Volti coperti e sicurezza

burqaL’oppressione del burqa,  così è se vi pare ( di Luca De Fusco). Negli ultimi anni si è infervorato in diversi paesi occidentali il dibattito sul coprivolto femminile islamico,  convenzionalmente  chiamato burqa. Su fronti opposti si sono schierati  Obama negli USA e Sarkozy in ambito europeo. Più autorevole e articolata è pervenuta dall’Egitto l’opinione di Sayed Tantawi, una delle massime autorità  del mondo sunnita, il quale dopo aver pazientemente tenuto una  serie di conferenze didattiche sulla non obbligatorietà della copertura del volto, ha dato in escandescenze quando ha casualmente scoperto in una delle scuole femminili gestite dalla sua università, ragazzine giovanissime che indossavano il niqab, una specie di cappuccio nero che occulta gran parte del viso. Questa decisa reazione ha enormemente rafforzato gli oppositori del velo, e del niqab in particolare, considerato un indumento alieno e oscurantista proposto dai media dell’Arabia Saudita. Un ennesimo round della polemica sul velo che in quel paese si protrae da cento anni circa.
In Italia abbiamo sentito molte affermazioni troppo spesso faziose e offensive, ottima forma di pubblicità elettorale, ma un pessimo modo di affrontare le relazioni inter confessionali.
Da parte nostra, riteniamo che in un sistema  democratico, basato sulla eguaglianza delle persone, qualsiasi forma di occultamento del volto, anche se per motivi religiosi, sia inaccettabile. Certamente un netto divieto, attualmente non esercitato, potrebbe causare proteste soprattutto se si ripeteranno prese di posizioni bigotte e demagogiche da parte di esponenti politici in cerca di pubblicità. Un male minore e facilmente superabile qualora si considerino i guai che una ipocrita tolleranza di questi indumenti potrebbe creare. Le seguenti note sono basate sull’esperienza diretta di chi scrive, senza dogmi e con disincantata franchezza sulla condizione delle donne nei paesi musulmani.

Il burqa è un simbolo della società araba musulmana: Falso. Il burqa non è un indumento arabo ed è sconosciuto nei paesi propriamente arabi. Non rientra in nessun modo nei dettami musulmani, peraltro molto blandi, e quindi, usando criteri obiettivi, non può essere neppure spacciato come un simbolo religioso. Forse in origine un indumento antisabbia, esso esiste in paesi asiatici non arabi ( Afghanistan, Pakistan) ed è usato da popolazioni di ceppo indoeuropeo tra le quali ad una oppressione segregazionista tradizionale nei confronti delle donne si è sommata una visione deviante ed estremizzata dell’Islam. In genere i musulmani che chiedono che le loro donne possano uscire di casa solo con il volto velato, hanno anche altre fissazioni generate da interpretazioni balzane e induttive dei testi sacri. Queste “trovate” sono a volte alimentari, come il rifiuto dei formaggi, a volte culturali, come il rifiuto della musica e pertanto essi vengono spesso compatiti dalla massa dei loro correligionari. Ben altra cosa è la copertura completa dei capelli, comune a molte culture e popolazioni, anche cristiane, che però nelle nostre scuole non dovrebbe essere ammessa.

