Morte del militare come obbligo giuridico stabilito dalla legge

cimitero-militareConfermato dal Codice dell’Ordinamento militare l’obbligo di farsi uccidere in determinate situazioni. Roma, 11 set – (di Valerio Mattioli) Uno degli aspetti fondamentali della vita militare è l’assoluto ed incondizionato assoggettamento alla gerarchia che, secondo una dottrina oramai prevalente, costituisce il fulcro e l’essenza dell’operatività delle Forze Armate all’interno del quale vengono limitati una serie di diritti, non ultimo dei quali, quello del diritto alla propria conservazione in vita. Tale diritto, prioritario per un cittadino normale, per il militare viene limitato giacché esso, secondo una macabra dottrina militare,  non solo avrebbe il dovere giuridico di uccidere, ma anche quello di farsi uccidere. Quello che, quindi, era confinato alla retorica di generali proclamata in occasione di cerimonie militari ove, per lo più, veniva posto l’accento sui colleghi caduti per la patria, ora che è stato confermato ulteriormente anche dal nuovo Codice dell’Ordinamento Militare è realtà e chi entra a far parte della famiglia delle Forze Armate dovrà ora misurarsi con un nuovo dovere: farsi ammazzare. Vedremo come.

Alla fine degli anni ’80, il comandante di una prestigiosa caserma di Roma presso la quale svolgevo il mio servizio ci adunò tutti in piazza d’armi, in occasione della ricorrenza di una battaglia nel quale furono coinvolti i carabinieri. Il suo sguardo metteva paura non per la sua personalità ma per l’imponenza della stazza sulla quale era poggiata una testa molto mobile con due occhi sempre alla ricerca dello sguardo di chi, insensato, osava incrociarlo in senso di sfida. Dopo averci a lungo fissato ed intercalando il suo monologo con intervalli che ne sottolineassero le sue parole ci disse che in quella battaglia “accadde una cosa bellissima”; altro intervallo e grande attesa da parte degli adunati. Con voce grave e compiaciuto aggiunse che “morirono tutti”. Stavamo celebrando non una vittoria, ma la più nera delle sconfitte.

Negli anni ‘80 due carabinieri, in servizio di pattuglia automontata, sotto la minaccia a mano armata di due terroristi, furono costretti a cedere loro tutte le armi: sia le pistole d’ordinanza che la mitraglietta M12. Sembrerebbe che il loro comandante, chiamatili a rapporto, si alzò in piedi e, tenendo i pugni sul tavolo per la tensione, profferì loro queste terrificanti parole, dopo una lunga pausa che gli servì a prendere l’aria necessaria a parlare tutto d’un fiato:«come uomini vi capisco, ma come militari avreste dovuto essere morti».

milite.ignotoSono nato a Roma, e per anni ho visto, all’interno di strade, crocicchi e crocevia della città eterna, lapidi di marmo che ricordavano memorabili battaglie il cui leitmotiv era sempre il medesimo: la celebrazione non di una vittoria ma di una sconfitta possibilmente coronata dalla morte di una grande quantità di militari italiani. E’ molto probabile che qualche generale, allo scopo di nascondere la propria incapacità strategica e nell’impossibilità di vincere una battaglia, sperasse nell’annientamento del proprio reparto, almeno per dimostrare il valore degli uomini da lui comandati. Le lapidi che ho visto per le strade di Roma ricordavano senz’altro il valore degli uomini che sono morti e davanti ai quali il cordoglio è unanime, ma per contrasto fa risaltare l’incapacità e la pusillanimità di chi li ha comandati e mandati a morire.

Domenico Quirico scrive che “i generali hanno costituito la categoria che forse ha recato più danni nelle vicende di questo paese. Eppure non esiste una storia complessiva dei loro comportamenti, dei meccanismi con cui venivano selezionati, dell’ideologia che li muoveva.” (1) Lo scrittore aggiunge inoltre che “il problema non è: perché i generali italiani erano così mediocri? E’: perché lo erano tutti?” (2). E, rigirando il coltello nella piaga, aggiunge che “questo paese sembra essere stato incapace, liberale o fascista, crispino o giolittiano, di esprimere in uno dei punti strategici dell’attività dello0 Stato – la sua difesa – un ceto all’altezza delle necessità. Anzi: ha provveduto, essendone consapevole, a perpetuare una selezione al contrario che portava ai posti chiave, dove si poteva fare terribili danni, proprio quelli che erano evidentemente meno meritevoli e capaci.” (3)

Il militare, a differenza di qualunque altro mestiere, raggiunge il massimo della gloria con la morte, poiché è il soldato morto che, avendo la peculiarità di non dar fastidio a nessuno, consente a chi lo ha fatto uccidere di ben figurare, sicuro di poter trasferire su di sé il valore di uomini di cui, molto probabilmente, non conosce neppure il nome. Ed in effetti del soldato più famoso d’Italia non sappiamo nulla: né il suo nome, né la storia, sebbene abbondino le congetture, ma gli abbiamo fatto il monumento: il Milite Ignoto.

Vediamo ora come il legislatore ha inteso regolare il dovere di morire che incombe sul capo del militare, limitandone così il diritto alla vita. L’art. 712 del Testo Unico delle disposizioni regolamentari approvato con D.P.R. 90/2010  stabilisce che «Con il giuramento di cui all’articolo 621, comma 6, del codice il militare di ogni grado s’impegna solennemente a operare per l’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze armate con assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane, con disciplina e onore, con senso di responsabilità e consapevole partecipazione, senza risparmio di energie fisiche, morali e intellettuali affrontando, se necessario, anche il rischio di sacrificare la vita.»

