Mare Nostrum: la Difesa vigila sulla guerra in Siria, i media parlano di immigrazione e intanto la Russia…

...la Russia fa partire un'imponente operazione aeronavale nel Mediterraneo

(di Salvo Consoli) Mentre l’attenzione in Italia rimane focalizzata, almeno mediaticamente, sul fenomeno migratorio nel Mediterraneo centrale e sui focolai che divampano in Libia, dove un razzo è esploso vicino alla nostra ambasciata, osservatori internazionali, servizi di informazione e sicurezza, responsabili dei dicasteri della Difesa, centro operativi militari puntano lo sguardo sulla Siria.

Nel distretto di mare orientale la Marina Militare Russa appoggiata dalle proprie forze aeree, fino all’8 settembre è impegnata in una grande esercitazione sotto il comando del capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Vladimir Koroliov, dove sono impiegate ben 25 unità navali e altrettanti velivoli ad ala fissa e rotante.

Dopo che erano state diffuse notizie circa una crescente presenza di navi russe nel Mediterraneo, per la tensione attorno alla Siria, il ministero della Difesa russo, ha confermato che è in corso una esercitazione guidata dall’incrociatore lanciamissili Maresciallo Ustinov da 12.500 tonnellate della classe Slava, insieme alle fregate lanciamissili Admiral Grigorevich e Admiral Essen da 3.600 tonnellate con alcuni sommergibili.

Seguono altre navi delle Flotte del Baltico, del Mar Nero, del Nord e del Caspio tra cui sono presenti le due fregate tipo Gepard da 1.500 tonnellate e sei corvette classe Buyan M da 1.000 tonnellate che già hanno lanciato missili da crociera Kalibr NK contro obiettivi in Siria.

Su-33
Caccia Su-33

Per le forze aeree verranno impiegati nello spazio aereo internazionale una trentina di velivoli, tra cui caccia Su-33 e Su-30SM dell’aviazione di Marina, bombardieri strategici Tu-160, gli aerei antisommergibili Tu-142 Mk e Il-38 con supporto tecnico in Siria nella base di Hmeymin. Tutta quest’operazione imponente è possibile grazie al supporto logistico offerto dalla base navale di Tartus, sulla costa siriana, appositamente costruita dai russi per aumentare la capacità operativa di una flotta distante dalla madre patria.

In un primo momento alcuni giorni fa, il viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov aveva prudenzialmente dichiarato che le imminenti esercitazioni della Marina russa nel Mar Mediterraneo non sono collegate alla situazione di Idlib in Siria, ma di manovre pianificate. “In ogni caso Idlib non è sulla costa mediterranea”.

La provincia siriana di Idlib, nel nord del paese, rappresenta una zona di de-escalation del conflitto, creata per i miliziani che hanno rifiutato di arrendersi come un rifugio e tuttora è mantenuta sotto il loro controllo. Stante l’imminente attacco delle forze siriane è immaginabile che questi si possano difendere invocando l’uso di armi chimiche con le solite scene false riprese e inviate nella rete al fine di richiamare l’attenzione internazionale con un intervento degli alleati anglo-franco-americani.

Questa dichiarazione è superata in poco tempo. L’obiettivo dell’imponente operazione militare russa non è solo dar man forte alla Siria di Assad e al suo esercito che si prepara all’offensiva finale su Idlib, ultima roccaforte dei ribelli jihadisti, ma ha anche una portata di avvertimento agli USA e ai ribelli in un momento che appare particolarmente delicato. Ci sarà un summit il 7 settembre a Teheran che metterà davanti a un tavolo Russia, Turchia e Iran per il decidere le sorti della Siria senza la presenza americana.

Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, rispondendo alle domande dei giornalisti circa un collegamento tra le esercitazioni aeronavali annunciate da Mosca nel Mediterraneo e il prossimo attacco siriano a Idlib, che potrebbero far scattare una possibile azione militare americana, ha affermato che «precauzioni in Siria sono pienamente giustificate e fondate, poiché la situazione nel Paese ha un notevole potenziale di peggioramento. La situazione attorno a Idlib è precaria e il covo di terroristi che si sta formando lì non promette nulla di buono, se si continua a non agire».

Maria Zakharovai la portavoce del ministero degli Esteri russo, aggiunge che se si paventassero manovre americane giustificate da un presunto uso di armi chimiche per un attacco alla Siria, le «conseguenze saranno imprevedibili» con difficile soluzione pacifica per tutta l’area media orientale. «Si tratterebbe di un duro colpo al processo di pace in Siria e alla sicurezza globale e quando giochi col fuoco, è impossibile prevedere le conseguenze».

L’ATTENZIONE DELLA DIFESA ITALIANA

Il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta con il suoi sottosegretari Raffaele Volpi e Angelo Tofalo, segue con la massima attenzione l’evoluzione della situazione in Siria particolarmente per la presenza di militari italiani nelle aree medie orientali, aree di possibile influenza da un eventuale escalation in Siria. L’esperto militare, il generale Marco Bertolini, già comandante della Brigata paracadutisti Folgore, del Comando operativo di vertice interforze (Coi), e del Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali (Cofs) precisa che «Le esercitazioni non sono giochini, servono anche per dimostrare efficacia alla controparte e svolgere un ruolo di deterrenza», per cui sorge spontaneo pensare che «i russi vogliono che l’offensiva dell’Esercito siriano che dovrebbe scattare a breve su Idlib, abbia il massimo effetto possibile». A quanto pare i ribelli sapendo di avere le ore contate stanno probabilmente mettendo in atto una falsa scena di attacco con i gas chimici in modo da far scattare un intervento da parte degli USA, Gran Bretagna, Francia, per cui la presenza navale russa appare scontata.

