Uso di carri armati ed armi da guerra in ordine pubblico. Ecco le norme

piazza-tienanmenAbrogato il decreto ministeriale che regola l’uso delle  armi pesanti in ordine pubblico da parte dei militari. Creato il vuoto legislativo, ora tutto è possibile. Roma, 9 mag – (di Valerio Mattioli) Quando frequentavo il corso per allievi carabinieri era forte l’emozione di portare una divisa che, fino ad allora, appariva come un sogno difficile da raggiungere. E così dovette essere anche per i miei colleghi il cui portamento, spesso, una volta indossata la nuova uniforme, era pari a chi sfilava in passerella per presentare capi di vestiario all’ultima moda.

Non vi era ancora la consapevolezza del ruolo che tale capo di vestiario avrebbe fatto assumere ai vari aspiranti, né la piena conoscenza dei doveri imposti da uno status, spogliato del lato romantico e poetico, capace di far sognare ragazze nubili e fidanzate che volentieri sospiravano al passaggio di questi allievi carabinieri non ancora avvezzi a realtà operative ove le luci fanno fatica a crearsi un varco tra le tante ombre che, come fantasmi, si aggirano per i corridoi delle caserme.

Un bel giorno, uno di questi fantasmi prese la forma di un collega che, allo scopo di smorzare i sorrisi compiaciuti di tanti allievi carabinieri, evidentemente soddisfatti per la nuova vita che li attendeva, quasi tirando per il bavero ognuno di loro, ripeteva la stessa domanda, con voce ferma e decisa: «se ti fosse comandato, spareresti sulla gente in ordine pubblico?». Ricordo che tutti, a tale domanda, rispondevano indistintamente allo stesso modo: con il silenzio. Un silenzio che prendeva il posto di un malcelato orgoglio; un silenzio che non poteva mascherare alcun vuoto interiore, giacché la sua peculiarità era il nulla più assoluto.

Mistero sulle norme che regolano l’uso di carri armati ed armi da guerra in ordine pubblico

Era il 1979, gli scontri di piazza degli anni ‘77-’78, avevano lasciato una strascico pesante e, andando a ritroso fino alla fine dell’ultima guerra, la scia di sangue era veramente lunga, senza che nessuno sapesse quali fossero le norme che regolano l’uso delle armi da guerra in ordine pubblico, comprese bombe a mano e carri armati.

Non esistono delle vere e proprie norme giuridiche che delimitino l’uso delle armi pesanti in ordine pubblico, ma disposizioni interne per lo più classificate riservate o segrete e quindi inaccessibili ai comuni mortali. Se esistessero delle leggi vere e proprie, esse sarebbero gravate dalla necessaria pubblicità, propria di uno stato di diritto, ma che mal si coniuga con l’ambiente militare, ove la trasparenza, talvolta, sembrerebbe apparire compressa al punto tale da essere fine a se stessa con lo scopo, non dichiarato, di creare una ulteriore e più marcata differenziazione col mondo civile, intesa a radicare ulteriormente il cittadino in divisa nella sua condizione ed a renderlo maggiormente consapevole della sua appartenenza all’organizzazione-mamma. In altre parole, più sono marcate le differenze col mondo civile, più il cittadino militare è portato a difendere l’ambito nel quale esplica la sua attività lavorativa, solo perché, attraverso artifici particolari, egli viene indotto a riconoscersi totalmente nell’organizzazione, a farne l’apologia, anche quando fossero evidenti a lui stesso tutti quei difetti che, altrove, cancellerebbero ogni dignità ed i fondamenti stessi del vivere civile.

carri-sirianiVa preliminarmente considerato che per l’uso delle armi pesanti in piazza, i militari agirebbero secondo due direttrici intese ad assicurarsi la  copertura giuridica e quella politica. Non si deve cioè credere che l’eventuale ordine di sparare sui manifestanti con armi da guerra venga dato dal solo livello militare, la cui autonomia, in detta situazione è molto limitata, ma attraverso una sinergia con l’elemento politico che, in ultima analisi è il vero ed il solo a premere il grilletto. La cosiddetta primavera araba che sta portando dei cambiamenti in contesti geografici del mondo prima battuti dalle dittature ci rende evidente tutta la gerarchia di comando che dall’elemento politico arriva ai carri armati che, poi, dovranno far fuoco  sulle piazze. In tale contesto, non è stato raro che un numero imprecisato di soldati che si sono rifiutati di eseguire tali nefandi ordini, siano poi stati giustiziati dai loro ufficiali. Ma tutto questo potrebbe accadere anche da noi? Questo lo vedremo tra poco, analizzando passo dopo passo tutte quelle norme che abiliterebbero i militari a comportamenti così estremi.

