La rivoluzione di Brunetta. Cambia tutto, cambia poco

brunetta3Dalle assenze agli stipendi, cosa (non) cambia per gli statali. Roma, 10 ott – Ieri il consiglio dei ministri ha approvato la riforma della pubblica amministrazione su cui sta lavorando da due anni il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. É la fine della prima fase di quella che Brunetta ha definito, nel titolo del suo ultimo libro, una “Rivoluzione in corso”. Lui la riassume così: “Questa riforma punirà i fannulloni e lo stipendio legato alla produttività verrà dato solo a quelli bravi. La pubblica amministrazione non sarà piu’ una palla al piede e la lotta all’assenteismo diventerà strutturale”. Vediamo punto per punto, con una premessa: la “r ivoluzione”, per ora, riguarderà quasi esclusivamente i dipendenti ministeriali, circa 500 mila persone.

PREMIARE I PIÙ BRAVI

Questo è il cuore della riforma e consiste nel dare più soldi (nella retribuzione accessoria) ai dipendenti più meritevoli rispetto a quelli meno produttivi. Solo il 25 per cento dei dipendenti di una amministrazione avrà diritto al trattamento accessorio massimo previsto dal contratto. Il 50 per cento dei dipendenti può sperare al massimo di averne la metà, per il 25 per cento dei dipendenti peggiori – i fannulloni – non ci sarà nulla. “Anche in passato si era cercato di premiare il merito, ma il problema era sempre stato nel passaggio dai principi generali alla loro applicazione. Questa volta, però, gli intenti sono affermati con maggiore veemenza”, dice il professor Carlo Dell’Aringa, della Cattolica di Milano, già presidente dell’Aran (l’agenzia che rappresenta lo Stato nei negoziati contrattuali con i sindacati dei dipendenti pubblici). “Il nodo cruciale – aggiunge Dell’Aringa – è individuare chi decide quali sono gli impiegati più meritevoli”. Nel piano di Brunetta questo compito spetta a una commissione che emana “le linee guida per adottare i modelli di valutazione”che dovranno essere applicate da un “organismo indipendente” all’interno della singola amministrazione e, in fondo alla catena, dai dirigenti che hanno il divieto esplicito di assegnare la retribuzione accessoria senza rispettare i criteri di meritocrazia. “É tutto affidato alla discrezionalità del dirigente”, dice Carlo Podda, della Fp-Cgil, sindacato dei dipendenti statali. La Cgil è scettica sul principio stesso di meritocrazia declinata nel salario differenziato perché “stimola un eccesso di competizione invece di incoraggiare il lavoro di gruppo”. Ma a prescindere da come saranno le fette del salario accessorio, Podda ricorda che la torta è sempre più piccola. Con la manovra triennale del 2008 – spiega il sindacalista – ci sono stati dei tagli poi parzialmente compensati da Brunetta che, alla fine, si sono tradotti in “una riduzione del 10 per cento delle risorse da distribuire”.

COME NEL PRIVATO

La “rivoluzione” prevede di accentuare ancora l’uguaglianza di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. C’è una parte corposa del piano varato ieri dal governo dedicata ai rapporti tra contratti collettivi nazionali e discrezionalità delle singole amministrazioni, il “collegamento tra performance amministrativa e contratti nazionali”. In pratica come e quanto potranno decidere i dirigenti delle singole amministrazioni senza consultare lo Stato. Questa è la parte meno definita del progetto di riforma: sia perché nell’immediato la “rivoluzione” avrà effetti solo per i ministeriali, ma anche perché non si può sfuggire ai vincoli di bilancio imposti dal centro finché non ci sarà il federalismo fiscale e ogni regione, provincia e comune risponderà delle proprie spese. “Sono molto curioso di vedere come verrà dipanata questa matassa: quale ruolo avrà il ministero nell’individuare le amministrazioni più virtuose? Ci sarà la volontà politica di sanzionare quelle che non lo sono?”, si chiede Dell’Aringa.

I FANNULLONI

La scorsa settimana Brunetta aveva ammorbidito i regolamenti sulle assenze – come si era impegnato a fare – per evitare di colpire chi si assenta per donare il sangue o per terapie oncologiche. Ma la “rivoluzione” non abbandona la linea dura contro i fannulloni: chi presenta falsi certificati medici o false attestazioni di presenza va incontro a “licenziamento disciplinare e obbligo di risarcire il danno”. Niente di nuovo, commenta Podda, “la licenziabilità del dipendente pubblico è stata introdotta con gli accordi del 1992, la responsabilità dei licenziamenti è del dirigente che deve prima avviare un procedimento disciplinare”. Per controllare le assenze gli strumenti sono quelli di cui si è discusso molto nei mesi scorsi: obbligo di certificazione da parte del medico, invio del certificato via internet all’Inps e controlli a domicilio anche per un solo giorno di assenza (le fasce orarie di reperibilità, quelle in cui bisogna farsi trovare in casa dal medico, sono tornate quelle tradizionali, non più l’intera giornata). Il paragrafo che ha fatto sobbalzare i medici è quello dedicato ai “complici” (testuale) del fannullone. La “rivoluzione” prevede l’introduzione di “specifica fattispecie di reato” per il dipendente assenteista e per il medico. Quest’ultimo rischia anche la “radiazione dall’albo professionale e, se dipendente o convenzionato con il servizio sanitario nazionale, licenziamento o decadenza della convenzione”. In pratica il ministro o una procura si troverà a scavalcare gli ordini professionali dei medici che dovrebbero decidere in autonomia chi radiare. “É evidente che il governo ha due pesi e due misure – commenta un medico di famiglia – fa lo scudo fiscale per gli evasori e attacca i medici minando il rapporto di fiducia con il paziente. É un dato di fatto che molte assenze sono giustificate da malesseri che il medico certifica basandosi sulla buona fede del paziente, dai dolori mestruali alle emicranie”. Tradotto: se un ministeriale ottiene un certificato per l’influenza e poi va comunque al mare, il medico diventerebbe “complice” di un reato. E rischierebbe il licenziamento. (Ste.Fel. – Il Fatto Quotidiano)Aggiungi commento

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