Forze disarmate

forze-disarmateUn’armata dimenticata, senza direttive politiche. Con sprechi di fondi, uomini e mezzi. Per la prima volta un dossier analizza il sistema militare italiano. Roma, 1 mag – (di Gianluca Di Feo – L’Espresso) L’armata dimenticata. Che continua a marciare e sparare, ma da anni non riceve più direttive dal governo e non sa se al Parlamento e al popolo importi il suo destino. Intanto le scorte diminuiscono e gli impegni aumentano, mentre i generali rimasti senza interlocutori decidono da soli come organizzarsi. Non è un racconto fantastico di Dino Buzzati, ma la realtà italiana: le forze armate mandate a combattere in Afghanistan, a pacificare la frontiera libanese, a presidiare le tregue balcaniche, a raccogliere la spazzatura campana, a pattugliare le città e spalare la neve, senza che nessuno si chieda cosa devono realmente fare i militari.
 
Un’armata senza indicazioni politiche – l’ultimo libro bianco sulla Difesa è stato concepito prima dell’11 settembre 2001 – che va avanti nel disinteresse delle Camere e dell’opinione pubblica, salvo animare feroci polemiche quando i caduti in missione finiscono sulle prime pagine. E in questa disattenzione gli stati maggiori si sono abituati a tacere, conquistando però grande autonomia nelle scelte operative. Oggi però è difficile che si possa proseguire lungo questa rotta: i costi e gli impegni rischiano di fare andare in crisi quello che resta della nostra Difesa. L’unica strada è riformarla e rivedere ambizioni, numeri, capacità: il tutto aprendo il dibattito nel Paese e non lasciando che il futuro di un settore così delicato delle istituzioni resti chiuso in pochi circoli tecnici.
 
‘L’espresso’ è in grado di anticipare le linee guida di un documento unico, elaborato per animare la discussione sul futuro delle forze armate: un dossier completo, senza reticenze né tabù, sulla situazione attuale, sui problemi e sulle ipotesi per modernizzare l’organizzazione militare. È stato realizzato dalla Fondazione Icsa, il primo think tank italiano sui temi della sicurezza che ha radunato gli esperti più qualificati tra ufficiali, prefetti, ambasciatori e professori. Una realtà bipartisan che ha come presidente onorario Francesco Cossiga e come presidente Marco Minniti, deputato pd, ex sottosegretario a Palazzo Chigi con D’Alema e viceministro degli Interni con Prodi. La segreteria operativa è affidata al generale Leonardo Tricarico, ex numero uno dell’Aeronautica, responsabile delle operazioni aeree sul Kosovo con il governo D’Alema e poi consigliere militare del premier Berlusconi. Il documento è stato curato da Andrea Nativi, analista e direttore di Rivista Italiana Difesa, e sottoposto al consiglio scientifico della Fondazione, che comprende sei ex comandanti generali. A dispetto della parata di alti gradi, il dossier non ha niente di burocratico, né di retorico: è diretto, quasi spietato, nel sottolineare tutti i problemi. Come aveva promesso Minniti nel presentare la Fondazione: “Saremo scomodi”.
 
 
I NUMERI Oggi le forze armate schierano 188 mila uomini e donne, più i carabinieri: oltrefrontiera ne abbiamo mandati circa 8.500, ma si può arrivare fino a un massimo di 12 mila. L’esercito ha 111 mila militari ma può contare solo su 11 brigate operative e un numero ancora più esiguo di reggimenti per le spedizioni a rischio. Contrariamente agli altri paesi, noi preferiamo usare in missione più soldati che mezzi. Così i 200 carri armati pesanti Ariete, i cingolati da combattimento Dardo, i semoventi d’artiglieria restano sempre più spesso in patria. La Marina, che ha 33.600 persone, in genere impegna 4-5 navi lontano dai nostri mari. L’Aeronautica, con 43.500 militari, invece deve garantire i collegamenti per l’Afghanistan, mentre di tutte le squadriglie di caccia e bombardieri solo 4 jet Amx sono all’estero, limitandosì però alla ricognizione.
 
