Su Gheddafi ancora molte ombre, anzi troppe

gheddafiRoma, 23 ott – (di Luca De Fusco)Per verificare l’attendibilità di Muammar Gheddafi, il nuovo “amico” che il governo italiano ha aggiunto alla sua collezione non bisogna andare lontano. La Procura Antimafia di Perugia, sulla base di una indagine iniziata dai Carabinieri a fine ‘2005, ha accertato fatti singolari che smentiscono nettamente la descrizione di un Gheddafi pentito, pacifico e ansioso per la propria buona immagine all’estero.
Quattro cittadini italiani sono stati recentemente condannati  per traffico d’armi, in particolare per essersi attivati per fornire al governo libico 500.000 fucili d’assalto di produzione cinese.
L’inchiesta, che ha suscitato più scalpore all’estero che in Italia, ha conseguito risultati multipli accertando, oltre alle intenzioni dei libici di mettere le mani su un  quantitativo di armi leggere eccedente anche le più fantasiose necessità delle loro forze armate (76.000 effettivi), anche l’inconsistenza delle restrizioni previste dagli embarghi e l’estrema disponibilità di un colosso cinese del settore, la Norinco, a rifornire chiunque. Nella ricostruzione dei fatti è emerso chiaramente che la corruzione pervade incontrastata gli alti livelli della Jamahirya libica cone già denunciato da agenzie specializzate (Trasparency International).
Meritorie le ammissioni dei quattro imputati che hanno confermato senza ombra di dubbio un punto cardine: alla Libia le armi (richieste nel 2006) servivano da “regalare qua e là”. Considerata l’epoca della trattativa appare probabile che Gheddafi intendesse aumentare i propri consensi in Africa quando aveva deciso di scalare il vertice dell’Unione Africana. Con sole armi individuali al giorno d’oggi non si iniziano guerre ma si può benissimo generare caos accontentando personaggi che non hanno né i soldi né gli agganci per procurarsele. I destinatari finali possono realisticamente essere cercati tra i gruppi armati del Sudan (Darfur), del Ciad, della Somalia/Ogaden, e persino in Irak. Ma va tenuto anche presente che il nuovo capitolo dell’avventura gheddafiana sono ora i “re” africani che il “Re dei re” Muammar (atoniminatosi tale nel 2008 ) considera suoi vassalli e con i quali intende costruire una rete di alleanze in tutto il continente. La potenza dei petrodollari è fuori discussione ma il potenziale destabilizzante di tale iniziativa non è da sottovalutare. Re e capi tradizionali in Africa rappresentano spesso quanto di più retrivo e venale esiste nel continente e mal si combinano con i giovani stati, in prevalenza democrazie a dir poco immature. Un chiaro monito sono i circa 30 morti e i gravi danni avutisi nella capitale dell’Uganda in Settembre negli scontri tra sostenitori del re Mutebi del piccolo regno del  Buganda e la polizia. Mutebi, frequentatore di Gheddafi e da lui finanziato da anni, ha mobilitato i suoi “sudditi” contro il governo repubblicano del presidente Museveni con una serie di rivendicazioni. Museveni, egli stesso già beneficiario dall’assistenza  libica quando combattè per anni la dittatura di Milton Obote, ha trovato da tempo l’occasione di bollare come anacronistica l’idea di resuscitare re e capi tribali in Africa. Soprattutto conscio dei pericoli che i sovrani tradizionali africani, di cui cinque sopravvivono nella repubblica dell’Uganda, rappresentano per la stabilità dei paesi qualora eccedano le mere prerogative folkloriche e tradizionali che la costituzione loro attribuisce. Ma la tensione permane e se in futuro verranno trovati fucili AK nuovi nel palazzo di qualche re nostalgico dell’800 non dovrebbe essere difficile risalire al mittente.