Donne in burqua

L’occultamento del volto è imposto alle donne musulmane. Raramente e, comunque, sempre dalle proprie madri. L’usanza è determinata da situazione locale, tradizione famigliare, appartenenza etnica. Le donne di campagna e le nomadi generalmente non lo usano – ci mancherebbe!- mentre è molto più comune nelle città. In Nord Africa, le donne berbere lo usano molto meno delle arabe e snobbano (le chiamano ironicamente “ninja”) anche il colore nero dei loro vestiti che però non ha nulla a che vedere con il lutto come si è comprensibilmente portati a pensare in Italia.
L’occultamento del volto è in molti casi una tradizione locale ma anche un privilegio legale cui la donna ricorre senza esitazioni quando le fa comodo e per una serie infinita di motivi.
I più banali sono il fatto che non desidera mostrare un volto non truccato oppure non vuole essere riconosciuta per svariati motivi, in genere d’ordine sentimentale oppure non vuole essere importunata. Il velo facciale in tutte le sue forme, anche quelle improvvisate sollevando un lembo della veste, è il passe-partout alla libertà con cui milioni di donne si spostano con sicurezza nelle brulicanti città mediorientali. Per molte di esse il volto celato equivale al dono della invisibilità, che si somma alla impossibilità di esser perquisite se non da altre donne e il fatto che le donne poliziotte esistono ma sono relativamente rare e hanno ben altro di cui occuparsi è un ulteriore incoraggiamento. Il velo è uno strumento irrinunciabile per raggiungere un amante, per partecipare ad una riunione politica e, in sostanza, per farsi i fatti propri inclusi quelli in violazione delle regole e delle tradizioni.
In Iran, dove il velo sul volto non è obbligatorio, milioni di donne, sempre più istruite, hanno dato vita ad un movimento culturale di dimensioni imponenti riunendosi in collettivi che si occupano di tutto, dalle scienze sociali alla musica, in barba ai mullah e ai loro decreti. Molte di esse, se necessario, si spostano coprendosi il volto.
Si noti che il velo annulla anche il rischio di telecamere e inseguimenti perché, se la nostra Leila di turno lo ritiene opportuno, può fare tappa da un’amica dove si cambia tutto il vestito, se non è già tutto nero, e da lì procede sicura verso la meta prefissata. In tale caso diventa distinguibile solo dall’andatura, dalle scarpe o dalle caviglie se ha avuto la dabbenaggine di lasciarle in vista. In somma, le  “Mille e una notte” si contano ancora, per fortuna, e rendono la vita meno noiosa.
Molto spesso, utilizzatrici sistematiche del velo integrale sono le escort professioniste, come si chiamano adesso e, assai più comunemente, donne costrette a prostituirsi per problemi economici . Ma anche in quei paesi i privilegi si prestano ad abusi. La scambio strumentale di identità tra due donne diventa possibile, Leila diventa Selwa oppure Habiba a sua scelta e, in casi sempre più frequenti, diventa possibile per un uomo spacciarsi per donna, quindi Omar può diventare Leila.
I campi di applicazione di tale “privilegio” sconfinano abitualmente nel contrabbando e, sempre più spesso, nelle attività collegate al terrorismo. E sono questi ultimi motivi, poco fiabeschi, che hanno convinto la grande maggioranza dei governi di paesi musulmani a costituire corpi di polizia femminile. La polizia difrontiera saudita ha recentemente intercettato due aspiranti attentatori suicidi provenienti dallo Yemen, guarda caso camuffati da donne con il sheder, l’omologo locale del burqa, che può occultare il viso. Probabilmente la polizia sospettava un normale contrabbando di alcolici, sempre intenso nel paese governato dai pii discendenti di Maometto.
Sta di fatto che a tutt’oggi esiste una lunga lista di attentati dinamitardi, compiuti da donne o uomini camuffati,  in paesi musulmani soprattutto asiatici.
Quanto alle possibilità di fuga, il burqa e indumenti simili non hanno rivali. Mentre in Europa si ride del proverbiale “vestito da prete”, i politici dei paesi  musulmani si sono ripetutamente volatilizzati travestiti da donna. Una speciale menzione, per la sua sfortuna, merita senz’altro il defunto Nuri-al-Said, aborrito primo ministro del re dell’Irak che, il 15 Luglio del ’58, appreso del colpo di stato militare repubblicano tentò la fuga sotto un paramento femminile tralasciando, sbadato, di cambiarsi anche le scarpe. Tradito da questo dettaglio, venne freddato sul posto e poi, nell’ordine, sotterrato, dissotterrato, impiccato, ridotto a pezzettini di cui alcuni finirono, con tanto di prezzo, al mercato di Baghdad.
Molto meno eroica la trovata del primo ministro sudanese Sadiq-el-Mahdi che tentò di sottrarsi all’arresto dopo il colpo di stato dell’89 fuggendo dal suo nascondiglio avvolto in un variopinto tobe femminile, in pratica una striscia di organzino lunga sette metri. Venne catturato ma non ucciso perchè assolutamente inoffensivo ma soprattutto perché i militari che lo acchiapparono vennero colti, a tale vista, da risa irrefrenabili.

