Lotta all’evasione ed ipotesi di tassazione delle rendite

Tommaso-Padoa-SchioppaPubblichiamo uno studio prodotto da Cleto Iafrate, componente del direttivo nazionale di Ficiesse (Scritto in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa)

SOMMARIO: 1. Introduzione – 2. Rapporto tra evasione fiscale e debito pubblico – 3. Soluzione proposta dall’autore – 4. Conclusioni

1. INTRODUZIONE

Tommaso Padoa-Schioppa si è spento all’improvviso all’età di 70 anni, a seguito di un arresto cardiaco.
Era molto stimato anche da coloro che non condividevano le sue idee, forse per i suoi modi gentili, la sua intelligenza e la sua elegante ironia. Durante la sua vita ha ricoperto numerosissimi incarichi di prestigio, tra cui quello di Ministro tecnico durante il governo Prodi, in quella occasione si è conquistata una certa impopolarità per il rigore con cui ha interpretato il suo mandato. I più lo ricordano per essere stato il primo Ministro della Repubblica ad aver usato il termine “bamboccioni” ed espressioni del tipo “le tasse sono bellissime”. A tal proposito, è significativa una vignetta di Forattini, in cui l’ex ministro dell’Economia appare stretto da una camicia di forza e portato via da due infermieri mentre urla «LE TASSE SONO BELLISSIME, METTETEMI GIU’, BAMBOCCIONI!».  
Personalmente ho apprezzato l’economista perchè ha sempre parlato in modo chiaro e schietto, senza mai usare giochi di parole, soprattutto, riferendosi alla crisi finanziaria; non ha esitato perfino a citare i dieci comandamenti per esprimere quanto fosse inscindibile il legame esistente tra la democrazia rappresentativa e l’imposizione fiscale. A tal proposito, Padoa-Schioppa ha affermato: «A chi dice che mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini rispondo che sono gli evasori ad aver messo le mani nelle tasche dello Stato e di altri cittadini onesti, violando così non solo il settimo comandamento, ma anche un principio base della convivenza civile». Con tale risposta Padoa-Schioppa replicava a chi aveva sostenuto che non è l’evasore a sottrarre denaro dell’Erario, ma è piuttosto lo Stato che, tassando il reddito, preleva denaro di proprietà dei cittadini.
Quest’ultima convinzione scaturirebbe dal seguente ragionamento: poiché la proprietà deriva direttamente dalla produzione, ciascuno è il legittimo “proprietario” di ciò che crea e produce, pertanto le tasse non versate allo Stato non possono essere considerate un “furto”, poiché si tratta di denaro che, in assenza del cosiddetto “ladro” (cioè l’evasore), non sarebbe mai stato prodotto e, di conseguenza, il fisco non avrebbe mai potuto vantare diritti su di esso.

