Gli sviluppi nello Yemen. Al Qaida: sì, ma quale?

taliban-fightersAl Qaida si è divisa almeno in due fazioni sulla base di considerazioni politiche divergenti. Roma, 4 gen – (di Luca De Fusco) La notizia più importante di questo periodo riguardo alloYemen proviene, singolarmente, da Londra. Il primo ministro Brown ha indetto una conferenza per discutere la situazione del paese invitando i paesi alleati per fine Gennaio.
Inoltre nel giro di poche ore la gran Bretagna segue a ruota gli USA chiudendo l’ambasciata a Sanaa a tempo indeterminato. Sono segnali inquietanti di preparativi di guerra che non fanno presagire nulla di positivo. D’altra parte nessuno degli eventi delle ultime settimane riconducibili al terrorismo di al-Qaida e alleati si è verificato senza molteplici segni premonitori. Gli inglesi da parte loro, con un passato coloniale di 130 anni nello Yemen, ne seguono gli sviluppi con cognizione ed assumono l’iniziativa dopo altre dieci anni di insuccessi americani in quel paese.
 

E’ noto da tempo, esattamente dal ‘90, che migliaia di mujahidiin smobilitati dall’Afghanistan, sono stati accolti in Yemen a braccia aperte e poi in gran parte  cooptati nelle forze armate e nei servizi di sicurezza. Questo  si spiega con una simpatia politica da parte del potere yemenita, rafforzata dal fatto che in stragrande maggioranza si trattava di cittadini yemeniti o discendenti di yemeniti emigrati in Arabia Saudita e in altri paesi della Penisola. L’ospitalità tradizionale ha fatto il resto. La notizia, quindi, che le sezioni saudita e yemenita si sono unificate costituendo quello che gli esperti hanno battezzato AQAP (Al Qaida in the Arabian Peninsula) è una novità relativa. Il motivo principale dietro il trasloco di molti mujahidiin verso Sud è che le autorità saudite hanno negli ultimi anni colpito duramente l’organizzazione sul loro territorio mettendo in atto, con intelligenza, contrasto militare combinato con la rieducazione ideologica dopo essersi assicurate il supporto delle autorità religiose. Il risultato, del tutto prevedibile, è stato che i duri e puri sopravvissuti hanno deciso di rifugiarsi nelle strette vallate yemenite dove possono contare su parenti e schiere di sostenitori.

Ma la novità che viene costantemente ignorata nei comunicati ufficiali è che al Qaida si è divisa almeno in due fazioni sulla base di considerazioni politiche divergenti. Quindi, oltre alla componente lealista appoggiata dal governo di Ali Abdallah Saleh e ad esso riconoscente al punto di dare spesso una mano nella eliminazioni di avversari, esiste ora una componente insurrezionalista che considera il governo un fantoccio degli Usa da abbattere. Questo sembra riflettere l’influenza di un imam di origine giordana, tale al-Makdissi , e par di capire che questa componente sia concentrata nell’ Est , ossia l’ Hadramaut, terra di origine della famiglia dei bin Laden. In questa zone, infatti, le forze governative sono già state attaccate ripetutamente.

umar_abdulmutallabQuanto alla strategia degli attentati, al PETN (Pentanitrato di tetraeritrite, esplosivo inodoro, difficile da rilevare, trovato anche sul giovane attentatore nigeriano), esistono precedenti sottovalutati. Infatti , lo scorso Agosto, il principe Muhammad bin Nayef, vice ministro agli Interni dell’Arabia Saudita è scampato a un’attentato da parte di un giovane rientrato dalla Yemen professatosi un membro di AQAP pentito che desiderava ardentemente ringraziarlo per il perdono accordatogli, dopo essere filtrato senza problemi nei sistemi di controllo. Il principe se l’è cavata con lesioni lievi, l’attentatore non si sa, ma gli investigatori hanno determinato che l’esplosivo PETN era stato occultato con le stesse modalità messe in atto recentemente sul volo per Detroit.
L’esistenza in Yemen di una  al-Qaida antigovernativa spiega molto bene perché le autorità sono divenute prontamente disponibili a collaborare con gli Usa.
Questo soprattutto perché, per il governo presieduto da Ali Abdalah Saleh, le minacce insurrezionali sono ora diventate almeno tre.

