Previdenza complementare: il tribunale “commissaria” i ministeri Difesa e Funzione Pubblica

2-giugno-carabinieriRoma, 7 mar – «Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sezione Prima Bis, ha nominato lo scrivente “Commissario ad acta” per l’esecuzione delle sentenze pdf21 marzo 2013, n. 2907/2013 (su ricorso per l’ottemperanza al giudicato formatosi sulla sentenza n. 09186/2011 del 23 novembre 2011) e n. 2908/2013 (su ricorso per l’ottemperanza al giudicato formatosi sulla sentenza n. 09187/2011 del 23 novembre 2011), con le quali i ricorrenti, tutti militari delle Forze Armate compresa l’Arma dei Carabinieri, hanno ottenuto il riconoscimento dell’obbligo per le Amministrazioni resistenti (Funzione Pubblica e Difesa) di concludere, mediante l’emanazione di un provvedimento espresso, il procedimento amministrativo relativo all’introduzione della previdenza complementare».

E’ quanto si legge in una missiva del generale dei Carabinieri Roberto Sernicola (vice Direttore Generale di Persomil), spedita a tutte le sezioni dei Cocer (Interforze, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, e Guardia di Finanza.

«Al riguardo – prosegue il generale Sernicola -, lo scrivente ha chiesto, ai sensi degli artt. 112, comma 5, e 114, comma 7, d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (Codice del processo amministrativo), chiarimenti in ordine alle concrete modalità di esecuzione delle citate decisioni di merito sull’attuazione delle forme pensionistiche complementari nel Comparto Difesa e Sicurezza (cfr. foglio n. M_D GMIL 2 VDGV 2013 /0323744/ del 19 novembre 2013, in allegato). Nell’ambito del giudizio di ottemperanza, con le sentenze n. 02122/2014 e n. 02123/2014, entrambe depositate il 21 febbraio 2014, il TAR per il Lazio, Sezione Prima Bis, ha precisato il contenuto dell’obbligo a provvedere, nel caso di specie, alla luce degli elementi richiamati dallo scrivente (disciplina normativa di settore e orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato che, con sentenza Sez. IV, 22 ottobre 2011, n. 56981, ha giudicato inammissibile analoga questione posta da singoli dipendenti pubblici nel senso di riconoscere la legittimazione in via esclusiva degli Organismi esponenziali di interessi collettivi chiamati a partecipare ai procedimenti negoziali di cui trattasi)».

«Pertanto – spiega Sernicola -, il Giudice Amministrativo ha ritenuto, nelle due ultime sentenze, di poter individuare a carico del Commissario ad acta “soltanto un onere minimo indispensabile che è quello di attivare i procedimenti negoziali interessando allo scopo le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ed i Consigli Centrali di Rappresentanza, senza tralasciare di diffidare il Ministro della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione ad avviare le procedure di concertazione/contrattazione per l’intero Comparto Difesa e Sicurezza“. In esecuzione del predetto disposto del Giudice Amministrativo, lo scrivente Commissario ad acta porta formalmente a conoscenza dei Consigli Centrali di Rappresentanza delle Forze Armate e delle Forze di Polizia a ordinamento militare l’esito dei ricorsi giurisdizionali in argomento. Ciò affinché codesti Organismi possano tenerne conto nel sollecitare l’avvio delle procedure di “concertazione” di cui al d.lgs. 12 maggio 1995, n. 195, e all’art. 26, comma 20, l. 23 dicembre 1998, n. 448, in vista dell’introduzione delle forme pensionistiche complementari per il personale del Comparto Difesa e Sicurezza, ai sensi dell’art. 3, d.lgs. 21 aprile 1993, n. 124 (norma reiterata dall’art. 3, comma 2, d.lgs. 5 dicembre 2005, n. 252)».

I “danni” della ritardata attivazione della Previdenza complementare

La mancata attivazione della previdenza complementare – sostengono i legali -, danneggia i lavoratori del settore che stanno perdendo, tra l’altro, la possibilità di usufruire del contributo datoriale, con connesse conseguenze sullo sviluppo dell’accumulazione con finalità previdenziale.

In futuro le pensioni saranno più basse per tutti, e l’essere dipendente pubblico non garantisce una tutela pensionistica particolare; ritardare la partecipazione ad un programma di risparmio previdenziale costa caro: per ottenere l’integrazione del ridotto tasso di sostituzione (rapporto pensione/ultimo stipendio percepito) del 30 per cento al momento della pensione, è necessario investire nella previdenza integrativa il 5,4 per cento del proprio reddito annuo, ma se si inizia a farlo 10 anni più tardi (nel caso in questione stiamo arrivando ai 20 anni di ritardo) occorrerà versare quasi tre volte tanto: il 13,8 per cento.

Costruirsi una pensione integrativa adeguata richiede un lungo periodo di partecipazione al Fondo Pensione: un ritardo di venti anni nell’aderire, determina una riduzione della relativa rendita pari al 46,42 per cento.

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