Coprirsi il volto è un segno di affermazione culturale. Vero, ed è questo il problema. E’ equivalente ad indossare una uniforme o anche una semplice maglia del Milan. Rimane però il problema, non accettabile in un paese moderno e laico, che l’occultamento del volto, identità materiale per definizione, coincida con l’affermazione di una identità culturale. Inoltre un paese come l’Italia che ha gravi problemi di  criminalità non può permettersi di aumentare l’insicurezza dei propri cittadini e nel contempo creare insulsi aggravi di lavoro per le forze di polizia. Nei secoli passati, in tutta Europa , ma soprattutto in quella mediterranea, sicari e delinquenti potevano girare indisturbati con il volto mascherato in luoghi non illuminati in cerca delle loro vittime e le cronache storiche sono zeppe di simili esempi. Consentire attualmente a chiunque di occultare il proprio volto consentirebbe a moltissimi picciotti, compari, tangentisti, spalloni, terroristi ed esaltati di varia origine, italici o d’importazione, di movimentare droga, esplosivi, valuta e quant’altro. Tutti comodamente travestiti da donna musulmana ortodossa, magari simulando uno stato interessante per aumentare il volume del carico. Solo chi è privo di immaginazione (e di intelligenza) può sottovalutare la gravità del problema. A meno che non sia persona in esplicita connivenza con la criminalità.

La copertura del volto viola le leggi dello stato. Vero, qualora però esse esistano e siano chiaramente formulate. La legge sull’ordine pubblico del 1975 è in proposito carente, facendo sciocco riferimento solo a “caschi” tralasciando, chissà perché, calze e maschere. E non è sfuggito ad Emma Bonino, fine conoscitrice delle società musulmane, che è una dei pochi politici a fare una opposizione razionale e non settaria del velo. Mostrare il proprio volto è, in una società come la nostra che si definisce egualitaria e garantista, una assunzione di responsabilità personale imprescindibile.
Rimane poi inspiegabile la mancanza di obiezioni mediche in un paese che ha nel sole e nelle radiazioni solari i suoi simboli nazionali più condivisi. Nessuno dei colti politici che sono così spesso intervenuti sul tema hanno mai ricordato che la schermatura della superficie corporea ai raggi UV, totale nel caso in cui l’interessata indossi anche guanti, riduce a livelli allarmanti la sintesi di vitamina D determinando una serie di gravi disturbi soprattutto a carico dell’apparato scheletrico. Per rigor di cronaca , va anche  detto che molte donne mediorientali ritengono sia un pregio avere la carnagione piu’ chiara possibile e sono inclini a ridurre la propria esposizione ai raggi solari, risultato che si ottiene in misura soddisfacente coprendo il piu’ possibile il corpo.

Le donne musulmane hanno il diritto di vestirsi come vogliono. Certamente, anche perché quello che indossano adesso è frutto di una moda, ciclica e capricciosa per definizione. Con alcune eccezioni. Il volto non deve essere celato e questo tanto vale tanto per l’araba Leila quanto per l’italianissima Giovanna, indipendentemente dalle idee religiose o agnostiche delle interessate. I legislatori italiani farebbero bene ad occuparsi anche dell’interesse comune senza timore di offendere personaggi tipo Gheddafi di cui sembra dovremo sopportare in futuro gli sproloqui pseudo-religiosi.
La seconda situazione da tenere sotto controllo è la diffusione di capi di abbigliamento “religiosi” nelle scuole, oltre ai simboli religiosi veri e propri. In una serie di paesi multiconfessionali dove le giovani musulmane sono state irresponsabilmente autorizzate ad entrare a scuola con abbigliamento distintivo le conseguenze sulla compattezza sociale sono state disastrose. Sarebbe quindi piu’ che irresponsabile ripetere l’esperimento in Italia.
Niente hijab nelle scuole, quindi, per le ragazze musulmane anche se esso occulta solo collo e capelli e spesso ne mette in evidenza i bei visi. E per laica imparzialità niente “cipollotti” di capelli per i ragazzini sikh provenienti dall’India, per citare  solo i casi più noti ed evidenti. Non sembra essere un compito arduo quello di formulare un regolamento scolastico apposito. Se lo fosse,  nulla di vergognoso se nell’Italia del 2009 si copiassero i regolamenti francesi, laici e chiari. La vergogna sarebbe solo quella di non risolvere la situazione con coraggio in un Paese in cui il dibattito appare più arretrato e fazioso che non in una Turchia dibattuta tra Islam e laicità. I giovani stranieri di oggi ne saranno grati alla loro Patria di adozione in un futuro non lontano. Oltre, naturalmente fin da ora, agli italiani autoctoni.

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