Veniva quindi ricalcata la previgente normativa prevista dall’art. 9 del D.P.R. 545/1986, più noto come regolamento di disciplina militare, non più in vigore. La particolarità di questo articolo consiste nel fatto che il sacrificio della vita, il militare lo può affrontare solo “se necessario”; con questa importante locuzione, sembrerebbe riconoscersi al cittadino che ha vestito la divisa la facoltà e la discrezionalità  necessaria a decidere di rischiare se morire o meno per una determinata operazione di servizio. Inoltre, trattandosi solo di accettare il rischio che l’evento nefasto si avveri, in definitiva non si tratterebbe di avviare il soldato a morte certa, ma solo di esporlo obbligatoriamente ad un pericolo che possa comportare la perdita della vita, con la connessa possibilità di ritrarsi all’ultimo momento, quando cioè si rendesse conto che l’estremo sacrificio non apporterebbe cambiamento alcuno al risultato che si era prefisso. Purtroppo le cose non stanno così e la locuzione “se necessario”  dell’art. 712 già citato costituisce una scriminante che non consente al militare di disporre del proprio diritto alla vita, anche se limitato, però, dall’obbligo giuridico di esporsi al pericolo, tale da non poter invocare lo stato di necessità, come previsto persino dall’part. 54 del codice penale. Infatti, se sia necessario dare o no la vita per una operazione di servizio non è deciso dal militare, ma dal suo superiore gerarchico perché, non dimentichiamolo, essere in divisa significa essere all’interno di una organizzazione gerarchica ove l’esecuzione degli ordini costituisce l’essenza della disciplina militare. Ed è proprio quando l’individuo passa dall’essere una sorta di isola a sé stante all’appartenenza ad una organizzazione fortemente gerarchizzata, si attenua persino l’istinto di conservazione a tutto vantaggio della nuova comunità nella quale entra a far parte. In linea generale, quando una persona agisce in gruppo, è più facile che accetti di sacrificare la propria vita non perché è più coraggioso, ma perché la nuova condizione lo costringe, d’istinto, ad agire per il bene della collettività. Lo stesso comportamento è riscontrabile anche nel mondo animale.

Quindi, quando l’art. 712 del regolamento in materia di ordinamento militare e l’art. 9 del regolamento di disciplina militare, previgente, statuiscono che il militare può sacrificare la propria vita solo “se necessario”, riconoscono non a quest’ultimo ma al suo superiore la discrezionalità che gli è propria, potendo emanare qualunque ordine, purché attinente alla disciplina ed al servizio. Ometto di fare una trattazione sugli ordini che costituiscono reato poiché essi non sono oggetto di questo scritto e, per la loro peculiarità, non sono mai attinenti né alla disciplina, né al servizio.

La più importante limitazione del diritto alla vita, il legislatore l’ha confermata, perché già contemplata dall’art. 7 del vecchio regolamento di disciplina, abrogato, all’art. 96 del Codice dell’Ordinamento Militare, il D.L.vo 66-2010, il quale, al secondo comma prevede che «La bandiera da combattimento affidata a una unità militare è, inoltre, il simbolo dell’onore dell’unità stessa nonché’ delle sue tradizioni, della sua storia, del ricordo dei suoi caduti, e va difesa fino all’estremo sacrificio.» Com’è facile arguire, non è riconosciuta né all’interessato, né al suo superiore gerarchico alcuna discrezionalità, mancando la locuzione “se necessario” che, nella dissertazione di prima, ci aveva fatto ben sperare: la bandiera va difesa sino alla morte. Tale vessillo rappresenta per il militare un valore assoluto e l’aver inserito una importante limitazione al diritto alla vita in ragione della difesa di tale simbolo nazionale era l’unico modo perché tale gravosa incombenza fosse accettata da tutti. Non sfugge, però, ai più sensibili, che tale norma rappresenti un cavallo di Troia attraverso il quale far passare il principio che la vita del militare non appartiene all’interessato ma è in ragione dell’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze Armate. Se nell’enunciato dell’articolo si fosse prevista la locuzione “se necessario” si sarebbe tutelato, anche se in maniera assai debole, il diritto alla vita del militare, non dubitando che quest’ultimo si sarebbe comunque volentieri immolato per la difesa della sua bandiera non esistendo alcuna norma che possa imporre qualcosa che è già nel DNA di chi, in armi, difende questo Paese.

A ben vedere, quindi, non si tratta di una vera limitazione del diritto alla vita, ma della sua totale negazione, giacché l’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze Armate e la difesa della bandiera sono solo strumentali al raggiungimento di ‘sì nefasto scopo.

Se fossimo in tempo di guerra, con queste norme, sarebbe logico imporre ai propri soldati il divieto di resa, ma persino il codice penale militare di guerra, approvato nel 1941, in piena guerra ed in pieno fascismo, appare più garantista quando, all’art. 103 punisce «con l’ergastolo il comandante, che cede il forte, la piazza, l’opera, il posto, l’aeromobile, o ammaina la bandiera della nave, o, comunque, dà il segnale della resa, senza aver esaurito i mezzi estremi di difesa o di resistenza e senza aver fatto quanto gli era imposto dal dovere e dall’onore». E’ evidente che per esaurire i mezzi di difesa non significa necessariamente essere morti, ma riconoscere che con quelli che si hanno a disposizione è impossibile raggiungere qualunque risultato. La morte, in sé, non è un risultato, ma il fallimento di una determinata strategia; una sconfitta, mentre a noi interessa uscire da un combattimento vittoriosi.

(1) Domenico Quirico, Generali, pag. 9, Milano, Mondadori, 2006.

(2)Domenico Quirico, Generali, pag.13 , Milano, Mondadori, 2006.

(3)Domenico Quirico, Generali, pag. 13 , Milano, Mondadori, 2006.

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