In tema di un eventuale accesso alla documentazione che riguarda l’ordine pubblico, già la legge 241 del 1990 sulla trasparenza amministrativa, stabiliva un limite con l’art. 24 comma 6, punto c), che sanciva il diniego “quando i  documenti  riguardino  le  strutture,  i  mezzi,  le dotazioni, il personale e le  azioni  strettamente  strumentali  alla tutela dell’ordine pubblico“. Inoltre il decreto del ministero della difesa nr. 519 del 1995, oggi abrogato dal codice dell’ordinamento militare, prevedeva all’allegato nr. 2, punto 9) la sottrazione, per un periodo massimo di cinquant’anni, praticamente a morte avvenuta dell’interessato o della sua eventuale sopraggiunta incapacità psichica, di “atti e documenti concernenti l’organizzazione ed  il funzionamento dei servizi di  polizia, ivi compresi quelli  relativi all’impiego ed alla mobilita’ di contingenti di personale dell’Arma dei carabinieri, nonché i documenti sulla condotta del personale rilevanti ai fini di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e quelli relativi ai contingenti delle Forze armate poste a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza“.

È di tutta evidenza, quindi, l’interesse non solo dello Stato, ma anche della compagine militare a mantenere la più stretta opacità sulle norme che regolano il comportamento delle Forze Armate in ordine pubblico.

A riprova, però, della circostanza che i mezzi più estremi di contenimento dei disordini in ordine pubblico non sono esperibili senza una contiguità politica, i militari, nel 1973, redassero una pubblicazione non riservata né classificata concernente il “Regolamento sul Servizio Territoriale e di Presidio” e lo presentarono all’allora ministro della difesa che, con decreto del 19 maggio di quell’anno, lo approvò.

Il Regolamento sul Servizio Territoriale e di Presidio è stato in vigore fino all’8 ottobre 2010, quando, con l’art. 2269, comma 1, punto 212), del Codice dell’Ordinamento Militare, è stato abrogato, determinando un vuoto legislativo dagli effetti peggiori di quelli enunciati dalle fattispecie che andrò ora ad analizzare. Infatti, l’abrogazione del citato decreto ministeriale, se non è sostituito da altro dispositivo di legge che proibisce determinati comportamenti o, almeno, li limita, di fatto li ammette con il sostegno esplicito dell’art. 53 del codice penale, sull’uso legittimo delle armi.

L’allegato 38 del Regolamento sul Servizio Territoriale e di Presidio.

Gli articoli 280-309 inseriti nell’allegato 38 del Regolamento sul Servizio Territoriale e di Presidio regolavano l’uso delle Forze Armate in ordine pubblico affermando, all’art. 281, che questo dovesse “essere limitato ai soli casi di eccezionale gravità” e “solo dopo che le autorità responsabili dell’ordine pubblico abbiano esaurito ogni disponibilità di forze di polizia e carabinieri“. Vale quindi la pena di esaminarlo, anche se abrogato, considerato che esso non ha mai avuto alcuna classifica di segretezza e, perciò, conoscibile da chiunque. Non sono delle vere e proprie norme, ma indicazioni di massima, abrogate le quali, non sappiamo se le stesse possono aver trovato spazio in una qualunque circolare riservata o segreta emanata dal ministero della difesa, ma, soprattutto, ci ragguagliano su come potrebbero essere impiegate ancora oggi le Forze Armate in ordine pubblico, atteso che non vi sono norme che impediscano i comportamenti che andrò ora ad esaminare.

