Pinotti, Libia: «Non vogliamo andare in guerra. Priorità è formare un governo»

Roberta-Pinotti«Non ci sono nostri militari sul terreno. Contro Daesh sapremo difenderci». Roma, 11 mar – (di Umberto De Giovannangeli) In un tempo dominato da “filosogi con l’elmetto” e da “strateghi della domenica”, parlare seriamente di pace e di guerra risulta essere sempre difficile. Soprattutto quando si è chiamati a dover fare i conti con un’area del mondo in fiamme e una minaccia terroristica che bussa alle porte di casa. Roberta Pinotti, ministra della Difesa, non può permettersi il “lusso” dell’improvvisazione. E in questa intervista a “l’Unità” fa chiarezza su ciò che il governo italiano ha fatto e intende fare per stabilizzare la Libia e contrastare lo Stato islamico.

«Non abbiamo alcuna intenzione di andare in guerra – afferma Pinotti – ; l’Italia ha affermato e ribadito la disponibilità ad aiutare le legittime autorità libiche a stabilizzare il Paese, nel quadro di un intervento multinazionale… Pensare che un intervento militare esterno possa supplire alla mancanza di un accordo fra le parti in Libia sarebbe folle».

Quanto alle notizie circolate sulla presenza di reparti scelti italiani in Libia, la Ministra della Difesa è perentoria “Nessun militare italiano è presente in Libia. La nostra linea è chiare da sempre e prevede altre ipotesi”. Pinotti giudica “miope” una Europa che si mura: “Si riesce a vedere solo dentro il giardino di casa, o al massimo nel giardino del nostro vicino, e non si vede cosa sta accadendo nei continenti che circondano”.

“La guerra non è un videogame” ha ribadito nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio. Eppure in queste settimane, guardando allo scenario libico, da più parti si è evocata la guerra dando anche i numeri – 5000 militari – di una presenza italiana sul campo. Come stanno davvero le cose?

«Non possiamo proprio permetterei di “dare i numeri”, quando affrontiamo questioni così serie. In primo luogo, non abbiamo alcuna intenzione di andare in guerra; l’Italia ha affermato e ribadito la disponibilità ad aiutare le legittime autorità libiche a stabilizzare il Paese, nel quadro di un intervento multinazionale. Per gli stretti rapporti storici, culturali, economici e geografici che ci legano alla Libia abbiamo offerto alla Comunità internazionale la disponibilità a svolgere un ruolo guida in quest’azione. Certo, questo implica che gli Stati Maggiori di tutti i Paesi che si sono dichiarati disponibili a dare una mano elaborino delle ipotesi di impegno sul terreno, ma il tramutarsi delle varie ipotesi in concrete azioni dipende totalmente dagli sviluppi politici e dalle decisioni del Parlamento».

L’Italia punta decisamente su una soluzione politica per la stabilizzazione della Libia, ma c’è chi legge questa affermazione come una fuga da responsabilità operative. Insomma la solita Italia dell’ «armiamoci e partite».

«È vero il contrario: abbiamo ben presente la necessità di stabilizzare la Libia, e sappiamo che questo non potrà mai avvenire senza un preliminare accordo fra gli stessi libici, per consentire la costituzione di un governo di accordo nazionale e avviare così la riconciliazione. Pensare che un intervento militare esterno possa supplire alla mancanza di un accordo fra le parti in Libia sarebbe folle».

Una cosa è la stabilizzazione della Libia altra la lotta al Daesh e al terrorismo jihadista. Su questo secondo fronte, che non investe solo la Libia, qual è la posizione e l’impegno dell’Italia?

«Il Daesh penetra e si rafforza laddove manca l’autorità e la forza di uno Stato sovrano. Se la Libia avesse un governo unitario e forze di sicurezza adeguate, il Daesh sarebbe respinto anzitutto da loro. Ciò detto, il Daesh è una minaccia vera di cui siamo preoccupati. E se la nostra sicurezza dovesse essere in pericolo sapremo difenderci. Come peraltro previsto dalla Carta delle Nazioni Unite e dalle varie risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Anche su questo stiamo lavorando con i nostri alleati».

Importanti giornali internazionali hanno affermato che reparti speciali italiani, assieme a corpi d’élite britannici e francesi, sarebbero già impegnati sul campo per favorire o portare a termine “operazioni mirate contro comandanti militari dell’Is in Libia. Cosa può dire al riguardo?

«Come ho già detto più volte nessun militare italiano è presente in Libia. La nostra linea è chiara da sempre e prevede altre ipotesi: siamo disponibili a dare un aiuto quando e se il legittimo Governo libico lo chiederà alla Comunità internazionale. Noi non faremo mancare il nostro supporto. Circa la presenza delle Forze speciali di altri Paesi non intendo commentare».

Gli Stati Uniti, così come Londra e Parigi, hanno ribadito più volte e pubblicamente il loro assenso ad un comando italiano di una missione militare internazionale in Libia. Se ciò dovesse realizzarsi, e se una richiesta di sostegno sul campo dovesse venire dal nuovo governo libico di unione nazionale, l’Italia è pronta ad assolvere a questo compito?

«L’Italia e fra i Paesi più presenti nella lotta al terrorismo internazionale. Siamo presenti in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani, in Libano per citare le missioni più importanti. Siamo un Paese serio e ci assumiamo le nostre responsabilità per favorire la stabilizzazione, la pace nei Paesi e nelle aree oggi attraversate da crisi e da guerre che sono molto diverse dal passato. Le nostre Forze armate godono di considerazione universale per la competenza e l’efficacia dimostrate nel corso delle molte missioni internazionali e in Italia. Però io ritengo che non si debbano fare fughe in avanti. La questione adesso non è come intervenire e quanti soldati mettere sul terreno, ma portare a compimento il processo politico. L’azione dell’Italia oggi è concentrata su questo obiettivo; è qui che ora stiamo esercitando una leadership nella Comunità internazionale ed è su questo ora che ci concentriamo ».

Anche sul piano di un sistema di sicurezza e di difesa integrato, l’Europa sembra parlare ventotto lingue. Qual è in merito la sua posizione?

«Che ci vuole più Europa; in tanti settori ma soprattutto in tema di sicurezza internazionale. Le faccio solo un esempio: le pare possibile che non esista, sulla base dei Trattati in vigore, un vero e proprio Consiglio dei ministri della Difesa europei? Sappiamo che è questione di tempo ma l’obiettivo sarà raggiunto».

Il Mediterraneo e l’emergenza migranti. Da ministro della Difesa come giudica una Europa che “securizza” il problema ed erige muri?

«La giudico soprattutto miope. Si riesce a vedere solo dentro il giardino di casa, o al massimo nel giardino del nostro vicino, e non si vede cosa sta accadendo nei Continenti che circondano l’Europa. Le migrazioni massicce diventano un problema di sicurezza quando si è mancato di riconoscere e affrontare il problema alla sua radice».

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