LA POLITICA ESTERA ITALIANA ALLA PROVA DI SOMALIA E YEMEN

Roma, 30 giu – (di Luca De Fusco) – E’ di poche settimane fa l’annuncio da parte del Ministro degli Esteri Frattini che l’Italia intende riaprire la propria ambasciata in Somalia oltre ad erogare assistenza per l’addestramento della polizia e delle forze armate locali. A conferma del fatto che l’Italia fa sul serio in politica estera è giunta notizia dallo Yemen pochi giorni fa che è stato iniziato in quel paese da Finmeccanica un progetto che completerà un complesso sistema radar destinato al controllo delle coste per un totale di 450 km tra il Mar Rosso e l’Oceano indiano. Si precisa che sarà utilissimo per prevenire gli attacchi dei pirati sui quali l’opinione pubblica mondiale viene quotidianamente informata.
Si tratta di importanti novità, certamente positive per la presenza italiana in quella regione, improntate alla giusta considerazione di paesi amici.
Ma ci sono altri fattori da considerare e da portare all’attenzione dell’opinione pubblica italiana, composta in gran parte di contribuenti fiscali, per giustificare spese non indifferenti (circa 20 milioni in credito di aiuto, stanziati dal 2004, per il sistema radar in Yemen e una cifra ancora da quantificare per le iniziative in Somalia).
La conoscenza di fatti e situazioni di cui la stampa si occupa non sempre in modo completo e organico è essenziale per valutare la fondatezza di iniziative economiche, in particolare di quelle che comportano uso di fondi pubblici.

In Somalia, il Governo Federale di Transizione , TFG, ha chiesto giorni fa un aiuto militare urgente ai paesi vicini, coordinati nell’organismo regionale dell’IGAD, per tentare di arginare l’offensiva di formazioni integraliste, soprattutto al-Shabaab e Hesb-al-Islam, i cui attacchi nelle ultime settimane hanno causato la morte del ministro della difesa, del capo della polizia, nonché di alcuni funzionari, capi-clan tradizionali e giornalisti considerati ostili. Questo in un crescendo di violenze e sopraffazioni nei confronti dei civili con amputazioni di arti e lapidazioni , distruzioni di tombe di santi locali compiute inneggiando alla Sharyya islamica. Segnale truce e inequivocabile che esiste ed è diventata egemone nello schieramento integralista una componente asiatica estranea al sufismo mistico a cui aderiscono la maggior parte dei somali. Al-Shabab in particolare si differenzia in molti aspetti dal contesto locale. E’ dichiaratamente wahabita, e questo suffraga le accuse di essere una emanazione di al-Qaida. Inoltre ha una struttura di setta a compartimenti stagni di cui la base ignora volti e nomi dei capi e che si basa su SMS per impartire sia ordini interni che minacce e ultimatum nei confronti di avversari all’esterno.

Con il palese obiettivo di erodere l’appoggio di cui godono gli integralisti, anche il TFG ha da tempo dichiarato di osservare la Sharyya della quale esistono chiaramente divergenti interpretazioni.

Se già nella Somalia degli anni ’90 erano stati segnalati militanti stranieri, esistono ora conferme da più fonti di un numero decisamente più alto di militanti, soprattutto pakistani e afghani, la cui consistenza numerica è aumentata dopo che l’esercito pakistano ha iniziato gli attacchi nelle aree tribali del North Western Frontier Province ,NWFP, disperdendo diverse formazioni di orientamento filo Taliban. Attualmente sarebbero non meno di 1000 i militanti stranieri presenti nella parte meridionale della Somalia, quella maggiormente interessata dal conflitto. Il loro maggiore esperto di esplosivi sarebbe un certo Abu Mansour al-Amriki (l’Americano, di soprannome) a cui si attribuisce la paternità di attentati molto ben congegnati in zone urbane. Altra novità non africana è l’uso sempre più comune di attentatori suicidi di cui gli al-Shabaab hanno annunciato di aver costituito diverse unità. L’impatto di pratiche violente ha dato luogo a reazioni ostili da parte di molti somali che pure avevano bene accolto in passato l’insediamento delle Corti Islamiche. Ciò riproduce situazioni abbastanza tipiche dei gruppi integralisti i quali plaudono a unità e fratellanza ma si dividono poi su linee etniche e culturali ad iniziare dall’atteggiamento nei confronti dell’alcool e delle donne. Divergenze di questo tipo hanno causato scontri sanguinosi nel NWFP pakistano tra militanti pashtun e uzbeki negli ultimi anni. A maggior ragione, in un paese africano, anche se totalmente musulmano, la lapidazione di una ragazza tredicenne accusata di adulterio e la doppia amputazione (mano destra, piede sinistro) di adolescenti accusati di piccoli furti possono solo creare reazioni di rifiuto da parte dei locali. Nella città di Brava le distruzioni di tombe di santi locali hanno dato origine alla Ahlu Sunna, una organizzazione di resistenza armata dei locali abitanti sufi, che in più occasioni ha sconfitto al-Shabab.