I COSTI I bilanci della Difesa sono complessi. Includono, tra l’altro, i fondi per i carabinieri, che per l’80 per cento si occupano di sicurezza interna: 5,6 miliardi di euro. Questo fa sì che dei 20 miliardi stanziati nel 2010 solo 14 vadano all’attività delle forze armate. E, come sottolinea il dossier, vengono spesi maluccio: il 65 per cento finisce in stipendi, il 12 serve per far funzionare l’armata, il 22 si usa per comprare e progettare nuovi sistemi. Una proporzione ideale vorrebbe che solo metà delle risorse finisse nelle buste paga, un quinto per far marciare i reparti e il 30 per cento in materiali. In realtà, sono disponibili anche finanziamenti extra. Circa un miliardo lo tira fuori il ministero dello Sviluppo industriale per comprare fregate, jet ed elicotteri sofisticati. Un altro miliardo e mezzo viene dagli stanziamenti per le missioni. Eppure i conti non tornano. Secondo le valutazioni del governo, la Difesa avrebbe bisogno di 20,5 miliardi; invece lo stato maggiore limita la stima a 17,5 miliardi. Rispetto ai soldi in cassa, mancano comunque 3,2 miliardi. Il rapporto Icsa non lascia illusioni: inutile reclamare altre risorse, bisogna rivedere le nostre ambizioni e pensare a un’armata più piccola e con meno sogni di gloria.
 
LE AMBIZIONI L’Italia ha ancora una Difesa che vuole fare tutto: da vent’anni agiamo sempre e solo all’interno di schieramenti internazionali – Onu, Nato o ultimamente Ue – eppure continuiamo a mantenere un’armata per affrontare da soli qualunque minaccia. Dai sottomarini alle portaerei, dai supercaccia ai bombardieri, dai cannoni semoventi ai satelliti. Mentre le guerre moderne richiedono pochi elementi ma ‘buoni, anzi buonissimi’, noi abbiamo ancora stormi, flotte e reggimenti che non saranno mai in grado di andare in azione. E intanto divorano risorse: in uomini e mezzi. La risposta è imitare quello che stanno facendo altri paesi, più grandi e più ricchi di noi: ‘interfacciare’ le loro armate, dividendosi i compiti. Si tratta di creare una ‘forza integrata’, che stabilisca insieme agli alleati cosa deve fare e quali mezzi deve fornire l’Italia e cosa tocca agli altri. Ad esempio, chi deve schierare costosissimi aerei per ingannare i radar nemici e chi quelli per dare la caccia ai sottomarini. Specializzare e migliorare il ruolo dei nostri militari, ancorandoci sempre di più nella Nato e soprattutto nella nascente difesa europea.
 
GLI UOMINI Sono il punto cruciale, quello su cui deve concentrarsi la riforma. Il documento sottolinea la necessità di riconoscere “la specificità del mestiere di soldato”, che non può essere accomunato ad altri dipendenti pubblici nelle gratifiche e nel turnover. Servono commandos, non marmittoni per fare la guardia al bidone. E anzitutto bisognerà diminuire i ranghi. C’è chi ipotizza di ridurre gli organici a 140 mila militari, ma lo studio ritiene che per gestire gli impegni attuali bisognerebbe restare tra i 155 e 175 mila. Meno uomini ma molto più addestrati. Perché oggi accade l’inverso: i tagli colpiscono la fascia giovane degli arruolamenti. Così i soldati invecchiano e diventano inutili per il fronte, mentre abbiamo 15 mila reclute in ferma annuale che non potranno mai ricevere una preparazione adeguata per il Libano o l’Afghanistan. Il dossier contesta anche il meccanismo delle carriere automatiche, che garantisce un livello di promozioni al di fuori dei meriti e oggi non offre una selezione seria: contrariamente dagli Usa, il più brillante capitano se non ha fatto l’Accademia non ha speranza di arrivare ai vertici.
 