L’Italia osserva con particolare interesse le manovre militari nel mediterraneo considerato che abbiamo dislocati 1.100 militari in missione Unifil nei paesi confinanti con il Libano e 1.400 in Iraq con la missione Prima Parthica. Il generale Bertolini, afferma che «sappiamo benissimo che il baricentro del problema non è la presenza a Idlib dello Stato islamico o di al Nusra, ma il ruolo dell’Iran in Siria», per cui l’attacco siriano con una crisi limitata ad Idlib «avrebbe un impatto piuttosto relativo».

Dal fronte USA il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha offerto ad Assad “di far sopravvivere il regime in cambio della garanzia del ritiro degli iraniani dal sud e della possibilità di rientrare in Siria per le ricerche di idrocarburi”, senza però ottenere una risposta. Le conseguenze potrebbero evolversi, «nel caso in cui l’offensiva contro Idlib diventasse la scusa per una maggiore pressione in Siria da parte degli americani e degli israeliani , coinvolgendo il Libano, per il semplice fatto che la parte meridionale è la casa della componente sciita e di Hezbollah, prossimi a Teheran».

VOSTOK-2018

Dopo la grande esibizione – esercitazione russa dell’anno scorso, nelle prossime settimane tra l’11 e il 15 settembre nella regione di Trans-Baikal l’attenzione militare internazionale degli esperti militari sarà per la Vostok-2018, esercitazione che mobilita 300mila uomini, con l’appoggio di mille mezzi aerei che si esibiranno ai confini orientali della Federazione e con la partecipazione di militari di altri paesi tra cui la Cina la cui presenza consolida ulteriormente la partnership strategica fra Mosca e Pechino. Ovviamente queste grandi manovre innescano un evidente nervosismo nelle relazioni tra gli USA e la Nato e anche in altri paesi come Israele. Vostok-2018 è stata proclamata come la più grande esercitazione di truppe negli ultimi 40 anni in tutta l’area dell’ex Unione Sovietica e si svolgerà nel poligono di Tsugol, vicino al confine russo con Cina e Mongolia.

La marina militare partecipa con la flotta del Pacifico e quella del Nord-Ovest Atlantico. La base principale è localizzata a Severomorsk, nella Penisola di Kola. L’annuncio ufficiale è stato dato direttamente dal Ministro della Difesa Sergei Shoigu la scorsa settimana.

Le esercitazioni in cosi grande stile sono il risultato di una politica di riforma delle forze armate della Federazione russa dopo il conflitto in Georgia nel 2008, con incentivi di carriera, riorganizzazione dei reparti e con un profondo ammodernamento degli armamenti tecnologicamente avanzati stando che le spese militari sono al quarto posto nel mondo nel 2017 con 66,3 miliardi di dollari, grazie ai surplus derivanti all’export di risorse energetiche in particolare di gas. Di conseguenza la produzione industriale militare russa ha un livello tecnologico elevato e assai competitivo a livello internazionale e questo rappresenta una grande opportunità di profitto per le possibilità di vendere i propri armamenti all’estero.

Le manovre tendono a dimostrare le capacità tecniche e belliche che le forze sono in gradi di attuare con i grandi numeri, pari a un terzo della propria forza militare non solo alla comunità internazionale, ma anche alla popolazione russa per rassicurare che il loro Paese gioca un ruolo globale. Il dispiegamento di una enorme forza militare tende a rilevare coma la Russia si vede come un Paese circondato da nemici che vogliono minacciare la stabilità e il progresso raggiunto. Infatti le forze armate russe hanno un assetto di rinnovata potenza militare dopo le esperienze apprese durante il conflitto ceceno del 1994 di due anni e durante il conflitto siriano durato tre anni dove è stata riscoperta una nuova veste di potenza militare.

Il costo esorbitante per questa esercitazione è giustificato dall’esigenza che la Russia ha bisogno di difendersi dal contesto internazionale che secondo il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov altro non è che la conseguenza di aver definito il nostro paese come “aggressivo e ostile”. In realtà la Russia ha la necessità di collocarsi come forza militare in grado di opporsi alla Nato, dimostrando che il lungo conflitto siriano ha subito una svolta grazie propria a questa forza. Ovvio che poi anche il conflitto in Ucraina e le tensioni nella penisola Coreana hanno determinato nel presidente Putin una politica militare difensiva che oggi culmina con le grandi manovre.

La possibilità di escalation del conflitto che rimane una reale possibilità tra gli attori in contesa, potrebbe generare una catastrofe umanitaria con grandi ripercussioni sul fenomeno migratorio in fuga verso l’Europa, dove c’è già una condizione non facile da gestire a partire dalla Libia.

Siria e Libia hanno in comune un elemento naturale che essendo strategico per l’economia di chi se ne impossessa, può arrivare a giustificare ogni tipo di conflitto dove il sangue umano vale meno del petrolio.

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