Militarità dell’Arma. Ultimo atto

carabinieri-alta-uniformeNuova riforma e nuovo ordinamento per i carabinieri. Roma, 12 lug – (di Valerio Mattioli) Dopo le passate numerose esternazioni del ministro dell’interno Maroni che sostanzialmente confermano l’intenzione di far passare i carabinieri sotto il comando del ministero dell’Interno , molti rappresentanti della rappresentanza militare, in passato, hanno lamentato la circostanza che essi non sarebbero stati messi a parte di un progetto epocale di cui sarebbero venuti a conoscenza solo attraverso i giornali.

La verità è che le rappresentanze militari dell’Arma non solo non hanno un pensiero definito in merito alla militarità dell’Arma ed al suo passaggio al dicastero dell’Interno ma alcuni di essi pur vantandosi di avere opinioni indefinite e nebulose sull’argomento ritenevano utile sposare tutte le tesi, nell’evidente scopo di avere maggiori consensi. Il risultato è che hanno finito per lasciare al livello politico ed alla dirigenza interna dell’Arma decisioni di cui, comunque, non avevano alcuna competenza, non essendo materia che riguarda il servizio e che esula, comunque, dalla competenza della rappresentanza militare.

Ho potuto constatare, con estrema ilarità, la passione con cui certi rappresentanti della base proponevano alchimie strane che avrebbero consentito il passaggio dell’Arma ad altro Ente pubblico. Riguardo al problema della militarità, non solo non lo hanno mai affrontato, ma le loro opinioni erano più nebulose e lontane di quelle che gli astrofisici vanno a ricercare nell’universo e la cui distanza si misura in anni-luce.

Negli anni 1989-1990 il mio comandante diretto, un generale, mi chiamò nel suo ufficio e mi diede dei fogli scritti a mano da lui stesso perché li battessi a macchina. Era uno studio di fattibilità commissionato ai comandi di Divisione dell’Arma su come avrebbe dovuto essere l’ordinamento di quest’ultima. Gran parte di quel progetto, negli anni che vennero dopo, fu attuato quasi interamente. Un colonnello che passava nei pressi del mio ufficio, saputo cosa stavo battendo a macchina, diede una sbirciata e, contrariato, disse: «qui vogliono smilitarizzare l’Arma». Dopo pochi mesi si metteva in congedo: avrebbe avuto un ottima carriera davanti a sé, essendo figlio di un generale e proveniente dai ruoli dell’Accademia Militare.

La fine della cosiddetta prima Repubblica non portò ad un accantonamento del progetto ma al completamento della prima parte che vedeva comunque l’autonomia dell’Arma acquisita ormai nel 2000.

Rivelare ora ciò che scrissi in quella bozza di progetto non è bene perché correrei solo il rischio di essere avvicinato da una pletora di rappresentanti COBAR COIR e COCER od aspiranti sindacalisti, pronti a giurare che qualunque progetto di nuova riforma dell’Arma dipende dal loro appoggio e consenso.
La realizzazione di un tale progetto non dipende dal sostegno o dall’appoggio di una base che, negli anni, ripiegata su se stessa, non ha visto al di là della propria miope quotidianità, ma dalla sinergia proveniente dalla classe dirigente di ministero dell’interno-polizia e ministero della difesa-carabinieri, trattandosi di un lavoro che coinvolge competenze specifiche.

Quanto alle carriere, poi, quelle relative alla base non potranno essere diverse da quelle della Polizia di Stato. Per gli ufficiali occorrerà creare una omogeneizzazione con i loro omologhi poliziotti, in special modo per i generali, consentendo l’accesso alla carriera prefettizia, anche nella disgraziatissima ipotesi che nel passaggio al ministero dell’Interno resti appiccicata addosso all’Arma l’ormai vetusta ed obsoleta militarità. Solo in questo modo e con un incentivo di carriera verrebbero valorizzate tutte quelle expertises che anni di lotta alla criminalità ed al terrorismo hanno forgiato in modo inequivocabile a tutto detrimento di una militarità ed una dipendenza dalla Difesa di cui, in avvenire, non se ne sentirà più la mancanza.

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