Annunci di carta: la Casta s’indigna, ma non si taglia

casta-manifestazioneDai bilanci dei gruppi ai rimborsi elettorali, dai vitalizi alle indennità: promesse urlate ma non mantenute. Roma, 25 set – (di Fabrizio d’Esposito) Assecondare e seguire l’onda dello sdegno e della rabbia popolare. A parole. L’essenziale, per la Casta, è annunciare. Poi si vedrà. A cicli ormai regolari, gli scandali della mala-politica generano un flusso verbale della politica che vuole “autoriformarsi”, addirittura rinunciare ai soldi pubblici di multiforme provenienza, dai rimborsi elettorali ai vitalizi. I fatti, però, dove sono?L’ultima, clamorosa finta dei partiti riguarda il copioso fiume di danaro ai gruppi parlamentari. Galeotto, ovviamente, l’incredibile caso della regione Lazio. In barba a tutte le centinaia di promesse di “trasparenza, trasparenza, massima trasparenza”, tra Palazzo Madama e Montecitorio si sta consumando la guerra dell’autodichia. Che cosa è, l’autodichia? È il principio dell’auto-giurisdizione degli organi costituzionali. E così, in nome dell’autodichia, al Senato non vogliono bilanci online e certificati da società esterne. Sergio Rizzo se n’è occupato ieri sul Corriere della Sera. Bilanci segreti su 22 milioni di euro ai gruppi. La politica, però, ha risposto ancora una volta con l’annuncio di voler provvedere presto. Strepitoso il titolo di un’agenzia di stampa: “Bilancio gruppi: Senato pensa a trasparenza”.

Per l’occasione il pensatore che promette si chiama Paolo Franco ed è della Lega, partito decimato nei sondaggi dal caso Belsito. Dice Franco: “Nel solco dell’orientamento già manifestato con la decisione di accogliere l’ordine del giorno, sono certo che il principio della rendicontazione e della pubblicità sarà presto introdotto nell’ordinamento dell’assemblea parlamentare”. Il senatore leghista fa riferimento a un ordine del giorno approvato il primo agosto scorso. Nello stesso giorno, però, venne anche bocciato un odg per la trasparenza e la pubblicità. Sono gli intrugli della Casta. Anche alla Camera si è verificata la stessa storia. Controlli esterni prima bocciati poi introdotti. Oggi il voto decisivo a Montecitorio. In merito ai controlli, però sui partiti, va segnalata una veemente uscita di Pier Ferdindando Casini nel febbraio scorso. Allora, l’onda da cavalcare era lo scandalo di Luigi Lusi, tesoriere della defunta Margherita poi finito in carcere. L’Udc proclamò di volere bilanci trasparenti per tutti con l’intervento della Corte dei conti. Da quando, nel 2007, è uscita la prima edizione della Casta di Rizzo e Stella, la Seconda Repubblica si è riformata solo in titoli, sommari e occhielli di giornali oppure nella propaganda televisiva. Limitando il perimetro della ricerca al governo tecnico si scopre che tutti sono scesi in campo per tagliare i fondi alla politica. Il primo è il capo dello Stato Giorgio Napolitano. In primavera quando il Movimento 5 Stelle ha fatto boom nelle urne amministrative, l’allarme per “l’autoriforma della politica” è scattato finanche al Quirinale. Ma già prima, con l’affaire del tesoriere leghi-sta Francesco Belsito, il Colle era preoccupato. Dal Sole 24 Ore del 5 aprile: “Napolitano: ora una legge per partiti più trasparenti. Il capo dello Stato chiede un’iniziativa del Parlamento”. Gianfranco Fini, presidente della Camera e terza carica dello Stato, segue a ruota. La Repubblica del 17 aprile: “La politica balla sul Titanic dimezzare subito i rimborsi”. Fini immagina uno scatto di reni di cui a oggi non si ha notizia: “Qui si balla sul Titanic, se vogliamo restare in clima da centenario del naufragio. Serve uno scatto di reni”. Da film della migliore commedia italiana questo titolo della Stampa del 10 aprile: “Soldi ai partiti: ‘Domani si cambia’”.

