Sindacati militari: i fatti (e le bufale) che bisogna conoscere per capirci qualcosa

ROMA – (di Giuseppe Paradiso) Com’era prevedibile, la questione dei sindacati militari ha portato con sé anche uno strascico polemico, con affermazioni, dichiarazioni più o meno aspre e prese di posizione che, a parere di chi scrive, sono abbastanza normali e che rientrano nel dibattito democratico quando – naturalmente – non sconfinano nel campo delle diffamazioni e degli ingiustificati attacchi personali. Ma andiamo con ordine.

La sentenza della Corte Costituzionale sui sindacati militari

Con la sentenza n° 120/2018, com’è noto, la Consulta ha dichiarato “…l’illegittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), in quanto prevede che “I militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali”.

Con tale sentenza la Corte Costituzionale ha completamente rivisto il proprio orientamento sulla questione dei sindacati militari, espresso con la sentenza 449 del 1999 con la quale esprimeva “non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, primo comma, della legge 11 luglio 1978, n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare)”, cioè proprio la norma di legge che vietava ai militari la costituzione di “associazioni professionali a carattere sindacale”.

Come mai la Consulta ha cambiato idea? Diciamolo chiaramente, lo ha fatto perchè “obbligata” dai trattati europei che impongono la ratifica nell’ordinamento nazionale delle pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che sulla vicenda ha emesso due sentenze (Matelly contro Francia e Association de Défense des Droits des Militaires  – ADefDroMil contro Francia). In sostanza la CEDU ha stabilito, in entrambi i casi, che “la restrizione dell’esercizio del diritto di associazione sindacale dei militari non può spingersi sino alla negazione della titolarità stessa di tale diritto”.

Se vogliamo sintetizzare, possiamo scrivere che la CEDU ha detto OK alle restrizioni per i sindacati militari ma NO alla negazione del diritto di esistere.

Le controversie

Il dibattito polemico di vari detrattori delle norme regolamentari che hanno dato il via ai sindacati militari si possono riassumere sostanzialmente in tre macro aree:

  • Il preventivo assenso ministeriale alla costituzione di associazioni militari a carattere sindacale;
  • Le “restrizioni” imposte ai sindacati militari;
  • La presenza negli organici dei nascenti sindacati militari di personale facente parte della Rappresentanza militare.

Le opinioni contrastanti su tali aspetti, come abbiamo già detto, rientrano nel dibattito democratico e non possono essere definite tout court illegittime, ma occorre casomai fare chiarezza poichè alcune di esse si basano su presupposti – ad avviso dello scrivente – errati. Esaminiamoli.

L’assenso ministeriale

Quello che occorre spiegare di questo aspetto è che, può piacere o meno, il preventivo assenso ministeriale alla costituzione di associazioni militari a carattere sindacale è previsto proprio dalla citata sentenza 120/2018 della Consulta, nella parte in cui afferma:

Quanto alla costituzione delle associazioni sindacali, trova allo stato applicazione la non censurata disposizione dell’art. 1475, comma 1, del d.lgs. n. 66 del 2010, secondo cui «La costituzione di associazioni o circoli fra militari è subordinata al preventivo assenso del Ministro della difesa». Si tratta di una condizione di carattere generale valida a fortiori (a maggior ragione, ndr) per quelle a carattere sindacale, sia perché species del genere considerato dalla norma, sia per la loro particolare rilevanza.

In ogni caso gli statuti delle associazioni vanno sottoposti agli organi competenti, e il loro vaglio va condotto alla stregua di criteri che senza dubbio è opportuno puntualizzare in sede legislativa, ma che sono già desumibili dall’assetto costituzionale della materia.

A tal fine fondamentale è il principio di democraticità dell’ordinamento delle Forze armate, evocato in via generale dell’art. 52 Cost., che non può non coinvolgere anche le associazioni fra militari.

Sotto altro profilo tale principio viene in evidenza nella prospettiva del personale interessato, quale titolare della libertà di associazione sindacale sancita dal primo comma dell’art. 39 Cost.: l’esercizio di tale libertà è infatti possibile solo in un contesto democratico.

