Pensioni comparto Sicurezza e Difesa: quello che Boeri non sa (o preferisce non sapere)

forze-dellordine1Roma, 9 giu – (di Giuseppe Paradiso) «Operazione  trasparenza  “Inps  a  porte  aperte“». Con questa gradevole e suggestiva definizione, Tito Boeri, attuale presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), ha fatto pubblicare una serie di documenti, con l’intenzione – del tutto legittima – di alzare un velo sui trattamenti economici previdenziali in godimento alle più disparate categorie.

Operazione sicuramente degna di lode che aiuta a fare chiarezza nel “porto delle nebbie” del settore pensioni.

Però, questa volta, per quanto riguarda il personale del Comparto “Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico” l’analisi è stata oltremodo superficiale, con il risultato di trasformare tutti gli operatori in uniforme in una sorta di “casta”, mettendo tutti i dati in un unico calderone ed applicando la statistica in maniera singolare, un po’ alla Trilussa. Ma su questo torneremo dopo anche perchè l’analisi di Boeri risulta essere un po’ incompleta, con l’effetto di provocare nell’opinione pubblica un risentimento verso coloro che ritengono dei “privilegiati”.

La mia non sarà una difesa d’ufficio che verte sui c.d. “diritti acquisiti” ma, au contraire, sui diritti mai acquisiti.

Boeri ad esempio forse non sa, citando i pensionati del comparto, che fino al 1990  non esisteva – per il comparto Difesa – nemmeno un orario di lavoro stabilito per legge e, di conseguenza, nemmeno i compensi per lavoro straordinario. Ci pensi prof. Boeri, uno dei primi accordi sulla giornata lavorativa di 8 ore fu raggiunto a Torino nel 1919, tra la Fiom e il Consorzio Fabbriche Automobili, che seguiva un accordo pilota a livello nazionale, che fissava l’orario settimanale a 48 ore su 6 giorni.

I militari hanno dovuto attendere più di 70 anni prima di vedersi riconoscere un diritto che ormai è universalmente applicato. Prima del 1990 (L. 8 agosto 1990, n. 231) i comandanti militari disponevano a piacimento dei loro sottoposti, giustificandosi sempre con le “ineluttabili esigenze di servizio e sicurezza”. Se qualcuno gli passasse un ordine di servizio giornaliero di una caserma – antecedente il 1990 -, scoprirebbe che il numero di militari impiegati nei servizi oltre l’orario di lavoro era limitato solo dalla fantasia del comandante pro tempore. Dopo la legge del 1990 – come d’incanto – allo scoccare dell’ora prefissata per il “fine lavori”, le caserme (o le navi) si desertificarono. Improvvisamente tutte le “esigenze irrinunciabili di difesa e sicurezza” evaporarono, senza che ciò provocasse chissà quali disastri alla sicurezza interna e del Paese.

Ma l’assenza di un orario di lavoro stabilito per legge non influiva soltanto nei servizi di caserma, affatto. Lasciava le mani libere alla gerarchia militare di pianificare – complice anche il periodo di “abbondanza di risorse” – tutta una serie di attività (come ad esempio le numerosissime esercitazioni) che duravano addirittura dei mesi, durante i quali, ovviamente, il militare era privato del diritto di coltivare i propri affetti o di pianificare una normale vita familiare.

I politici degli anni passati, magari saranno anche colpevoli (non tutti ovviamente) di aver portato l’Italia al collasso economico, con un debito pubblico insostenibile, ma su certe cose erano almeno ragionevoli. Capirono ad esempio che il regime di lavoro di un militare, impegnato 24 ore al giorno senza il limite introdotto da un orario di lavoro, logorava anzitempo sia il fisico che la mente. Una giornata di lavoro di un militare impiegato nei reparti operativi equivaleva (ma equivale ancora adesso) a due o tre giorni di un impiegato pubblico con mansioni impiegatizie; questa fu la ratio che portò all’introduzione dei cosiddetti “anni figurativi”, quelli che lei nella sua relazione chiama timidamente – e genericamente – “maggiorazioni di servizio in relazione alla natura del servizio svolto” che permettono, come scrive nella sua “scheda informativa“, “di raggiungere l’anzianità lavorativa per l’accesso alla pensione più rapidamente“. L’introduzione per legge dell’orario di lavoro anche per i militari “Ferma restando la totale disponibilità al servizio“, ha di poco migliorato il quadro generale delle attività di servizio. Ho scritto “di poco” non a caso prof. Boeri, perchè adesso è giunto il momento che lei apprenda come in ambito militare (ma le stesse considerazioni sono sovrapponibili anche per la Sicurezza) si è arrivati ad aggirare – in larga parte – il pagamento delle prestazioni per lavoro straordinario.