GLI SPRECHI L’analisi dell’Icsa critica poi la proliferazione di stati maggiori, segretariati generali e staff ministeriali che invece di diminuire sembrano moltiplicarsi. Oggi le forze armate hanno 500 ufficiali generali: anche tagliandoli di due terzi sarebbero sempre in esubero. C’è poi un rincorrersi di doppioni: truppe da sbarco dell’esercito e della marina, elicotteri sparpagliati tra tutti i corpi, acquisti senza coordinamento. Le basi andrebbero razionalizzate, concentrandole in strutture ben collegate mentre oggi logiche elettorali continuano a proteggere caserme polverizzate sul territorio. Inoltre i tagli dei fondi hanno un effetto perverso: vengono eliminati i contratti esterni, che permettevano ai militari di concentrarsi sul loro lavoro. Così specialisti rischiano di finire in officina o, peggio, in cucina o a fare le pulizie come ai tempi della naja. Quando però non bisognava mandare 3 mila uomini a combattere contro i talebani.
 
DIFESA E INDUSTRIA Anche su questo fronte secondo la Fondazione Icsa le cose non funzionano. Tutto il sistema con cui vengono decisi i requisiti per i nuovi mezzi e firmati i contratti mostra carenze, che si traducono in sprechi a nove zeri. Il dossier parla di scollamento tra generali e industria: i primi forniscono “requisiti marziani che neanche al Pentagono possono permettersi”, che non tengono conto della realtà economica nazionale. Programmi assurdi, con mezzi che vengono lasciati negli hangar perché non ci sono soldi per utilizzarli: ci sono piazzali pieni di Amx, Tornado e autoblindo Centauro. Le industrie invece tendono a dichiararsi in grado di produrre tutto in tempi brevi, al fine di fare partire progetti destinati poi a non concretizzarsi. Mentre spesso mancano gli equipaggiamenti chiave. Sintetizza il rapporto: “Restiamo il Paese impegnato in operazioni di guerra che fa più fatica a dare ai propri soldati quello che gli occorre quando gli occorre”. Anche in questo, caso “i margini di miglioramento sono immensi, richiedono una revisione strutturale, organizzativa, procedurale che solo uno strumento legislativo piò realizzare”.
 
I VERTICI La mancanza di indirizzi politici, mai formulati dopo l’11 settembre 2001, e il disinteresse del Parlamento, secondo il dossier hanno fatto nascere una sorta di autogoverno dei vertici militari, che elaborano in autonomia i loro piani e li tengono segreti. Uno scenario che va ribaltato, facendo sì che le Camere si riapproprino del ruolo guida, diventando l’approdo di una discussione nazionale. Perché la struttura delle forze armate richiederebbe anche nuovi assetti istituzionali: abbiamo poteri pensati per i conflitti totali, mentre adesso bisogna prendere rapidamente delle decisioni per far fronte ad azioni di guerra in tempo di pace. A Mogadiscio durante la battaglia del Check Point Pasta gli elicotteri Mangusta non potevano sparare perché mancava l’ordine di Roma. E lo stesso potrebbe accadere oggi in Afghanistan per l’impiego dei caccia Amx. Lo studio dell’Icsa suggerisce di creare un organismo simile al Consiglio per la sicurezza nazionale americano: un comitato ristretto di ministri e vertici degli apparati di sicurezza assieme ad alcuni consiglieri specializzati. Finora invece per le emergenze si è utilizzato in maniera impropria il Consiglio supremo di Difesa, guidato dal capo dello Stato, che durante la presidenza Ciampi spesso ha fatto da supplente alle indecisioni del governo sul contingente iracheno.
 
CONCLUSIONI Il dossier conclude che “la situazione è seria ma non disastrosa”. Rischia però di diventarlo perché le spedizioni oltreconfine stanno logorando le forze armate. E oggi la politica estera italiana si basa soprattutto sulle nostre missioni. La riforma richiede investimenti forti:15 miliardi secondo le stime della Difesa, tra pensionamenti di marescialli e ristrutturazione dei reparti. E deve portare risultati in tempi ridotti – fra tre e cinque anni – per poi ridurre i costi e aumentare l’efficienza. Ma oltra ai quattrini servono le scelte: cosa vuole l’Italia dai suoi militari? ico_commenti Commenta
Risorse e fondi Esercito111.000 Marina – 33.600 Aeronautica – 43500
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