Su tale pronunciamento della Consulta, come scritto, si può essere legittimamente d’accordo o in disaccordo, ma tali opinioni non possono spingersi fino ad incolpare di illegittimità le conseguenti azioni ministeriali a meno che, ovviamente, incolpare la stessa Corte Costituzionale di avere emanato una sentenza che confligge contro la Costituzione stessa. Né si possono accusare – per lo stesso principio finora spiegato – quelle associazioni sindacali che hanno ottenuto l’assenso ministeriale avendo presentato uno statuto aderente a tali disposizioni. Naturalmente non è escluso che tale orientamento della Corte Costituzionale possa essere portato al vaglio degli organismi europei, nello specifico la stessa CEDU, ma ciò comporterà un iter sicuramente non breve e dagli esiti non scontati.

Fintanto che lo status quo rimarrà quello attuale, quindi, gli unici sindacati militari legittimati ad operare sarano quelli autorizzati dai competenti ministeri; i sindacati militari che operano al di fuori di questo quadro normativo, semplicemente, non vengono riconosciuti e, in più, i militari che vi si iscriveranno potranno incorrere in sanzioni disciplinari.

Le restrizioni

Anche sotto il profilo delle “restrizioni” sulle competenze del sindacato militare vi è un acceso dibattito, poichè la Consulta ha inteso escludere – così come già avviene per la Rappresentanza militare – quelle che attengono le materie concernenti l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale.

Alcune di dette esclusioni – insieme ad altre – depotenziano e sviliscono a mio avviso il ruolo sindacale militare perché, per fare un parallelismo, è come se ad un’organizzazione sindacale “civile” fosse vietato di discutere (od opporsi) al piano industriale di un’azienda che comporti ricadute occupazionali.

Parimenti non si capisce per quale motivo si debba essere accondiscendenti verso la norma che vieta al personale militare della riserva o in quiescenza di iscriversi ai sindacati militari. In tanti infatti concordano sul fatto che si è più (non meno) bisognevoli di “protezione sociale” quando non si fa più parte attiva dell’organizzazione militare; sotto il profilo strettamente morale poi, non è bello “scartare” il personale in quiescenza che ha servito fedelmente lo Stato e la propria Forza Armata per decenni.

C’è da aspettarsi – così come in effetti sta già avvenendo – che i sindacati militari (sia quelli già autorizzati che quelli in attesa di esserlo) faranno pervenire queste istanze in Parlamento, impegnato già ora alla stesura della necessaria legge che disciplina l’attività dei sindacati militari e si spera, ovviamente, che venga incontro alle legittime aspettative sociali degli appartenenti (o ex appartenenti) alle Forze Armate.

Personale della Rappresentanza militare e sindacati

Ultima “materia del contendere” riguarda la presenza di personale militare facente parte degli organi di Rappresentanza militare nella dirigenza dei sindacati militari.

E’ una questione apertissima che anima le controversie più aspre: ci sono infatti coloro che in nessun caso vorrebbero vedere ai vertici delle organizzazioni sindacali militari personale che ha (o ha avuto) cariche nella Rappresentanza militare, tacciata come inutile, costosa e troppo aderente alla volontà degli Stati Maggiori. In questo senso i delegati militari vengono definiti da alcuni in maniera dispregiativa come dei “collaborazionisti” immeritevoli di rappresentare ancora gli interessi del personale militare.

Ovviamente tale posizione così tranchant va  – a mio avviso – contro il buonsenso e non può essere estesa a tutti i membri della Rappresentanza militare giudicandoli colpevoli in blocco, a prescindere dalle effettive azioni a tutela del personale che hanno portato avanti nel loro mandato. Non si può negare che qualcuno, magari animato da interesse personale, abbia scelto un’azione fiacca e poco incisiva nel tutelare l’interesse dei propri rappresentati, ma estendere questo giudizio a tutti è decisamente una sciocchezza.