Fatta la legge sull’orario di lavoro, infatti, sarebbe stato opportuno formare anche i dirigenti militari ad una gestione manageriale del personale, invece – dietro pressioni di quella parte di gerarchia militare incapace di gestire la novella normativa – si preferì chiudere un occhio sullo stravolgimento de facto della legge. Spuntarono così i c.d. “forfettari” (d’impiego, di guardia, etc.) che in sostanza attribuivano al militare meno ore di quelle lavorate oltre il normale orario di lavoro. Ma neanche così apparve sufficiente: il conto delle ore/compensi maturati era comunque troppo elevato (pensi un po’). Così vennero aggiunti altri paletti, altri ostacoli normativi che avevano lo scopo di allontanare sempre di più il militare-lavoratore dalla pretesa del suo giusto compenso. Ad esempio spuntò nella legge di stabilità una “interpretazione autentica” nella quale veniva stabilito che “le prestazioni di servizio nel giorno destinato al riposo settimanale o festivo infrasettimanale non danno diritto alla retribuzione per lavoro straordinario se non per le ore eccedenti il normale orario di servizio giornaliero“. Una specie di ossimoro normativo: i giorni di riposo o festivi vengono assimilati – ai fini del conteggio dello straordinario – a normali giorni lavorativi e solo se la prestazione si dilunga oltre il (virtuale) orario di lavoro si ha diritto a percepire un compenso/recupero.

Un altro esempio? Pensi ad un marinaio imbarcato sulle nostre navi militari. Quando vengono mollati gli ormeggi iniziano i turni di lavoro a rotazione – normalmente di quattro ore ciascuno – per 24 ore al giorno e per tutta la durata della navigazione. E’ facile capire che le navi militari non hanno i comfort di quelle da crociera e che durante le ore “libere dal servizio”, il nostro marinaio non va a rilassarsi nel salone delle feste ma, di solito, preferisce approfittare per riposare in branda, attorniato dal fracasso dei motori e dell’altoparlante che scandisce le varie attività di bordo. Tutto questo, naturalmente, se non vi sono improvvise (e le assicuro, frequenti) esercitazioni di sicurezza o impiego reale che impone di interrompere il riposo per precipitarsi al proprio posto assegnato per quel tipo di attività.

Se ne ha l’occasione prof. Boeri, si faccia un giro a bordo di queste navi, e vedrà come un militare con 10, 15, 20 anni di imbarco consecutivi – pur guadagnando qualcosina in più dei colleghi a terra – porti su di sé i segni di un lavoro logorante e stressante che giustificava in pieno gli “anni figurativi” riconosciuti dal legislatore (considerando anche la differenza abissale di stipendio con i lavoratori marittimi civili), che il governo Dini – bontà sua – pensò di limitare a cinque.

Parliamo poi del mancato avvio della previdenza complementare per mancanza di fondi da parte dello Stato? No, non ne parliamo perchè sono già sicuro che lei ne è perfettamente al corrente.

Ma non voglio dilungarmi oltre, anche se i lettori di GrNet.it potrebbero fornirle tanti altri esempi rispetto a quelli da me citati, come ad esempio la “specificità” farlocca che avrebbe dovuto tenere conto delle peculiarità lavorative del personale del comparto e che, invece, si è trasformata in uno strumento efficacissimo per denegare a chi indossa l’uniforme anche quei minimi diritti civili di cui gode il cittadino-lavoratore. Quando ancora la norma era in nuce, si cercò di sostanziare – schematizzandola – la definizione di specificità legata al comparto Sicurezza e Difesa, e venne pdf stilata una bozza del disegno di legge che, tuttavia, fu ritenuta comunque troppo riduttiva rispetto alla realtà concreta. Ma una rapida lettura di quella bozza le darà, prof. Boeri, almeno un quadro più completo – anche se non esaustivo – delle limitazioni/obblighi di chi indossa un’uniforme rispetto a qualunque altro lavoratore, sia pubblico che privato.

Concludendo, mi permetta prof. Boeri di darle due piccoli consigli (ovviamente non richiesti):

  • conduca la sua analisi sul comparto in maniera approfondita, e faccia sapere all’opinione pubblica quello che, in realtà, è ampiamente risaputo da chi indossa un’uniforme: la destinazione di tutte le risorse di natura economica suddivise per posizione sulla scala gerarchica. Assicuro sorprese.
  • compari l’attività di lavoro degli operatori del comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico con qualsiasi altro ambito, sia pubblico che privato. Se dovesse scorgere analogie per qualità/quantità/diritti civili rispetto a qualsiasi altra categoria di lavoratori, ce lo faccia sapere.

Nelle more, faccia tesoro dei sommessi consigli che scaturiscono da questo – incompleto – articolo e dai rilievi già sollevati da alcune sigle sindacali. Se non altro, anche per confermare quello che tutti le riconoscono: serietà di azione e competenza.

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