Militari, Forze dell’ordine e l’ILVA di Taranto: la morte può attendere?

Taranto-fumo_rossoRoma, 7 giu – (di Antonello Ciavarelli) Da anni, le rappresentanza militari locali e nazionali di Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Marina Militare, oltre al Siulp (il sindacato di polizia più rappresentativo in provincia) portano formalmente all’attenzione dei loro vertici, l’invivibilità professionale nel porto di Taranto, dovuta tra l’altro alla consistente movimentazione di minerali e materie prime.

Tale preoccupazione non ha lasciato insensibili gli stessi vertici e le istituzioni politiche. A livello di base la Guardia di Finanza ha reso più accurate e mirate le visite mediche del personale (cosa che si auspica faccia anche la Marina), mentre la Guardia Costiera ha provveduto a fornire il personale di maschere, occhiali e tute adeguate per l’attività di polizia e controllo nell’area industriale.

Lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina lo scorso 30 maggio, rivolgendosi pubblicamente al Ministro dell’Ambiente, ha evidenziato la sensibilità di tutta la Forza Armata sui temi ambientali. Questa attività senza sosta di stimolo alla politica ha fatto si che si sia prescritto nell’A.I.A. circa: “la movimentazione di materiali che siano trasportati via mare, l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti, entro tre mesi dal rilascio del provvedimento di riesame” e circa la “chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori di materiali sfusi”.

In questi mesi le prime criticità rilevate dall’ISPRA sulla verifica dell’attuazione dell’AIA sono state, proprio, riguardo ai moli “sporgenti” 2 e 4 per i sistemi di movimentazione dei materiali trasportati via mare e riguardo i nastri trasportatori ancora scoperti. Sotto l’aspetto normativo è sicuramente un successo “sindacale” dei rappresentanti del Comparto. Sotto l’aspetto pratico, rimangono a distanza di diversi mesi tante perplessità.

ILVA-auto-gcA fronte dei 364 milioni di euro stanziati lo scorso ottobre, non si è riusciti a destinare neanche poche decine di migliaia di euro per apporre una sola centralina per il monitoraggio h24, in uno dei luoghi probabilmente più inquinati d’Europa. Nel porto vi sono dei fatti oggettivi, visibili all’occhio, percepibili alla pelle e all’olfatto. Una prova evidente è vedere come si colora di polvere rossa l’auto appena lavata della Guardia Costiera, quando torna in porto per attività di polizia. Le prescrizioni dell’AIA dovevano essere applicate entro tre mesi. L’allora Ministro Clini, nelle ore in cui si votava il decreto “salva ILVA” durante un lungo colloquio informale, mi disse che la severità della legge metteva al sicuro anche e soprattutto chi viveva e lavorava nel porto e che ci saremmo rivisti per constatare la bontà della legge. Dalla lettura del decreto che riguarda il commissariamento, si notano una serie di aspetti burocratici e di tempi che vanno dai trentasei mesi di delega al commissario, ai trenta giorni, più novanta, più quindici, più sessanta, per stilare uno schema di piano delle misure di tutela dell’ambiente e salute, per la consultazione, per il piano industriale, eccetera, che alla fine dovrebbe modificare l’AIA.

Autorizzazione Ambientale che nel frattempo a sua volta dovrebbe essere già in parte scaduta e che dovrebbe scadere definitivamente fra poco più di due anni. Come militari non possiamo entrare nel merito di scelte politiche e strategiche della Nazione, e tanto meno possiamo credere che il commissariamento rappresenti un modo per consentire all’industria di continuare ad inquinare pur di mantenere i profitti elevati. Nel frattempo, però, insieme ai colleghi del comparto Sicurezza, rischiamo di continuare a rimanere esposti a diversi fattori inquinati come il PM10, il benzo(a)pirene, i minerali, materie prime, piombo, berillo, PCB, antimonio, e le diossine in generale che tutti insieme si moltiplicano in modo esponenziale provocando il disastro sanitario ed umano a cui tutta l’Europa assiste.

Ma forse, questa volta, la morte potrà attendere?

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