gheddafi2In Italia delle politica interna della Libia si legge poco da sempre, ma è chiaro che il potere ricattatorio conferitogli dal petrolio hanno risparmiato a Gheddafi molti attacchi dall’estero per la sua politica repressiva, non solo nei confronti degli esponenti dell‘ “ancien regime“ monarchico-senussita ma anche nei confronti di minoranze pacifiche. Con atteggiamento da mercanti, molti governi hanno tenuti nei confronti del regime di Tripoli un atteggiamento bonario e minimizzante. Non si spiega altrimenti la sistematica caduta di attenzione da parte dei media nei confronti delle ripetute violazioni nei confronti di persone e di stati. Della Libia ci viene presentata un’immagine capovolta, quella di un paese a noi indispensabile. La  realtà è quasi opposta, con un governo depresso da fallimenti  economici e dal crescente  malcontento della popolazione , che ha disperatamente bisogno di aiuto esterno per rimettersi in carreggiata.  E’ propagata ad hoc l’immagine di un Gheddafi ormai tranquillo che ha persino preso le distanza dall’integralismo, come se questo bastasse a farne una persona attendibile.

Esiste una lunga serie di delitti commessi dalle autorità libiche solo alcuni sono stati riportati dalla stampa 
Per iniziare, dopo la presa del potere nel ’69, attuata in modo incruento per l’avversità alla violenza dell’anziano Re Idriss I che aveva già abdicato, una delle ossessioni di Gheddafi fu quella di far condannare a morte in absentia l’ex-re. Dimostrazione di crudeltà gratuita, vanificata dalla morte per vecchiaia di Idriss , che però Gheddafi replicherà innumerevoli volte facendo assassinare a suo capriccio oppositori interni, personaggi stranieri sgraditi a lui o ai suoi amici e un bel numero di persone a caso nel corso di attentati terroristici orchestrati in ogni angolo del pianeta. Vittime di varie nazionalità, età e professioni. Libici e stranieri gli autori, tra cui i noti Carlos a Abu Nidal.
I metodi variavano dalle pallottole esplosive, alle valigette-bomba, a incidenti stradali e aerei simulati, oltre a teatrali esecuzioni in luoghi pubblici. Da non dimenticare gli arresti arbitrari di cittadini libici e non di rado anche stranieri. Uno dei casi più recenti. la detenzione di cinque infermiere bulgare e un medico palestinese accusati di aver infettato con il virus HIV ben 426 bambini in un ospedale di Bengazi. Accusa ridicola, crollata al primo serio riscontro obiettivo che evidenziò il pauroso degrado degli ospedali libici e l’estraneità degli accusati. Ultimo caso, il sequestro in Libia di due uomini d’affari svizzeri per rappresaglia all’arresto avvenuto a  di un figlio di Gheddafi per lesioni personali.

LISTA VITTIME ?

Crudele e vendicativo, Gheddafi ricorse anche ai gas tossici in Ciad, negli anni ‘80, per compensare l’incapacità del proprio esercito senza rendersi conto che così facendo condannava a morte certa i suoi soldati in caso di cattura.
Le azioni da sicari e le esecuzioni sono gli unici campi di attività in cui i suoi uomini hanno dimostrato di emergere nonostante la disponibilità illimitata di armamenti modernissimi. In spregio alla tradizione politico militare dei Senussi libici, il sedicente colonnello di oggi si trova all’antipodo del loro capo Omar el Muktar che fu uomo colto, abile e coraggioso fino in età avanzata. Gheddafi invece, nonostante il medagliere da operetta, digiuno da qualsiasi esperienza bellica e restio a riconoscerlo, non solo non è riuscito ad attuare una sola azione bellica razionale ma neppure a selezionare qualcuno militarmente capace restando i suoi gregari più fidati gli amici di gioventù con cui approdò all’Accademia e successivamente attuò un fortunoso quanto improbabile colpo di stato, data l’esistenza all’epoca di altri due piani concorrenti.