Un evento. Deciso in questo modo: “Vertice telefonico tra Alfano, Bersani e Casini”. È commovente immaginarsi i tre segretari collegati tra di loro in viva voce sancire solennemente la svolta. Sette giorni dopo, però, la Repubblica dà conto di quest’altra decisione dei tre segretari di ABC, l’acronimo della strana maggioranza che sostiene il governo di Mario Monti: “Drammatico cancellare i fondi ai partiti. Il no di Alfano , Bersani e Casini”. Meglio dimezzarli.

Per la cronaca, il sì ai tagli arriva il 24 maggio. Con questo sunto del Corriere della Sera, il 25: “Rimborsi ai partiti, primo sì ai tagli. Ma si dimezzano solo per quest’anno. Via libera con mal di pancia bipartisan e molte assenza nel Pdl”. Votano contro Idv e Lega che invece chiedono l’azzeramento. Il dimezzamento è da 182 a 91 milioni di euro. Travestito da rimborso elettorale, continua a vivere il principio del finanziamento pubblico ai partiti, nonostante il referendum che lo bocciò nel 1993. Il Pd è uno dei più fieri sostenitori del dimezzamento, con dichiarazioni grottesche. Dal Corriere della Sera del 25 aprile: “Rimborsi, la proposta Pd ‘Vanno dimezzati subito, la politica tiri la cinghia’”. Con la bellezza di 91 milioni di euro. Salute. Chi invece non ha le idee chiare è il segretario del Pdl Angelino Alfano. Con i colleghi segretari dell’inciucio vara il taglio a metà, ma il 10 aprile rilascia un’intervista al Corriere della Sera. Titolo: “Alfano: alle forze politiche contributi con il meccanismo del 5 per mille”. Ancora: “Ci stiamo lavorando, dobbiamo fare presto, prestissimo e bene”. Concetto diverso il 22 aprile sul Giornale amico: “Alfa-no spiazza l’antipolitica : ‘Rinunciamo ai finanziamenti’”. L’enfasi è d’obbligo: “La mossa del segretario Pdl e di Berlusconi: ‘Primo partito ad azionariato popolare e senza denaro pubblico’”. Chissà che fine ha fatto il progetto? Sempre dal Giornale, ampio spazio il 21 aprile alle promesse di un altro grande annunciatore: Renato Schifani, presidente del Senato e seconda carica dello Stato. Il quotidiano di Sallusti offre una versione dura, quasi violenta dello sdegno di Schifani: “E Schifani bacchetta i partiti: ‘Regole certe sui soldi pubblici’”. Ovviamente il presidente del Senato si premura di chiedere “un percorso veloce che veda la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti. Il Parlamento fissi regole e principi affinché il denaro pubblico venga utilizzato solo per fini elettorali e politici”. Sono passati cinque mesi dal “percorso veloce” e il Parlamento ancora resiste ai controlli esterni.

Fini e Schifani si sono mossi anche in coppia, all’unisono. Dal Messaggero del 12 dicembre 2011: “Parlamentari, Fini e Schifani ‘Tagliamo subito gli stipendi’”. Anche qui, il richiamo è legato a un verbo di velocità: “I presidenti delle Camere accelerano: osserveremo il rigore”. Magari, nel frattempo, avranno istituito anche un punto permanente di osservazione del rigore. Declamano i due: “Come dimostrano anche le recenti decisioni autonomamente assunte dal Senato e dalla Camera, sulla nuova disciplina dei vitalizi, il Parlamento è pienamente consapevole dell’esigenza di dar vita ad atti esemplari”. Dopo quasi dieci mesi, la politica è sempre “pienamente consapevole” dei tagli da fare. L’importante è che non li faccia a sua insaputa, come Scajola. (Il fatto Quotidiano)

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