Omicidi nell’Arma dei carabinieri: come ti ammazzo il dipendente

pistola-omicidioRoma, 3 lug – (di Valerio Mattioli) Nell’estate del 1980, allorché ero di stanza a Laives (Bolzano), presso un battaglione carabinieri, mi svegliai di soprassalto al suono sinistro dello scarrellamento di un’arma da fuoco che si armava per lasciare entrare il colpo in canna. Era puntata contro di me. Il collega che mi teneva sotto tiro, accertatosi che mi ero spaventato a sufficienza, la ritrasse e se ne andò. Mi presi l’impegno di difendere i carabinieri ausiliari di lingua tedesca che ritenevo discriminati a causa della loro etnìa. Queste erano le conseguenze. Ero appena stato promosso carabiniere a giugno di quello steso anno.

Nel gennaio 1981, in servizio provvisorio a Napoli, a causa del terremoto dell’Irpinia del novembre precedente, all’interno del blindato dei carabinieri, per futili motivi, un collega mi puntò in faccia la carabina Winchester, allora in uso per l’ordine pubblico, dopo averla caricata con il colpo in canna.

Nel 1982, nella Scuola Ufficiali Carabinieri, perché colà in servizio, nel bar riservato ai sottufficiali, non raggiungendo un accordo di servizio con un collega, questi, alla presenza di altro personale, estrasse la pistola d’ordinanza dalla fondina, mise il colpo in canna e me l’appoggiò sulla fronte, affinché sentissi l’acciaio freddo sulla pelle che nel frattempo si imperlava di sudore.

In tutti questi casi feci presente superiormente l’accaduto, ma mi venne risposto che se avessi ufficializzato la cosa, l’Arma avrebbe trasferito sia me che la persona che mi aveva minacciato.

Il carabiniere del mio corso con la più breve aspettativa di vita che io ricordi è Salvatore Nuvoletta, citato anche da Roberto Saviano nella trasmissione RAI “Speciale Che tempo che fa” del 2009: promosso carabiniere nel giugno del 1980, come me, fu ucciso dalla camorra nel maggio 1982, due anni dopo. Se nel primo caso che narro, il collega mi avesse sparato, la mia aspettativa di vita, dopo il corso, non sarebbe andata oltre i trenta giorni; infinitamente meno dei due anni che sono occorsi al povero Nuvoletta per essere ucciso dalla Camorra.

Il 21 giugno 2012, il luogotenente Angelo Simone, comandante della stazione carabinieri di Mignano Montelungo, nel casertano, intorno alle 10,00 di mattina uccide, all’interno della caserma, sparandogli alla nuca, il suo sottoposto, il maresciallo capo Tommaso Mella, probabilmente per problemi legati al servizio. Sembra che quest’ultimo avesse presentato una domanda di trasferimento proprio in conseguenza di problemi di servizio avuti con il superiore, comandante di stazione; dai comandi superiori dell’Arma, questa circostanza è stata smentita, ma, poiché, sembra, sia stata presentata una denuncia alla procura militare competente per problematiche relative alla gestione, forse, di carbolubrificanti, e, in quella sede, si presume che il maresciallo Mella abbia fatto dichiarazioni sfavorevoli al suo comandante, non si può proprio dire che l’Arma fosse all’oscuro dei rapporti tesi tra i due sottufficiali.

L’Arma, quindi, avrebbe potuto intervenire preventivamente in due modi: con il trasferimento di una delle due vittime, così da separarle definitivamente, o con un accertamento medico legale della idoneità psicofisica a prestare servizio nell’Arma. E’ notorio come Forze di Polizia e Militari possono prestare servizio solo se in possesso di idonea capacità sia psichica che fisica. Mancando anche una sola delle due, il dipendente va posto subito in congedo per riforma.

E’, quindi, dovere imprescindibile dell’Arma accertarsi sempre ed in ogni momento che il personale conservi sempre quella idoneità psicofisica che è alla base della ulteriore permanenza in servizio. Il solo invio del personale a visita medica presso una struttura psichiatrica militare costituisce titolo valido per il ritiro provvisorio della pistola d’ordinanza, in attesa che i medici si pronuncino definitivamente.

Quindi, solo riguardo all’assassinio del maresciallo Mella, avvenuto per mano del suo comandante, il luogotenente Angelo Simone, si potrebbe ipotizzare una responsabilità civile da parte dell’Arma, giacché questa aveva tutti i mezzi giuridici per limitare il danno. In altre parole, la famiglia Mella potrebbe citare giudizialmente l’Arma per un danno stimabile intorno a 1 milione e mezzo di euro. Sconsiglierei fortemente di rivolgersi al Tribunale Amministrativo Regionale, perché, se pure riconoscesse un risarcimento, l’entità di questo, è la mia modestissima opinione, sarebbe un insulto all’intelligenza di qualsiasi persona. Meglio allora rivolgersi al competente Tribunale civile.

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