ingenui da finire nella rete degli imbroglioni del web, ma siamo anche consapevoli che il numero di coloro che si credono immuni da tali pratiche è pericolosamente alto, tanto da incoraggiare i “produttori” di notizie-spazzatura a continuare nei loro squallidi intenti.

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