Oltre alla rivolta armata degli Houthi, uno dei principali clan sciiti nell’estremo Nord e alla  minaccia secessionista del Sud, ex Repubblica Popolare, anche una componente ostile di al-Qaida con buone possibilità di trovare seguito tra la maggioranza sunnita della popolazione, rappresenta una minaccia senza precedenti con il pericolo di provocare una conflagrazione regionale in grado di coinvolgere anche il Corno d’Africa, partendo dalla Somalia.

Gli Houthi sono in rivolta dal 2004. Mentre sono finora oscuri i motivi di natura religiosa, se esistono, è evidente e dichiarato che essi intendono reagire alla crescente marginalizzazione della loro comunità che occupa l’area più derelitta e impervia di un paese povero di risorse. La loro lotta ha assunto all’inizio sbiaditi connotati religiosi con generiche invettive  contro i “corrotti”, una definizione che si adatta bene sia ai governanti di Sanaa che agli odiati sauditi oltre confine. Nonostante  eccessi verbali anche contro gli americani e Israele, non esiste però prova alcuna di attentati contro individui o interessi di paesi occidentali e neppure contro la sparuta minoranza ebraica. Ma le questioni  dottrinali non devono essere sopravvalutate; quello che hanno portato gli Houthi zeydi all’esasperazione sono  le normative sempre più stringenti , sia in Yemen che in Arabia Saudita, che hanno colpito le loro consistenti attività di contrabbando di alcolici, armi, emigranti clandestini e, da qualche anno, anche di gasolio. La questione Houthi si intreccia con la religione perché la shariia islamica non include il contrabbando tra i reati penali né vieta il possesso di armi, indispensabili a gente ossessionata da faide secolari. Pertanto gli editti del governo centrale in materia, coordinati con analoghe misure da parte saudita, minano sia la principale fonte di reddito che l’istinto di sopravvivenza di poverissimi il cui reddito pro-capite è un decimo del corrispettivo saudita. Il contrabbando esiste da lungo tempo ma ha assunto una consistenza decisiva per le entrate delle comunità della zona da quando le rimesse degli emigrati sono state drasticamente ridotte dopo il reimpatrio nel 1991 di un milione di yemeniti, nerbo del settore costruzioni, rimandati a casa in ritorsione alle posizioni filo-Saddam assunte dal governo yemenita.
Dal punto di vista militare è evidente che gli Houthi, in cinque anni, hanno fatto molti progressi e risulta che essi abbiano rispolverato le tattiche delle guerra di montagna. Attualmente essi costruiscono fortificazioni, anche scavate nella roccia, e hanno imparato a confezionare IED. Imbaldanziti, hanno portato lo scontro in territorio saudita anche se non è chiaro se sia stata iniziativa loro o risposta ad attacchi dei sauditi. Comunque sia, i sauditi hanno invaso lo Yemen e bombardato ripetutamente la zona di Saada. Non sorprende che essi siano ora accusati di aver fatto decine di vittime tra i civili.
Meno chiaro è il ruolo giocato dagli americani. Fonti militari ammettono di aver fornito informative al governo yemenita nel contesto della collaborazione contro al Qaida. Gli Houthi accusano l’aviazione americana di averli bombardati con aerei e testimoni oculari confermano l’impiego di Predator e missili Cruise ma non è chiaro se dove fossero diretti realmente contro covi di al Qaida oppure contro i più temuti Houthi.

Attualmente è ben chiaro chi siano i nemici degli Houthi: innazitutto il governo centrale di Sanaa , i sauditi che lo sostengono, ma anche la  componente “lealista” di al-Qaida composta da militanti anziani, veterani dell’Afghanistan che hanno appoggiato le forze regolari. Il presidente Ali Abdallah ha seguito per molti anni la tattica di “divide et impera” ponendo le tribù o frazioni di esse una contro l’altra. E gli Houthi rappresentano uno dei clan più influenti della componente  zeydi-sciita di cui anch’egli fa parte anche se con un rango inferiore.