Inspiegabile ma sistematica è la repressione contro la minoranza berbera, concentrata in alcune zone interne della Libia. Infatti, nonostante sia stranoto che la gran parte dei libici sia discendente dei berberi, occupanti originari di tutto il Nord Africa da millenni, Gheddafi ne nega l’esistenza, definendoli “arabi puri” e da decenni nega loro l’uso della lingua amazigh in pubblico e addirittura l’uso di nomi tradizionali. Parecchi sono stati arrestati , altri costretti all’esilio, alcuni uccisi. Il popolo che ha dato i natali a Sant’Agostino, Settimio Severo, Apuleio, Arias e tanti altri è stato cancellato da Gheddafi con poche frasi del tutto sconclusionate e, cosa grave, represso nei propri diritti elementari. Una sua abituale affermazione è che i berberi e la loro lingua sono “una invenzione dei colonialisti” forse riferendosi alle ricerche antropologiche fatte da studiosi italiani anteguerra ma sicuramente ignorando che anche da parte araba esistono antiche testimonianze di una politica razzista nei confronti dei berberi.
La situazione appare ancora più arcana se si tiene conto che lo stesso Gheddafi proviene da un clan berbero (secondo alcuni persinoTuareg) e delle tradizioni berbere esalta l’egualitarismo e la semplicità di vita, anche se più come atteggiamento che convincimento, e la famosa tenda ne è il simbolo. L’invenzione di bodygards femminili che parimenti eccita le fantasie di arabi e occidentali non è cosa straordinaria tra i berberi Tuareg dove vige il matriarcato.
Ma i berberi libici sono in gran parte Ibadi, una corrente “eretica” rispetto alla maggioranza sunnita del mondo musulmano e Gheddafi, che dell’Islam rivela una nozione rozza e superficiale, ritiene sia suo diritto dare loro lezioni di ortodossia e storia.
Ce l’ha anche con gli sciiti, anche se non è chiaro se sappia chi essi siano, e per questo non ha amici a Teheran; dopo trent’anni è ancora ignota la sorte di Musa al-Sadr, un imam sciita libanese, e dei suoi due compagni giunti a Tripoli un giorno del ’78, invitativi per normali colloqui, e mai più riapparsi. Non sorprende che siano considerati morti dalle autorità libanesi. Si ritiene che alla base della loro scomparsa ci sia stata ostilità da parte del PLO di Yasser Arafat, all’epoca amico di Gheddafi.

Grande ammiratore del leader egiziano Nasser, Gheddafi ne è tutt’al più una semplice caricatura, non avendone né la visione né l’umanità. Come tutti i nazionalismi, anche quello arabo ha punti di incongruenza, ma nessuno prima di Gheddafi si è mai spinto a sminuire i grandi popoli storici del Medio Oriente e tantomeno a enfatizzare la purezza etnica di quanti ora si definiscono arabi. Tantomeno a intromettersi in dispute religiose, prova ne sia che il maggiore teorico del nazionalismo arabo rimane tuttora Michel Aflaq, un siriano cristiano praticante.

Dal fallimento in Ciad ad una piu’ saggia  politica panafricana

Dal ’69, fresco al potere di una paese ricchissimo, Gheddafi si dimostrò attivissimo in politica estera, ma in un mondo arabo scottato da poco dalla sconfitta nella guerra dei “Sei Giorni”, non esisteva spazio per suoi show e questo gli venne detto in chiaro. Quindi trovò più congeniale rivolgere le proprie attenzioni verso l’interno dell’Africa abitata da popoli nei cui confronti egli, sedicente arabo, nutre sentimenti ambivalenti, oscillanti tra il disprezzo e l’identificazione.

