Pensioni: quel filo sottile che li lega al debito pubblico e all’evasione fiscale

inps_pensioniRoma, 10 gen – (di Cleto IAFRATE) Il decreto legge cosiddetto «Salva Italia», emanato in un contesto di urgenza e necessità, rappresenta la risposta della politica ad una crisi economico-finanziaria senza precedenti. Con il decreto legge nr. 201/2011 è stata varata anche la più radicale riforma previdenziale degli ultimi 20 anni. Le disposizioni in essa contenute sarebbero finalizzate a rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico, nel rispetto dei principi di equità e convergenza intergenerazionale, oltre che ad adeguare il sistema previdenziale alle variazioni dell’aspettativa media di vita.

Il decreto, che sembra salvare un po’ meno gli italiani rispetto all’Italia, prevede il passaggio per tutti i lavoratori al sistema pensionistico contributivo; la scomparsa delle pensioni di anzianità ed un nuovo metodo di calcolo della pensione, da cui deriverà un assegno sostanzialmente più povero per tutti. Il decreto ridisegna i requisiti per il pensionamento, nel senso che si andrà in pensione in età più avanzata: ci vorranno almeno 42 anni di contributi e chi lascerà prima perderà il 2% del trattamento per ogni anno. Per i lavoratori autonomi è previsto un aumento dei contributi da versare, che arriveranno al 25% nel 2018. Per far cassa, infine, viene bloccata, per i prossimi due anni, l’indicizzazione delle pensioni oltre la soglia dei 1.400 euro, cioè tre volte la minima.

Come-saremo-piccVignetta “Come saremo”. Clic per ingrandireIn buona sostanza, quando la riforma andrà a regime, provocherà un considerevole impoverimento reddituale per tutti quei lavoratori che hanno sempre fatto, anche dal punto di vista fiscale, la loro parte; mentre la ricchezza si andava concentrando nelle mani di una cerchia sempre più ristretta di persone.

In particolare, per il comparto Difesa e Sicurezza, il decreto prevede, al comma 18 dell’art. 24, l’emanazione di un Regolamento, da adottare entro il 30 giugno 2012 su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Il Regolamento avrebbe lo scopo di riconoscere una certa specialità, ai fini pensionistici, al comparto, nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 19 della legge 4 novembre 2010, n. 183.

Si spera che il legislatore tenga conto di tutti coloro che svolgono mansioni particolarmente usuranti e gravose, tra i quali, certamente, gli appartenenti al comparto Difesa e Sicurezza. Questi, a causa del peculiare lavoro svolto, non potrebbero sicuramente sopportare un drastico stravolgimento delle regole pensionistiche attuali. E’ impensabile che un carabiniere, poliziotto o finanziere sia ancora in servizio oltre la soglia dei 60 anni. Se così fosse, con quali garanzie di efficienza?  Si pensi alla forma fisica richiesta dalla peculiarità del servizio e soprattutto alla lucidità necessaria per l’uso delle armi.

E’ bene però non farsi troppe illusioni. In passato si è fatto ricorso allo sbandierato principio della specialità più per imporre doveri e negare diritti (come quello associativo) che per fare delle concessioni (per un approfondimento su questo punto si veda qui http://www.grnet.it/lopinione/99-lopinione/2448-la-specificita-del-comparto-sicurezza-e-difesa-amore-dichiarato-e-tradimento-consumato).

Visti gli effetti del decreto “Salva Italia” sui lavoratori italiani, ci si chiede: da chi era minacciata l’Italia? Erano proprio i lavoratori dipendenti ed indipendenti a tenerla sotto scacco?

Il debito pubblico

La domanda non è di poco conto. Proverò a fornire la mia risposta.

L’Italia doveva essere salvata dagli effetti di un debito pubblico, ormai insostenibile, che ammonta a circa 1.950 miliardi.  Nel 2012 si prevede un esborso di ben 92 miliardi solo per pagare gli interessi sul debito pubblico.
Il governo, quindi, aveva urgente bisogno di reperire risorse per porre un argine ad un debito pubblico inarrestabile, che rischiava di travolgerci. Le casse dello Stato erano quasi vuote e si correva il rischio di non avere liquidità neanche per pagare gli stipendi e le pensioni.
Di fronte ad un simile baratro, per rimettere a posto i conti, la riforma del sistema pensionistico è sembrata una via in discesa facile da percorrere, rispetto ad altre osteggiate da diverse corporazioni.
Considero il debito pubblico come il primo tassello del domino che, se cade, cioè se viene ridotto, provoca come effetto la caduta degli altri fattori che pesano sulla crescita economica, con vantaggi a cascata per tutti.
Il debito pubblico ha tre radici molto antiche:

  1. La responsabilità dei governi. Mi riferisco ai governi sostenuti da maggioranze sia di centro-destra che di centro-sinistra, che in passato non solo non hanno adottando misure efficaci per contrastare il debito, al contrario hanno continuato a creare debito per trarne consensi elettorali. 
  2. Un sistema di controlli bancari vischioso e poco trasparente, in cui i  controllori non sono mai stati completamente terzi rispetto ai controllati. Un solo caso a titolo esemplificativo. Quando venne deciso che i tassi bancari dovevano rimanere al di sotto di quelli usurai, subito dopo si consentì l’introduzione della “commissione di massimo scoperto”. Un artifizio che faceva rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta: formalmente era tutto in regola ma nella sostanza i tassi erano tornati usurai.
  3. La cronica evasione fiscale.

Il secondo punto può essere affrontato e risolto con provvedimenti condivisi con l’Europa. Il terzo punto, invece, può essere affrontato anche solo in sede domestica. 

L’evasione fiscale

In Italia l’evasione è pari al 18% del PIL e colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria internazionale, guidata dalla Grecia.
Nel 2010 l’imponibile evaso è stato di circa 279 miliardi di euro (il 18% del PIL, che è pari a 1.549 miliardi di euro). Per alcune categorie di contribuenti, il tasso di evasione corrisponde niente meno che all’80% del reddito totale prodotto. Se l’imponibile evaso (solo nell’anno 2010) fosse stato tassato al 43%, il valore della pressione fiscale media, avrebbe fornito alle casse dell’erario ben 120 miliardi di euro (si tratta dell’8% del PIL). Basterebbe recuperare l’evasione degli ultimi 5 anni per ridurre il debito pubblico al 60% del PIL, come chiesto dall’Europa. L’evasione è strettamente connessa con il debito pubblico, nel senso che, comportando una diminuzione delle entrate fiscali, provoca, tra l’altro, una diminuzione della spesa sociale. Ne deriva che se venisse azzerata l’evasione, il Governo avrebbe a disposizione miliardi aggiuntivi da destinare agli investimenti ed a rilanciare lo sviluppo senza doverli reperire attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile.
 
I redditi sottratti all’imposizione vengono in parte tradotti in consumi, in parte reinvestiti ed in parte trasformati in patrimoni mobiliari e immobiliari.

E’ a tutti noto che individuare un evasore totale e poi costringerlo al restituire il maltorto è come trovare un ago in un pagliaio, in quanto l’evasore sta ben attento a non lasciar tracce. Si rende, perciò, necessario uno strumento normativo che consenta di stanare in maniera chirurgica gli evasori, cioè, di entrare nel pagliaio con metal detector e calamita.
Propongo il varo di una patrimoniale straordinaria di solidarietà con ALIQUOTA PERSONALE CONGRUA, il cui gettito verrebbe destinato a ridurre l’enorme debito pubblico. Per aliquota personale congrua intendo che ogni singolo contribuente avrà la sua personale aliquota, con la quale verrà tassato il patrimonio di cui dispone (fatto di beni mobili ed immobili). Detta aliquota dipenderà dalla congruità del patrimonio con media dei redditi dichiarati in un arco di tempo medio-lungo, il più lungo consentito dal sistema informativo dell’anagrafe tributaria. L’Aliquota Personale Congrua (APG) verrà calcolata attraverso una semplice funzione matematica del tipo APG = aX + b; in cui “X” è la media dei redditi, “a” un “coefficiente di congruità” (stabilito con legge ed espresso sotto forma di scaglioni), che esprime la propensione al risparmio per ciascuna fascia di reddito. Infine, il fattore “b” ricomprenderà tutte le detrazioni d’imposta. In esso troveranno posto, per esempio, le donazioni, il capitale residuo dei mutui accesi sui patrimoni e gli incrementi di valore subiti dai patrimoni nel corso degli anni, in relazione alla variazione del costo della vita.

Maggiore sarà la congruità del patrimonio detenuto con la media dei redditi dichiarati e minore sarà l’aliquota dell’imposta patrimoniale, fino ad assumere valore pari a zero in caso di totale congruità. I patrimoni congrui verrebbero tassati con aliquote prossime allo zero – compresi quelli di rilevante entità – e quelli incongrui (evidentemente, nella disponibilità degli evasori, salvo prova contraria con onere a carico del contribuente) verrebbero tassati con aliquote dipendenti dal grado d’incongruità.
Una simile proposta verrebbe respinta solamente dal “partito degli evasori”, per fortuna non ancora costituitosi ufficialmente.

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