Onore, ordini … e spesa pubblica

parataRoma, 31 ago – (di Cleto Iafrate) Perché in un anno le auto blu ci sono costate qualcosa come 4 miliardi di euro?
Perché sono molto richiesti i militari, piuttosto che i sindacalizzati poliziotti, per essere impiegati in determinati servizi, per così dire, “delicati”? Perché i parlamentari italiani in Europa votano a favore del diritto di associazione tra militari ed in Patria votano contro?

Tanti sono i dubbi che assillano il giusto”.
Quindi bisogna iniziare con ordine.

L’ordinamento delle Forze armate si fonda su principi preesistenti allo Stato di diritto, ereditati dalla tradizione e dalla consuetudine, che derivano dalle antiche regole cavalleresche medioevali.
Alla base di tali principi vi sarebbe una filosofia che si fonda sulla regola dell’onore militare, il quale può definirsi una qualità etico-psicologica espressione di tutte quelle virtù caratteriali: onestà, lealtà, rettitudine, fedeltà, giustizia che procurano la stima altrui e che sono dal militare gelosamente detenute e custodite, nell’intimo convincimento della necessità di mantenerle integre.
Il possesso di tali virtù, storicamente, ha rappresentato una prerogativa assoluta propria dello status militis e la conseguenza di questa convinzione, imposta legalmente dalla consuetudine, legittimava il Capo militare a gestire autonomamente, all’interno dell’organizzazione militare, i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Le sue decisioni erano inappellabili, emanava i regolamenti, infliggeva le punizioni, anche corporali.

Sono convinto che il particolare addestramento e la vita militare sviluppino effettivamente tutte quelle virtù, altrimenti dette senso dell’onore; questo riconoscimento, però, non può concedersi a tutti per decreto, ma va conquistato e difeso quotidianamente da ciascuno sul campo.
All’indomani dell’emanazione della Carta Costituzionale, apparve subito evidente che i principi sanciti dalla Costituzione mal si coniugavano con gli Ordinamenti militari. Il principio dell’onore militare si trovò a fare i conti con un altro principio, che la costituzione aveva recepito, altrettanto degno di rispetto, se non altro, perché era stato scritto con il sangue versato durante la rivoluzione francese: il principio della separazione dei poteri, che deriva da una filosofia diametralmente opposta rispetto a quella alla base dell’altro. Quest’ultimo si basa su una teoria del filosofo francese Montesquieu, secondo il quale “chiunque abbia un potere è portato ad abusarne; egli arriva fin dove non trova limiti (…) quindi occorre che il potere arresti il potere”.
A parer mio, tale visione dell’uomo, da cui scaturisce il principio della separazione dei poteri, è da preferirsi, in quanto in linea con la concezione che dell’uomo ha il suo stesso Creatore, a mente del quale “dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.” [Mc.7,21] Eccezion fatta per nessuno…neanche per i Capi militari.

Apparve lampante l’impossibile convivenza tra il principio vigente e l’altro nascente, in quanto derivano da due visioni antitetiche dell’uomo.
Infatti, dall’avvento della Carta Costituzionale, ha avuto inizio un lento processo di affermazione dello spirito democratico della Repubblica e, man mano che questo permeava l’Ordinamento militare, il principio dell’onore militare perdeva terreno a vantaggio di quello della separazione dei poteri.
Tale contrasto, ancora oggi irrisolto, ha avuto un primo formale accordo nel 1978 con l’emanazione della “Legge di Principio sulla Disciplina Militare” e del relativo Regolamento del 1986 (che sostituì il precedente, approvato con D.P.R. nel 1964).
Uno dei campi di battaglia su cui i due principi si sono affrontati aspramente è stato quello dell’istituito dell’obbedienza militare.
Da prima della Costituzione e fino all’entrata in vigore del Regolamento di Disciplina Militare del 1964, l’obbedienza era definita dalla dottrina con la qualificazione di “cieca”; sotto la vigenza del Regolamento del 1964 essa è stata definita “assoluta”. Si è dovuto attendere la Legge di Principio e il relativo Regolamento perché l’obbedienza potesse definirsi “leale e consapevole”.