Esisteva da tempo il contenzioso Libia-Ciad  sulla “striscia di Aouzou”, un enorme trapezio ritenuto ricco di minerali nel Nord del Ciad , secondo fonti mai verificate ceduta dell’Italia alla Francia in epoca coloniale e per questo già rivendicata da re Idriss. Fu chiaro dall’inizio che Gheddafi aveva mire su tutto il Ciad, che egli vedeva  come stato vassallo della Libia e ponte verso l’Africa Centrale. Quella che avebbe potuto rimanere una disputa confinaria da risolversi pacificamente venne iniziata da Gheddafi come una guerra contro l’”imperialismo” presto degenerata  in una aggressione a popoli non arabi che durò circa quindici anni, divorando immense risorse libiche e devastando un paese di per sé già poverissimo come il Ciad.
Si dovette rendere conto molto presto Gheddafi che in quel paese non poteva contare sulle forze armate libiche, inclini alla retorica ma rivelatesi inette e incompetenti nella pratica.
Tale era la situazione a metà anni ’70 quando il “colonnello”, credulone e suggestionabile, cadde nella rete di Ahmat Acyl, un avventuriero arabo-ciadiano, ex deputato costretto all’esilio, vice-capo di una banda guerrigliera pomposamente chiamata “Volcano Brigade”. Acyl riuscì ad accreditarsi come “arabo perseguitato” da “neri cristiani” presso Gheddafi  il quale, ritenendo di avere un’intuizione brillante, fece eliminare a Bengazi simulando un incidente d’auto, il comandante della “Volcano”, Baghlani, facendolo rimpiazzare da Acyl.
Divenuto l’agente ufficiale dei libici, provocatore secondo altri leader locali, Acyl si dedicò con impegno a frantumare il fronte dell’opposizione armata ciadiana, pro-libica ma con diverse sfumature, provocando una catena di scissioni, voltafaccia, accordi di pace e, soprattutto, affondando un cuneo di odio mortale tra arabi ( o sedicenti tali ) ed etnie africane. Poiché le relazioni inter-etniche sono simili in gran parte del Sahel la campagna di odio dilagò nei paesi vicini, soprattutto in  Sudan, nelle regioni miste del Darfur e del Kordofan dove continua a creare  danni, come ci viene rammentato ogni giorno. Non meno gravi furono gli effetti dello sciovinismo pretestuosamente pan arabo dei Gheddafi-Acyl in altri paesi saheliani soprattutto Niger e Mali ad opera di giovani Tuareg indottrinati in Libia.
Si ritiene che sia stato Acyl a convincere Gheddafi, afflitto da carenza di buona fanteria, a rimodellare su esempio delle sua Volcano Brigade, la Legione Islamica. Ufficialmente un corpo di ottomila “volontari” accorsi entusiasti dai  paesi confinanti ma in prevalenza immigrati illegali reclutati a forza dalla polizia libica. Ritenendo di aver adeguato supporto in quel paese, Gheddafi decise l’intervento diretto in Ciad all’inizio del ’78, andando subito incontro a rovesci militari nonostante
potesse contare su un dispositivo logistico impressionante messogli a punto da militari sovietici e tedeschi-est. L’arroganza libica avevo sortito l’effetto opposto facendo ricompattare gli anti-governativi e annullando il vantaggio strategico.
Acyl morì prematuramente nell’82 retrocedendo inavvertitamente nell’elica del Cessna regalatogli dal suo padrino Gheddafi ma la sua formazione sopravvisse a lui e al tracollo libico in Ciad e si dedicò con zelo a propagare la dottrina della supremazia araba nei paesi del Sahel sempre sostenuta con armi e denaro da Tripoli. Diversi leaders janjaweed di oggi in Darfur si sono formati in Libia a questa scuola.
Con fasi alterne e ripetuti interventi militari francesi la guerra civile in Ciad si trascinò per anni ma la Libia non recuperò più l’appoggio, in gran parte illusorio, che aveva avuto all’inizio.
Nel caos immane del Ciad emerse, grazie anche all’appoggio della Francia, un piccolo popolo africano insediato tra Ciad e Sudan, gli Zaghawa, e si passò alle “Toyota Wars”, che segnarono la fase finale del conflitto. Sfiancata nella sua Legione Islamica e inimicatasi ad uno ad uno i gruppi etnici africani, la Libia si era ritrovata senza quella preziosa fanteria d’assalto che questi le avevano reso disponibile per anni, e quindi vulnerabile nonostante le centinaia di blindati, corazzati e aerei.
In una serie di scontri, le colonne di camionette Toyota di derivazione commerciale ( di cui molte con missili Milan) fecero a pezzi il dispositivo militare libico. L’ultima incursione (1987), condotta dal grande Hassan Djamus, penetrò in territorio libico per centinaia di chilometri distruggendo mezzi aerei e terrestri per milioni di dollari. Gheddafi cedette di colpo temendo la guerra in casa, si presentò puntuale alle trattative di pace convenute e si dice che a un certo punto egli  ammise spontaneamente che la guerra era stata “un errore”. Ma determinante per la sopravvivenza politica di Gheddafi fu il veto posto dalla Francia, timorosa per le proprie fornitore d’armi alla Libia, alla ulteriore avanzata di Djamus verso Nord.
Djamus venne assassinato in una faida interna e al suo posto, dopo altri anni di scontri, emerse vincitore il cugino Idriss Deby a cui Gheddafi pensò bene di accordare il suo sostegno, considerandolo un suo potenziale sostenitore. Rimaneva il contenzioso della “striscia di Aouzou“ che approdò alla Corte Internazionale di Giustizia dove, con sedici voti a uno , la zona contesa venne riconosciuta al Ciad . Era il 1994, lo pseudo-colonnello  aveva giocato la partita di Aouzou per venticinque anni!