Per ora la richiesta di aiuto del TFG non ha determinato invii di truppe poiché tutti i governi della regione temono di rimanere intrappolati in un conflitto che potrebbe rivelarsi costoso e sanguinoso. Non convince la situazione dei 4300 militari ugandesi e burundesi che, sotto l’egida dell’Unione Africana si trovano in Somalia da oltre un anno e che furono inviati a richiesta dell’amministrazione Bush quando sembrava che il peggio fosse passato. Essi hanno un mandato di peace-keeping e quindi non sono utilizzabili per contrastare attivamente gli integralisti.
Gli etiopici, che avevano in Somalia forze consistenti con ampio mandato si sono ritirati dall’inizio del 2009 dopo aver contribuito in modo determinante alla sopravvivenza del governo ma al prezzo di circa 800 uomini nei due anni di presenza. Essi lasciano un numero limitato di consiglieri militari a disposizione del TFG ma da Addis Abeba il presidente Melles Zenai ha chiarito che un nuovo intervento militare sarà concepibile in futuro solo con un chiaro mandato multilaterale. L’Etiopia si dibatte tra la preoccupazione per un rafforzamento integralista ai confini con la sua provincia etnicamente somala dell’ Ogaden e il disagio di essere nuovamente additata come mera esecutrice di piani concepiti sulle scrivanie di Washington.

Il Kenya, che ha tuttora una difficile situazione interna in seguito alle violenze post elezioni del 2008 e ha da tempo a che fare con una presenza di al-Qaida che fomenta la minoranza somala nel Nord, ha già ammassato forze consistenti al confine con la Somalia. Per il momento esse controllano il flusso dei profughi che è ripreso con forza negli ultimi mesi facendo rifiorire il contrabbando di armi destinate alle mafie locali e agevolando l’ingresso di militanti che, una volta varcato il confine, si occultano nelle zone abitate da somali.

Nessun altro paese ha la possibilità di inviare reparti militari. Fa eccezione in senso opposto l’Eritrea , paese membro dell’ UA e dell’ IGAD, che nonostante gli ultimatum dei paesi partner, prosegue imperterrita a far affluire al campo integralista armi e rifornimenti resi disponibili da donatori privati di diversi paesi arabi. Almeno una parte di questi sono ben noti ai servizi USA ma sembra che essi godano tuttora di immunità acquisite durante la Guerra Fredda poiché non risulta che sia stata presa alcuna misura di interdizione nei loro confronti. Come ai tempi della smobilitazione degli arabi “afghani” quando voli speciali della compagnia aerea yemenita efficientemente rimpatriarono dal Pakistan migliaia di “mujahidiin” di origine yemenita e saudita, è verosimile che una analoga operazione sia stata realizzata per trasportare dal Pakistan e dall’Iraq militanti integralisti trovatisi in difficoltà.
Per controbilanciare gli aiuti materiali che il governo di Isayas Afawerki fa pervenire agli integralisti, gli USA hanno fatto pervenire in forma ufficiale al TFG somalo aiuti militari per 10 milioni di dollari negli ultimi giorni.

Il caos in cui versa una parte importante della Somalia, da cui si salvano di poco le due zone semiautonome del Puntland, al centro, e del Somaliland (la parte ex britannica, al Nord) potrebbe rivaleggiare nel futuro prossimo con quello che sta affiorando nel vicino Yemen.

Il mondo se ne ricorda solo quando qualche turista europeo viene rapito o ucciso ma lo Yemen è terra d’origine di moltissimi mujahidiin ed è il luogo dove essi aspirano a recarsi. Un comunicato di al-Qaida diramato sul Web nel Marzo 2008 raccomandava a tutti i mujahidiin in difficoltà, anche quelli di altre nazionalità, di recarsi senza indugi in Yemen. Indice delle difficoltà crescenti che il movimento incontrava in Iraq e in Pakistan, questo dovrebbe essere occasione di riflessione per gli esperti del settore, diplomatici o analisti che siano, sui possibili sviluppi della situazione yemenita prima di raccomandare investimenti e aiuti a fondo perso.

Delle diverse componenti musulmane dello Yemen quella sunnita è da lungo maggioritaria ma l’egemonia politica è stata storicamente degli zeidi, una branca dello sciismo. L’integralismo vi è stato importato da sunniti emigrati in Arabia Saudita e colà avvicinatisi alla confraternita musulmana wahabita avversaria degli zeidi. Questi ultimi sono impermeabili all’influenza di tutto ciò che è associato all’Arabia Saudita innazitutto perché definiti eretici. In secondo luogo perché gli imam zeidi hanno combattuto per secoli sia i turchi che i sauditi, popoli sunniti entrambi. L’accordo sui confini con l’Arabia saudita è stato siglato solo pochi anni or sono dopo lunghe trattative.