La Legge di Principio venne salutata come il definitivo superamento della visione secondo la quale il Capo militare non ha bisogno di alcun contropotere in quanto depositario, per diritto di appartenenza, dell’antico senso dell’onor militare. Si riconobbe, perciò, in capo a colui che riceve un ordine ingiusto, il potere di non eseguirlo, ovvero di contestarlo. Era stato finalmente introdotto, nell’istituto dell’obbedienza, il principio della “consapevole partecipazione”, a presidio della legittimità degli ordini impartiti (il potere concesso all’esecutore arresta il potere dell’impartitore).
In questa direzione, infatti, sia l’art. 4, L.382/78 che l’art. 25, D.P.R. 545/86, hanno disposto che, qualora l’inferiore ritenga che l’esecuzione dell’ordine costituisca reato, ha il dovere di non eseguirlo e di informare al più presto i suoi superiori.
Accanto a questa ipotesi, ve n’è un’altra costituita dall’ordine illegittimo, cioè “non conforme alle norme di legge in vigore”. In tal caso, il militare è tenuto a far presente, con spirito di leale e fattiva partecipazione, l’illegittimità dell’ordine a chi lo ha impartito; ma se l’ordine viene confermato, costui è tenuto ad eseguirlo (art. 25, comma 2 D.P.R. 545/86).

Questi sono i rimedi introdotti dal legislatore.
Poiché, però, l’esistenza di un diritto acquista carattere di effettività quando la norma di condotta viene attuata e rispettata – per dirla con una frase ad effetto: “Un concetto è proclamare un diritto, altro è goderne. Problema urgente non è il fondamento, ma sono le garanzie” (Cfr. De Tilla Maurizio, “Riflessioni sulla giustizia” in La Previdenza Forense 2-3 1994, pag. 21) – occorre, a questo punto, verificare se tali rimedi siano attuabili.
Per fare ciò bisogna dare uno sguardo al contesto in cui si trova ad agire il militare che, avendo ricevuto un ordine illegittimo ovvero costituente reato, dovrebbe far presente, rispettivamente, a chi l’ha impartito, ovvero al suo superiore, la circostanza.

Per la verità, a fronte dei rimedi proclamati formalmente sulla carta, vanno evidenziate le seguenti situazioni di fatto:
a) le sanzioni di corpo “degli arresti semplici o di rigore” sono un potente strumento, svincolato dal principio di legalità e di trasparenza, posto nelle mani del superiore (impartitore);
b) i giudizi annuali caratteristici (che incidono su avanzamento e retribuzione) sono compilati dal superiore (impartitore) sulla base di una normativa vischiosa e obsoleta che lascia ampi margini alla sua discrezionalità;
c) i trasferimenti ad altri incarichi possono attuarsi anche per non meglio identificati motivi di servizio, di opportunità o di incompatibilità;
d) gli organismi di rappresentanza non possono trattare argomenti riguardanti il servizio o la disciplina e, per di più, non hanno un ordinamento interno a base democratica (circostanza questa che incide pesantemente sulla loro funzionalità);
e) infine (e non perché meno grave), il fatto che il militare contesti l’illegittimità dell’ordine ricevuto e venga, perciò, esonerato dall’eseguirlo, non esclude che lo stesso ordine possa essere eseguito da altro militare.

Sembrerebbe che l’obbedienza che era definita con la qualificazione di “cieca” non abbia ancora acquistato la vista e che il Principio dell’onore militare sia ancora presente nell’Ordinamento, quantunque abbia indossato una mimetica.
Appare evidente che i capisaldi sono stati proclamati con la Legge di Principio, ma è altrettanto evidente che vanno rafforzati i diritti e le garanzie, come richiesto dalle Istituzioni Europee.

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