yemen1E’ meno chiaro, invece, chi siano i sostenitori  degli Houthi.  I governi yemenita e saudita accusano da tempo l’Iran di collusione e forniture d’armi ai ribelli  e hanno annunciato il pattugliamento delle costa sul Mar Rosso ma non esistono conferme attendibili ed è risaputo che nel governatorato di Saada, estremo Nord dello Yemen, esistono enormi stock di armamenti terrestri da cui gli Houthi, isolati in zone montagnose lontano dalla costa, potrebbero rifornirsi per anni a venire.
Inoltre risulta da Youtube che gli Houthi usano armi pesanti catturate ai governativi e che ricevono frotte di nuovi combattenti, il che non stupisce data l’abbondanza di  uomini addestrati alle armi e ostili al governo dello Yemen. Ma sono probabili  contatti con singoli ayatollah iraniani, per cui è prassi normale prendere iniziative internazionali senza necessariamente coinvolgere il governo centrale, come accade normalmente nei confronti degli sciiti irakeni. Il settarismo non va comunque sopravvalutato. Anche molti sunniti ammirano la scelta di lotta degli Houthi

E’ verosimile che i  governi yemenita e saudita diramino dichiarazioni omogenee, per convincere gli americani ad intervenire, prima che la situazione precipiti per il dilagare della sollevazione in territorio yemenita. Nel contesto dei paesi musulmani l’opinione pubblica segue e in gran parte simpatizza con i giovani iraniani che sfidano l’autoritarismo di regime ma anche gli Houthi, rudi montanari, riceveranno un dividendo soprattutto se saranno provate azioni ostili degli Usa nei loro confronti. Potrebbero rivelarsi un detonatore lento ma inesorabile che il machiavellico presidente Ali Abdallah sta maneggiando con imperizia. L’intervento dei sauditi, considerati ricchi e arroganti, e per questi motivi invisi ai loro vicini potrà solo suffragare le accuse degli Houthi, soprattutto se essi riusciranno ad inchiodare i loro attaccanti in una guerra di montagna rievocante la carneficina degli anni ’60 tra monarchici e repubblicani.

YEMEN6La sollevazione di orientamento secessionista nelle regioni del Sud si è molto estesa nelle principali città dove si sono verificate imponenti dimostrazioni contro il governo. Il malcontento è causato dal degrado delle zone urbane, create in prevalenza durante il lungo periodo di presenza britannica, dall’abuso di potere da parte della burocrazia accuratamente composta da settentrionali, dalla corruzione e dall’invadenza religiosa. Il tutto esacerbato dalla drastica diminuzione della produzione petrolifera e, come ovunque del resto, dalla crisi economica mondiale.
Nelle zone rurali, eminentemente tribali e zeppe di armi, gli scontri sono stati violenti e nelle cronache ricorrono i nomi degli stessi luoghi entrati nella storia in seguito alla guerra indipendentista degli anni ’60 ( monte Radfan).
L’unità contro il Nord sembra essere l’unico collante che tiene insieme componenti disomogenee e non sembra ci sia una gran coordinamento. La personalità di maggior spicco è al-Beidh, l’ex presidente del Sud rientrato l’anno scorso dall’Oman dove si era auto esiliato. Ma anche il Sud, nonostante l’estrema modernità raggiunta dalla zona di Aden durante l’amministrazione inglese, non è esente dal frazionamento tribale che ha portato, nel ’94, alla fine della Repubblica Popolare, l’unico centro di nazionalismo laico nel mondo arabo.

Lo Yemen ha buone possibilità di diventare un nuovo Afghanistan a cui è abbastanza affine per geografia e struttura sociale. Anche qui, negli ultimi cento, anni tre potenze straniere hanno fatto i bagagli. I turchi dal Nord nel 1910, gli egiziani dal Nord nel 1967 e, nello stesso anno, gli inglesi dal Sud.
Con questi precedenti, la politica USA, fatta di tentennamenti diplomatici e iniziative di guerra elettronica di dubbia efficacia, non sembra destinata a modificare gran che. Nel frattempo tribù e clan, con le loro tradizioni e faide antiche di secoli sono sempre lì. Anche con Internet che, come dimostrano quotidianamente gli Houthi, può essere un’arma efficace.
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