Poiché sparare sulle persone in ordine pubblico richiede un’adeguata motivazione, l’art. 281, ultimo comma, ha previsto che “I militari comandati in servizio d’ordine pubblico debbono essere edotti del fatto che il loro intervento risponde unicamente alla necessità di salvaguardare i cittadini dal disordine e dalla violenza“.

photographer-killedGli obiettivi prioritari che le Forze Armate verranno chiamate a difendere sono stabiliti dall’art. 285, secondo il quale “compito fondamentale e preminente delle truppe, in caso di perturbamento dell’ordine pubblico, è la difesa dei propri organismi impianti e stabilimenti (comandi, caserme, depositi, munizioni, magazzini, etc.); potrà essere messa a disposizione delle autorità di polizia per l’impiego in concorso al servizio di O.P. soltanto l’aliquota di forze ancora disponibile dopo soddisfatte le necessità suddette; i reparti delle FF.AA. debbono essere essenzialmente impiegati per difesa o protezione di determinati punti importanti (edifici pubblici, centri di comunicazioni, nodi stradali ecc.) con esclusione di sedi di partiti politici o di giornali; nell’aderire alle richieste di un  Prefetto, il comandante militare territoriale deve tenersi in grado di soddisfare anche le eventuali richieste o necessità delle altre province comprese nel territorio di propria giurisdizione.” Le sedi di partiti e giornali non verrebbero quindi protette, esponendole all’eventuale saccheggio di dimostranti di opposte fazioni politiche.

L’art. 289 afferma che “Criterio base, anche per i suoi effetti psi-cologici sulla folla, è l’impiego a massa, deciso e immediato: lo sparpagliamento delle forze, per essere presenti ovunque, è un errore che va evitato ad ogni costo.”

L’art. 291, allo scopo di svincolarsi dall’obbedienza dovuta al Funzionario di P.S. che, poi, è quello che comanda le forze in ordine pubblico, afferma che “La truppa comandata in servizio di ordine pubblico rimane sempre alle esclusive e dirette dipendenze dei propri comandanti di reparto che, in relazione al compito ad essi affidato dall’autorità civile, hanno la più ampia facoltà e la conseguente responsabilità di stabilire le modalità esecutive ritenute idonee per raggiungere l’intento.” Questo significa che l’eventuale ricerca di responsabilità circa l’uso di armi pesanti potrebbe essere ricercata non nel ministero dell’interno, come sarebbe più naturale, ma nel dicastero della difesa, ove i militari fanno riferimento.

In merito all’armamento, l’art. 292 prevede che “Di norma per fronteggiare perturbatori disarmati le truppe impiegheranno fucili e pistole o fucili automatici e armi similari purché messi in posizione tale da sparare solo colpi singoli. Le armi automatiche, tenute in riserva, saranno impiegate solo quando si incontrerà una resistenza armata. Quando però risulti che i perturbatori dell’ordine dispongano di armi automatiche e di bombe a mano, la truppa sarà autorizzata a servirsi delle stesse armi di maggiore potenza (comprese le bombe a mano) in relazione al criterio che l’armamento di chi è chiamato a ristabilire l’ordine deve essere sempre superiore di quello usato da chi l’ordine ha turbato.”

Sul munizionamento, l’art. 294 prevede “per ogni: fucile o moschetto: 10 caricatori di cui 3 a mitraglia (per le armi che dispongono di tale munizionamento); pistola: 50 cartucce a pallottola; moschetti automatici: 100 cartucce a pallottola (5 caricatori da 20); fucili mitragliatori: 224 cartucce pallottola (8 caricatori).

Per lo scioglimento di riunioni od assembramenti, l’art. 295 afferma che “Autoblindo e carri armati dei vari tipi sono particolarmente adatti a tale compito.” Già, ma quali sono i criteri per l’impiego del fuoco sui dimostranti? L’art. 296, a questo scopo, prescrive che “ricevuto l’esplicito ordine da parte del funzionario di PS. o deciso d’iniziativa di aprire il fuoco: decide quali delle armi di cui dispone il reparto (fucili, fucili automatici, armi automatiche, bombe a mano, etc.) devono essere impiegate; ordina di far fuoco; regola la condotta del fuoco del reparto” aggiungendo più avanti che “il fuoco dovrà essere diretto contro gli individui che appaiono più pericolosi, che incitano alla violenza e, possibilmente, contro i capi dei dimostranti, cercando di evitare di far fuoco indiscriminatamente sulla folla.” All’altezza dell’art. 296 vi è apposta una nota che riporta questa dizione: “(1) «Non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere ai doveri del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere la violenza o di vincere una resistenza all’autorità. La stessa disposizione si applica a qualsiasi persona che, legalmente richiesta dal pubblico ufficiale, gli presti assistenza» (art. 53 c.p.).” E’ evidente come tutta la struttura delle norme che stiamo esaminando non poggia sull’esistenza delle stesse, ‘ché se non ci fossero non cambierebbe alcunché, ma sull’esistenza dell’art. 53 del codice penale, sull’uso legittimo delle armi, nella sua formulazione precedente alla cosiddetta legge Reale, promulgata nel 1975 e tristemente famosa per aver allargato ulteriormente il ventaglio di eventi che abilitano all’uso delle armi.