L’orrendo crimine consumato giorni fa in una località del Nord Yemen (Saada) contro tre infermiere straniere porta la firma inconfondibile dell’estremismo wahabita in versione al-Qaida ed è riconducibile alla sua visione razzista. Particolare da non sottovalutare, essa è stata perpetrata a breve distanza del discorso conciliante di Barack Obama al Cairo che è stato accolto in tutto il mondo musulmano con estrema soddisfazione. Al-Qaida, come altre volte in passato, doveva al più presto dimostrare di esistere e di poter colpire.
Altrettanto lampante è il meschino tentativo del portavoce governativo di attribuirne la paternità ad elementi zeidi maggioritari da sempre nella zona. Quello che andrebbe detto, anche da parte dei diplomatici accreditati nel paese, che non dovrebbero nascondersi sempre dietro frasi sibilline per non irritare il governo “ospite”, è che da molti anni elementi noti come fiancheggiatori di al-Qaida vengono utilizzati dal governo in carica (eletto) per compiti sporchi che i regolari non sanno o non vogliono fare come il piazzare IED nelle comunità zeidi e assassinare personaggi politici scomodi.
La piccola guerra in atto dal 2004 tra insorti zeidi e il governo ha prodotto alcune migliaia di morti, decine di migliaia di deportazioni, e diffuse distruzioni da bombardamenti. Tuttora migliaia di cittadini zeidi sono incarcerati preventivamente in precarie condizioni ambientali. In stridente contrasto con lo status privilegiato di cui godono noti assassini di al-Qaida che, quando vengono arrestati per le pressioni internazionali, riescono a evadere in circostanze strane e ad occultarsi in zone protette.

Al-Qaida gode di una notevole popolarità tra la popolazione yemenita come è stato subito evidente in seguito all’attentato kamikaze che ha semi distrutto nel porto di Aden la nave militare USA UssCole nel 2001, evento accolto con lazzi e barzellette. Sostenitori di al-Qaida sono ben presenti in tutto l’apparato statale e non sorprende quindi che il paese sia raccomandato come un rifugio sicuro.
Omertà di clan e protezione politica hanno consentito a migliaia di mujahidiin smobilitati in Afganistan di stabilirsi nello Yemen del Nord circa vent’anni fa. Nel ’94 in occasione della guerra tra Nord e Sud molti di essi misero le loro competenze belliche al servizio del presidente Ali Abdallah Salah e dopo la sconfitta del Sud laico ebbero la possibilità di trasferirvisi in massa. Vi ebbero la mano libera per diversi anni dedicandosi alla distruzione e ai saccheggi di bar, di scuole, di fabbriche, alle intimidazioni nei confronti della popolazione che da decenni non vedeva una donna velata. L’enorme progresso tecnico e sociale del Sud venne sistematicamente cancellato e tutti i settori economici lucrosi privatizzati e assegnati a fedeli del presidente.

Per alcuni anni lo sfruttamento del petrolio, seppur presente in quantità modeste, ha assicurato crescita economica ed espansione dei consumi nonostante un incremento demografico del 4% ma dal 2003 il calo della produzione, dovuto anche alla estrema insicurezza delle zone rurali, ha dato luogo ad un’economia stagnante con la disoccupazione che supera il 35% e ad una povertà diffusissima.
Le prospettive di importanti giacimenti di gas sono condizionate dalla creazione di un impianto di liquefazione realizzabile solo con ingenti aiuti esteri. Ma il pericolo incombente sul paese è il rapido esaurimento delle falde idriche sfruttate in gran parte per irrigare le piantagioni di Qat, un debole narcotico utilizzato da gran parte della popolazione. Il problema è stato quantificato da anni e le autorità sono state messe di fronte alla prospettiva di dover dissalare acqua marina per compensare il deficit ma non è stato fatto nulla. All’approssimarsi dell’ora X sono divenuti frequenti nelle zone rurali gli scontri a fuoco per il controllo dei pozzi. Non è certo rassicurante constatare che la popolazione dispone di armi automatiche per più di un pezzo a testa. Senza contare tank e artiglieria in possesso di capi tribali, leader politici , ecc.

Negli ultimi mesi, l’impoverimento e la discriminazione hanno determinato sommosse ad Aden e dintorni. Ancora una volta con il consueto doppio metro governativo è stato usato il pugno di ferro con i dimostranti. Vi sono ora segni premonitori di una attività armata sistematica contro il governo di Sanaa ad opera probabilmente di una “rete” di nostalgici del defunto regime socialista che può contare su depositi di armi occultate prima della sconfitta del ’94.

Per anni il presidente yemenita si è abilmente destreggiato evitando che i conflitti latenti esplodessero. Ora gli effetti combinati della crisi internazionale ed interna sono divenuti difficilmente evitabili e il governo di centrale di Sanaa rischia di rimanere schiacciato tra due, per iniziare, rivolte armate. L’arrogante presenza di al-Qaida non può essere un aiuto per risolvere problemi interni come accadde nel passato. Ora, al contrario, può solo esacerbare le tensioni.
Esiste certamente un coordinamento tra le forze dei mujahidiin in Yemen e Somalia, rese possibili oltre che dalla breve distanza via mare anche da legami familiari creati dalla diaspora yemenita, ed essi cercheranno di trarre il massimo vantaggio dalla situazione.. Considerati gli appoggi di cui godono finora è chiaro che la loro sconfitta definitiva è ancora molto lontana.

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