Capitolo a parte ma certamente non allegro è quello che concerne la politica economica. In quarant’anni al potere Gheddafi ha avuto a disposisione proventi da petrolio per circa mille miliardi di dollari.
Se solo una parte di questa somma fosse stata spesa con discernimento certamente se ne vedrebbero i risultati in un paese che ha poco più di sei milioni di abitanti. Invece, a parte la burocrazia di regime, parenti e sodali di Gheddafi, i libici vivono con  bassi stipendi e afflitti da carenze di servizi. Il visitatore che si allontana dagli alberghi di lusso, soprattutto a Bengazi si ritrova in quartieri malandati da città africana sub-sahariana. In paragoni con analoghi paesi petroliferi, la Libia brilla come un fallimento totale.
Naturalmente i libici sanno benissimo dove sono finiti i soldi mancanti ed enumerano i progetti inutili che hanno arricchito una pletora di fornitori esteri. Oltre una quantità fantastica di armamenti mai o male utilizzati, ci sono il Grande Fiume Artificiale una creazione/giocattolo che depreda una falda acquifera non rinnovabile nel centro del Sahara, il presto defunto progetto per armi nucleari, l’ancora da completare osservatorio astronomico dedicato all’antico astronomo  Eratostene da Cirene (greco-libico), la geniale autovettura disegnata personalmente dal “Fraterno Leader” il cui unico esemplare completato costa oltre un miliardo di dollari.
Si aggiunga che in questo mare di sprechi , l’industria petrolifera, vero fulcro dell’economia libica è stata trascurata e oggi, con una produzione di 1,8 milioni di barili/giorno, la Libia, primo paese in Africa per riserve, produce meno di Nigeria e Angola e solo undici volte più di quello che produce l’Italia.

Insomma, non si può non convenire con quel giornalista arabo che conoscendo Gheddafi di persona dal 1970, l’ha definito “un clown che non riesce a fare ridere nessuno”.

Paradossalmente, la Libia di Gheddafi ha raccolto un vero successo con una iniziativa pacifica ed equilibrata che sta distribuendo dividendi economici ai paesi che vi hanno finora aderito. Si tratta della Cen Sad ( Comunità degli Stati Sahelo-Sahariani) fondata da soli sei stati ne ’98 e giunta  attualmente a ventotto membri. Si prefigge innanzitutto la costruzione di un’area di libero scambio e movimento persone ma ha esteso la cooperazione al campo cuturale e sportivo con manifestazioni periodiche ospitate a rotazione da tutti i paesi membri. Si e’ dotata di un braccio finanziario, una banca regionale, sostenuta prevalentemente dai contributi libici. Una iniziativa pregevole che, pero’ , dovra’ coordinarsi con gli altri blocchi regionali esistenti.

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