Per quanto attiene agli arresti in ordine pubblico l’art. 298 raccomanda che “quando le truppe hanno in consegna persone in arresto, devono vigilare per impedire con ogni mezzo, compreso l’uso delle armi, che possano evadere” mentre il 299 aggiunge che la scorta ad arrestati durante il servizio di ordine pubblico è fatta “con energia decisa ma corretta senza cioè insultare o maltrattare gli arrestati, reprimendo però con ogni mezzo e, ove occorra, anche con l’uso delle armi, ogni loro reazione violenta, come anche ogni tentativo violento per liberarli arbitrariamente, da chiunque venga fatto.”

In caso di dichiarazione dello stato di guerra, verrebbe saltato a piè pari il previsto passaggio parlamentare ed il successivo intervento del Capo dello Stato ai sensi degli artt. 78 e 87 della Costituzione, giacche l’art. 302 prevede che “Quando in caso di perturbamenti di eccezionale gravità, il Ministero dell’Interno, o per sua delega, i prefetti dichiarano lo Stato di guerra, tutti i poteri delle autorità civili, passano alle autorità militari, alle cui dipendenze dirette vengono poste anche le forze dì polizia e dei carabinieri. La responsabilità e la direzione del servizio d’ordine pubblico vengono assunti in tal caso dalle autorità militari.” E quindi, in caso di passaggio di poteri ai militari, in attuazione dello stato di guerra, l’art. 304 precisa che “Ai fini dell’impiego di truppe in servizio di O.P, i comandanti militari territoriali avran-no alle loro dipendenze tutti i reparti a terra delle FF.AA. e tutte le forze di polizia e dei carabinieri e della Guardia di Finanza dislocate nel territorio.” E adesso spiegatelo anche ai sindacati di polizia.

E’ da precisare che lo stato di guerra può essere imposto su tutto o parte del territorio nazionale come, ad esempio, una provincia od una regione.

Quanto sopra ci dà una idea abbastanza sommaria di come potrebbero essere impiegati i militari in casi estremi e qual’è la latitudine dei comportamenti che sarebbero loro permessi se, nel vuoto legislativo venutosi a creare, non intervenisse una legge intesa a limitare tale condotta. Inoltre nessun governo, di qualunque colore politico, dal dopoguerra ai nostri giorni, ha mai  inteso regolamentare questo delicato settore a riprova che anche quei politici che, a parole, si sono dimostrati vicini alle piazze, nei fatti hanno avallato un sistema normativo degno delle peggiori dittature africane. L’abrogazione di dette norme da parte del Codice dell’Ordinamento militare, come già  detto, crea un vuoto legislativo nel quale tutto è permesso, semplicemente perché non è proibito, ma, anzi, trova la sua linfa vitale nella genericità ed indeterminatezza dell’art. 53 del codice penale che viene riportato persino in calce all’art. 296 già citato, a mo’ di lugubre promemoria.

La percentuale di obbedienza ad ordini così estremi.

Non vi è alcun dubbio che un militare che si trovasse nelle condizioni di dover obbedire ad ordini così estremi, potrebbe trovarsi in conflitto con se stesso. Questo non significa automaticamente che debba disobbedire ma che questa eventualità potrebbe essere più significativa qualora si superasse un determinato limite di sofferenza  imposta a terzi. Le grida strazianti, i lamenti, il sangue, sono tutti fattori che possono contribuire a creare determinati conflitti interiori, che ora esaminerò, allo scopo di determinare scientificamente il tasso di obbedienza che ci si potrebbe aspettare dai militari in simili frangenti.

