Malattie psichiatriche da combattimento

soldato-piangeRoma, 13 giu – (di Valerio Mattioli) Nel corso della prima guerra mondiale, in alcuni punti del fronte, accadde che tra austriaci ed italiani non ci si sparasse più, sebbene le trincee interessate non fossero a più di una trentina di metri le une dalle altre. Anzi, quando era possibile, si lanciavano bigliettini allo scopo di chiedere notizie relative ai prigionieri sia dell’una che dell’altra parte. Se i soldati nemici catturati stavano bene, si rispondeva subito, se invece erano stati uccisi in combattimento o dispersi, si taceva e allora capivano. Più le trincee erano vicine, più si aveva difficoltà a sparare sul nemico. Accadeva così che chiunque poteva uscire momentaneamente all’aperto senza il timore di vedersi attaccato da un cecchino.

La situazione, però, non andava giù né agli ufficiali italiani, né a quelli austriaci. La guerra era guerra e ci si doveva sparare per forza. Fu quindi ordinato di far fuoco sul nemico e sia l’una che l’altra parte obbedirono agli ordini dei loro superiori. Il primo austriaco che uscì dalla trincea si vide arrivare una fucilata da parte italiana che, sebbene provenisse da una distanza non superiore ad una trentina di metri, lo mancò. Viceversa, anche gli italiani che vollero momentaneamente uscire dalle proprie trincee si videro arrivare scariche di fucile, da parte nemica, ma anch’essi non furono colpiti.

La storia, vera, ci dice che i soldati delle opposte fazioni obbedirono all’ordine di sparare sul nemico ma, al tempo stesso, non lo eseguirono poiché non uccisero nessuno. Come finì non ci viene detto, ma possiamo immaginarlo; si tentò di annientare il nemico con l’artiglieria. Inoltre, quando veniva ordinato l’assalto all’arma bianca si preferiva colpire il nemico non con la baionetta innestata al fucile, come sarebbe stato più ovvio, ma con il calcio dell’arma stessa.

Gli americani studiarono gli effetti del combattimento sulle truppe e fecero delle scoperte interessanti che qui voglio riassumere in breve. Si constatò che nel corso della seconda guerra mondiale soltanto otto soldati su cento avevano materialmente fatto fuoco su di un militare nemico e di chi l’aveva fatto, il 96% aveva riportato delle patologie psichiatriche, cioè delle turbe psichiche e quant’altro ne fosse connesso. Le stesse percentuali furono riscontrate persino tra i militari americani inviati in Vietnam ed impiegati in combattimenti ravvicinati con le armi leggere.

Quando si parlò di uranio impoverito si scoprì che una percentuale di proiettili sparati dagli aerei americani A10, nella ex Jugoslavia, vicina al 95%,  aveva mancato il bersaglio. Mancano, però, delle statistiche che ci dicano in quali percentuali oggi i piloti che bombardarono l’ex Jugoslavia sono stati costretti a restare a terra per una non completa idoneità psico-fisica al servizio militare e quanti di essi pur essendo insuperabili sui simulatori hanno in realtà “mancato” i loro bersagli.

In parole povere chi affiderebbe un giocattolino volante di svariate decine di milioni di dollari a persone con turbe psichiche? La maggior parte delle vittime in tempo di guerra, quindi, sono state fatte dall’artiglieria e non con il combattimento ravvicinato. La prima, infatti, permette di colpire il nemico senza vederlo in faccia e più è lontano, meglio è perché non se ne intravedono le sofferenze.

Si tende a creare sistemi d’arma che consentano di sparare ad una grande distanza consentendo, nel contempo, di non vedere il viso di chi si sta colpendo. E’ evidente che la maggior parte dei soldati non sono killer di professione e, come tutti, il precetto di non uccidere il prossimo lo hanno nel DNA.

Con decreto del ministro della difesa del 26 marzo 1999 veniva approvato il nuovo elenco delle imperfezioni e delle infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare. All’art. 15 troviamo, ad esempio i disturbi post-traumatici da stress, i disturbi dell’adattamento, i disturbi nevrotici e reattivi in genere ecc..

Trattandosi di patologie il cui nesso causa effetto può non essere proprio evidente, a differenza di una ferita prodottasi a seguito di un combattimento, il militare corre il rischio di essere riformato immettendo così nella società delle persone che, comunque, avranno bisogno di una continua assistenza medica. Si pensi ai reduci dalla guerra in Vietnam che, ritornati in patria, hanno avuto problemi di adattamento mai del tutto superati. Ma non è finita qui.

Che uccidere in guerra, pur se necessario, porti a sviluppare delle patologie psichiatriche non devono esservi dubbi, atteso che nei primi 155 giorni del 2012 ben 154 soldati USA impiegati in zone di combattimento si sono suicidati, superando del 50% coloro che sono morti in combattimento contro i talebani. In altre parole il numero dei suicidi è maggiore di quelli che effettivamente muoiono in combattimento.

Nella battaglia di Okinawa il 48% delle vittime fu dovuto a stress da combattimento, contro il 30% della successiva guerra di Corea.

Nel corso degli ultimi cinquant’anni sono stati soppressi o ridimensionati particolari corpi militari il cui compito principale era quello di uccidere silenziosamente il nemico anche attraverso l’uso delle armi bianche (baionette, pugnali ecc..). Motivi etici hanno fatto ritenere che insegnare ad un militare l’arte di uccidere potesse essere pericoloso per quando questi fosse tornato alla vita civile, soprattutto perché venendo meno il senso di colpa diviene più facile attuare un assassinio. Non va dimenticato che l’attentatore di Oklahoma City, era un veterano di guerra e sicuramente con tutte le turbe psichiche che gli hanno fatto compiere quel gesto. Alcuni dei terroristi di destra che hanno firmato le più esecrande stragi, maneggiavano esplosivi nell’esercito.

Le Brigate Rosse, quando potevano, si allenavano al combattimento, uccidendo realmente, in medio oriente. Quando ciò non era possibile la nuova recluta doveva partecipare quanto prima ad una azione di fuoco, anche allo scopo di assuefarsi alla vista del sangue ed alla sofferenza della vittima. I gruppi di fuoco criminali, di solito, hanno un inizio molto più graduale, ma poi, alla fine, quasi tutti imparano a sciogliere le persone nell’acido.

E’ di tutta evidenza che le missioni di “pace” dei soldati italiani all’estero hanno acquisito caratteri di rischio sempre più elevati il cui prezzo pagheremmo volentieri se si trattasse di difendere i patrii confini. Molti di loro, per le necessità intrinseche ai loro compiti militari, impareranno ad uccidere e non per legittima difesa. Alla società, poi, toccherà assorbire gli effetti di materiale umano che, tornato alla vita civile, potrebbe essere alla mercé di organizzazioni criminali e terroristiche a cui servono persone già assuefatte all’omicidio.

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