I sindacati militari nascono poi sotto il profilo della democraticità interna e mi pare ovvio che, se un iscritto ritiene di non dare fiducia ad un candidato che concorre a ricoprire un ruolo da dirigente sindacale, perché lo ritiene in qualche modo inadatto, può sempre votarne un altro. Questa è la democrazia, non quella di affidare – ex lege – i ruoli apicali di rappresentanza sulla base del grado militare.

In verità, coloro che non vedono di buon occhio i delegati della Rappresentanza militare nella dirigenza dei sindacati militari hanno avuto man forte da un parere del Consiglio di Stato richiesto dal Ministero della Difesa, che afferma – tra le altre cose – quanto segue:

L’esclusione di un duplice ruolo, negli organi di rappresentanza e in quelli direttivi delle associazioni sindacali, è – a legislazione vigente – congrua e ragionevole, considerata la natura non sindacale degli organi di rappresentanza, costituti anzi in funzione integrativa delle determinazioni dell’Amministrazione sulle questioni d’interesse del personale. Essi sono sorti proprio per corrispondere in forma dialettica alla funzione propria delle associazioni sindacali, sia pure nella peculiarità e con i limiti di quelle tra militari. Mantenerli distinti serve ad evitare confusioni di ruoli e a preservare il ruolo appunto dialettico delle associazioni sindacali.

Naturalmente, non sfugge a nessuno (o non dovrebbe sfuggire) che un parere del Consiglio di Stato, di per sè, non ha forza di legge e non può essere invocato da alcuno per invalidare (od impedire) l’elezione di un ex delegato della Rappresentanza militare nel Sindacato. Se in futuro la legge che disciplinerà i sindacati militari dovesse prevedere una tale esclusione, se ne prenderà atto e si agirà di conseguenza, ma appare insensato adesso gridare allo scandalo, almeno per quello che attiene al piano formale.

Una curiosità: come ha rilevato il sempre acuto Cleto Iafrate – un appartenente alla Guardia di Finanza – sempre molto puntuale e preciso nel commentare gli avvenimenti che ruotano nel mondo militare, nel suo articolo “Le associazioni militari a carattere sindacale: cronaca di un disinnesco”,  «il parere è stato espresso non già dalla “Sezione Consultiva per gli atti normativi” del Consiglio di Stato, bensì dalla Seconda Sezione dello stesso Consiglio di Stato, ovvero, quella che decide i ricorsi straordinari al Presidente delle Repubblica proposti contro il Ministero della Difesa».

«In altre parole – continua Iafrate -, qualora in futuro un militare fosse sanzionato disciplinarmente per fatti avvenuti nell’ambito dell’attività sindacale, e che quindi fosse necessario verificare l’eventuale violazione di tale circolare, gli stessi Giudici che hanno espresso il parere in questione dovrebbero giudicare l’eventuale violazione del predetto atto amministrativo con funzione normativa, ma non vincolante per la stessa Amministrazione che l’ha emanata».

Per approfondire la questione e per maturare una propria opinione, si consiglia la lettura dei seguenti articoli dello stesso autore:

Infine, dobbiamo sgombrare il campo da un dubbio – invero piuttosto ricorrente anche se infondato – coltivato da alcuni militari.

Se mi iscrivo al sindacato posso incorrere in sanzioni disciplinari?

Ovviamente la risposta è NO; come può configurarsi, infatti, un’infrazione disciplinare il semplice fatto di essere iscritto ad un’associazione sindacale militare autorizzata dal ministro della Difesa con l’assenso del proprio Stato Maggiore?

Quindi niente paura, iscrivetevi pure – se lo desiderate – ad un sindacato militare, e siate partecipi di questo nuovo strumento democratico che, sebbene a mio avviso ancora da perfezionare, rappresenta davvero un notevole passo avanti per la tutela dei diritti del personale in uniforme.

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1 Commento

  1. Vale dice

    Il parere del CdS sugli esponenti della rapp.za che risultano anche sindacalisti è essenziale invece, perché in realtà non è ammissibile che un delegato Cocer vada in giro a spese del contribuente a fare pubblicità al proprio sindacato! La doppia carica è eticamente e amministrativanente incompatibile.

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