Stanley Milgram, negli anni 1960-63, studiò l’obbedienza all’autorità attraverso esperimenti che coinvolsero individui dai venti ai cinquant’anni che, nel ruolo di insegnanti, avrebbero dovuto infliggere scosse elettriche via via di intensità sempre più crescente alle loro vittime, che in realtà erano complici dello stesso Milgram e che, per questo, avrebbero dovuto fingere dolore. Le scosse sarebbero state inflitte solo su ordine dello sperimentatore che fungeva da autorità. Ad una scossa di lieve entità faceva seguito un flebile lamento della vittima, mentre, col crescere del voltaggio, si arrivava fino ad urla strazianti. Nella realtà non veniva data alcuna scossa, ma i soggetti sotto esperimento non lo sapevano.

In questo modo Milgram voleva sapere fino a che punto un individuo avrebbe inferto sofferenze sempre maggiori ad un suo simile, pur di obbedire all’autorità. Si scoprì che ogni individuo, all’interno di una struttura gerarchica che può non essere necessariamente solo quella militare, ma ad esempio un’associazione di partito, un organismo religioso, una famiglia, un’organizzazione criminale ecc., viene a trovarsi in uno stato eteronomico, pronto ad obbedire ad ordini specificamente impartiti. In altre parole “la volontà del soggetto non ha in sé la ragione della propria azione ma la deriva da principi estranei alla stessa volontà” (tratto da “Il Nuovo Zingarelli”); tradotto in termini più concreti significa che se anche i militari coinvolti fossero tutti uomini pii, una volta in stato eteronomico potrebbero assumere comportamenti estremi non in linea con le proprie credenze. Si pensi all’eteronomia indotta in terroristi suicidi, le cui nefande gesta hanno riempito le cronache di questi ultimi anni. Questo spiega anche come in passato milioni di uomini siano morti in guerre di vario tipo non per una intima convinzione personale od un ideale, ma solo per un’obbedienza all’autorità.

La percentuale di obbedienza che Milgram poté accertare si aggirava sul 65%, circa, ma solo se vi era una certa distanza tra chi infliggeva la sofferenza e la vittima. Quando si arrivava al  contatto fisico con la vittima, questa scendeva al 30%. A differenza di quanto si potrebbe credere, le donne obbediscono come gli uomini, con la tendenza, nelle prime, ad infliggere sofferenze di poco minori a quelle che avrebbero inflitto i maschi.

In una situazione di ordine pubblico, possiamo ipotizzare che il tutto si svolga in questo modo: i militari obbedirebbero senz’altro all’ordine di sparare, ma a seconda della distanza a cui si verrebbero a trovare dai bersagli umani, potrebbero non eseguire correttamente le disposizioni impartite, “sbagliando” la mira che diverrebbe più “imprecisa” man mano che si avvicinano alle vittime predestinate. In questo modo, per l’autorità che impartisce gli ordini sarebbe più difficile perseguire penalmente quei soggetti che, in definitiva, pur sparando, non hanno eseguito l’ordine. Tuttavia la percentuale di obbedienza potrebbe essere insolitamente alta se l’azione di fuoco dovesse essere diretta verso individui con il volto coperto da passamontagna o casco, non solo perché statisticamente vengono percepiti dalle forze dell’ordine come i più agitati e pericolosi, ma perché, così travisati, non permetterebbero di lasciar intravedere le eventuali sofferenze.

Le responsabilità penali

Voglio qui evitare la solita disamina trita e ritrita sul dovere di disobbedienza del militare quando l’ordine costituisce reato perché questo lo sappiamo già tutti, ma soffermarmi un po’ di più sul concetto di consegna. Essa, a differenza degli ordini, non permette alcun sindacato e va eseguita così come è stata impartita. Può essere orale o scritta. La giurisprudenza dei Tribunali militari in questo è molto chiara. Infatti “In tema di violata consegna, la norma incriminatrice di cui all’art. 120 c.p.m.p. non tutela la finalità del servizio, bensì la modalità di esecuzione dello stesso, dalle quali non è dato discostarsi neppure al fine di conseguire meglio lo scopo del servizio. Cass. Pen. Sez. I, 23 settembre 1993, n. 8713 (ud. 15 luglio 1993), Derin.” (1)

L’ordine di assumere un determinato servizio è entità logicamente e giuridicamente ben distinta dalla consegna, che vincola per il fatto dell’assunzione del servizio stesso. Quando l’ordine di assumere servizio sia illegittimo, il militare può trasgredirlo senza incorrere in alcun reato. Ma una volta assunto servizio, egli è comunque tenuto ad adempiere tutti i doveri che la relativa consegna comporta. Un eventuale posizione di diritto soggettivo viene infatti meno, per implicita rinuncia, se il militare abbia preferito assumere il servizio. Corte Mil. App., 24 febbraio 1983, Olivé, in Rass. Giust. Mil., 1983, 507.” (2).

In caso di grave, generalizzata e plateale disobbedienza da parte dei militari che si rifiutassero di obbedire agli ordini loro impartiti, l’ufficiale che comanda il contingente potrebbe rivolgere le armi contro i propri sottoposti, sorretto dall’art. 41 del codice penale militare di pace sull’uso legittimo delle armi e dall’art. 44 c.p.m.p. su casi particolari di necessità militari, secondo il quale “Non è punibile il militare, che ha commesso un fatto costituente reato, per esservi stato costretto dalla necessità di impedire l’ammutinamento, la rivolta“.

In tal proposito la giurisprudenza afferma che “Ricorre la causa di non  punibilità preveduta dall’art. 41 c.p.m.p. quando l’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica sia determinato dalla resistenza illegittima, ossia dall’opposizione attiva al conseguimento di una finalità attinente al servizio militare, ed il mezzo di coazione risulti adeguato all’intensità della resistenza ed attuato con il fine specifico di vincere la resistenza medesima. Trib. Supr. Mil., 23 marzo 1948, Albanese, in Mass. T.S.M. 1942-1951, voce Adempimento di un dovere, n. 3.” (3)

Il superiore può usare la forza verso l’inferiore nell’adempimento del suo dovere e può pervenire sino all’uso legittimo delle armi, solo quando tale uso sia giustificato dalla necessità e sempre che sia proporzionato all’azione posta in essere sdall’inferiore. Trib. Supr. Mil., 15 maggio 1942, Bellon, in Mass. T.S.M. 1942-1951, voce Adempimento di un dovere, n. 4.” (4)

Va inoltre soggiunto che l’art. 138 c.p.m.p. afferma che “il militare, che, per timore di un pericolo o altro inescusabile motivo, non usa ogni mezzo possibile, per impedire la esecuzione di alcuno contro la fedeltà o la difesa militare, o di rivolta o di ammutinamento, che si commette in sua presenza è punito” con la reclusione fino all’ergastolo. “L’art. 138 c.p.m.p. autorizza il militare ad intervenire, facendo uso di ogni mezzo possibile per impedire l’esecuzione di taluni reati, tra quelli previsti dalla legge contro la fedeltà o la difesa militare, o di rivolta o di ammutinamento. Cass. Pen., 3 aprile 1990, Sandron in Scandurra, Il diritto penale militare, Milano, 1993, 368“. (5)

Conclusioni

La presente dissertazione non è un esercizio di retorica. Infatti l’attuale congiuntura economica, che vede una perdurante crisi economica, la più grave dal dopoguerra ai nostri giorni, potrebbe essere foriera di gravi disordini, tali che l’uso delle tradizionali Forze dell’Ordine rischia di non essere sufficiente. Proprio l’anno scorso, sabato 15 ottobre 2011, un corteo di circa centocinquantamila manifestanti sono stati infiltrati da alcune centinaia di teppisti violenti che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma dando fuoco a palazzi, automobili, mezzi della Polizia e Carabinieri, saccheggiando beni di proprietà sia pubblica che privata.

Se a ciò si aggiunge che sia la politica che gli ultimi governi hanno perso della necessaria autorevolezza, ‘sì da supporre che le Forze di Polizia, in futuro, dovranno supplire ad un deficit politico che definire cronico non rende l’idea, ma la cui involuzione democratica ha spinto in passsato a chiedere apertamente il carcere per quei giornalisti che avessero pubblicato determinate notizie, verosimilmente a danno del potente di turno. Ma questo, è solo l’inizio.

(1) A. Tencati, I Codici Penali Militari, Piacenza, Editrice La Tribuna, 1999, p. 697.
(2) A. Tencati, I Codici Penali Militari, Piacenza, Editrice La Tribuna, 1999, p. 692.
(3) A. Tencati, I Codici Penali Militari, Piacenza, Editrice La Tribuna, 1999, p. 675.
(4) A. Tencati, I Codici Penali Militari, Piacenza, Editrice La Tribuna, 1999, p. 675.
(5) A. Tencati, I Codici Penali Militari, Piacenza, Editrice La Tribuna, 1999, p. 699.

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