2. RAPPORTO TRA EVASIONE FISCALE E DEBITO PUBBLICO

Personalmente sono d’accordo con l’economista nel ritenere un ladro chi evade, in quanto l’evasione provoca una riduzione del reddito nelle tasche degli onesti contribuenti.
Faccio un esempio.
Ipotizziamo che, nei primi anni ’90, un evasore abbia omesso di versare un’imposta dovuta, pari ad un milione di euro, che ha utilizzato per acquistare titoli di Stato italiani (per esempio, BTP trentennali); ebbene, pur volendo essere d’accordo sul fatto che l’evasore non ha “rubato” il milione di euro – poiché, in sua assenza quel denaro non sarebbe mai stato prodotto – è di tutta evidenza che l’evasore ha rubato certamente il capital gain conseguito a seguito dell’investimento, corrispostogli dagli altri cittadini non evasori (sotto forma di maggiori imposte richieste dallo Stato per far fronte alle sue scadenze ovvero di minori servizi offerti).
Il verificarsi, nell’ultimo trentennio, innumerevoli volte di situazioni simili a quella testé solo ipotizzata, unitamente a vari altri fattori tra cui i condoni, ha contribuito a provocare l’attuale situazione in cui versa l’Italia, dove il 50% della ricchezza è finita nelle mani del 10% delle persone. Inoltre si stima che l’evasione abbia raggiunto un livello pari al 18% del PIL e, per alcune categorie, il tasso di evasione è pari all’80% del reddito totale prodotto (fonte Istat ed Ufficio Studi Agenzia delle Entrate). Altre fonti meno accreditate ritengono addirittura che questi dati siano sottodimensionati ed eccessivamente ottimistici.
L’evasione, quindi, è strettamente correlata al debito pubblico. Mi pare che in Italia la percezione dei rischi connessi all’aumento esponenziale del debito pubblico sia del tutto insufficiente rispetto alla reale dimensione del problema.
Se dividessimo il debito pubblico che ha l’Italia per il numero degli italiani, risulterebbe che ognuno di noi, anche i bambini, ha un debito di circa 30 mila euro nei confronti dello Stato; si tratta di un fardello gigantesco che si traduce in sempre maggiori interessi che ogni anno il nostro Stato deve pagare ai suoi creditori, e per farlo deve sottrarre altrettante risorse alle politiche sociali. Quindi, in ultima battuta, a pagare il debito pubblico sono i contribuenti che pagano le tasse.
Alla luce di ciò, Nel prossimo futuro, l’Italia corre seri rischi di finire come la Grecia, mentre gli altri Paesi più virtuosi dell’area euro rischiano di venir travolti da un vorticoso effetto domino.
E’ giunto il momento di pensare ad una seria riforma fiscale, non ci possiamo più permettere interventi estemporanei, efficaci solo a fini propagandistici (es. il bonus per la rottamazione di automobili, elettrodomestici e cucine). Né si possono far passare per riforme fiscali delle “furbate” attraverso le quali si cambiano solo i “connotati” alle imposte: negli ultimi anni siamo passati dal superbollo auto al raddoppio del costo del carburante diesel, dall’IRPEF all’IRE, dall’IRPEG all’IRES e dall’ICI stiamo passando all’IMU (imposta municipale unica). Parimenti efficace ai soli fini propagandistici è il cosiddetto “spesometro”, a cui sta lavorando in questo momento l’Amministrazione Finanziaria. E’ stato definito “una finestra aperta su tutti i consumi significativi”, in realtà è una riproposizione allargata dello scontrino parlante, al momento usato solo in farmacia. Lo “spesometro” consiste in una comunicazione unica che imprese e intermediari dovranno inviare al fisco contenente i dati dei contribuenti che hanno effettuato acquisti di beni o servizi per importi superiori a 3.500,00 euro. La comunicazione servirà per verificare se le spese sono in linea con i redditi e i beni dichiarati al fisco dal contribuente che le ha sostenute. A mio avviso un tale strumento di accertamento, che non prevede alcun conflitto di interessi tra chi effettua l’acquisto e chi dovrebbe inviare la comunicazione (venditore), non può garantire l’Amministrazione finanziaria (interessata a ricevere la comunicazione) da complici intese tra i due. Inoltre lo “spesometro” avrà le seguenti due conseguenze:
– un aumento dei prezzi dei beni, a causa della maggiore incidenza su di essi degli oneri bancari a seguito del frazionamento dei pagamenti (al fine di non superare la soglia fissata dallo “spesometro”);
– un ulteriore aumento della mole di lavoro delle Commissioni Tributarie, che finiranno per collassare, visti l’arretrato giacente e l’attuale carenza di organico.
Ritengo, infatti, che la comunicazione unica su cui si baserà lo strumento di accertamento potrà essere utilizzata esclusivamente a fini statistici; nel caso in cui venisse utilizzata a sostegno di una qualsiasi presunzione, essa non supererà la verifica giurisprudenziale, in quanto poco sostenibile e foriera di dubbi e perplessità di diversa natura.

La verità è che le imposte sono necessarie per arginare un debito pubblico che ormai è fuori controllo, ed ogni anno bisogna costruire un argine sempre più alto affinché la piena non travolga tutti. Se non si pone un freno alla corsa inarrestabile del debito pubblico, le tasse non potranno che aumentare. Quando esse non aumentano, il cittadino deve essere ancora più preoccupato, in quanto al mancato aumento corrisponderà certamente una diminuzione di servizi essenziali, quali: l’istruzione (oggi si parla di “classi pollaio”, composte da un numero di studenti superiori alle 30 unità); la sanità (in alcune regioni bisogna attendere oltre un anno per effettuare un esame diagnostico, e qualcuno ogni tanto muore in attesa di una diagnosi); la sicurezza (a tutto il comparto è stata congelata una quota di stipendio – gli assegni funzionali maturati dal primo gennaio – si tratta di diritti acquisiti e su cui molti avevano già fatto affidamento nelle loro decisioni di spese future).

3. SOLUZIONE PROPOSTA DALL’AUTORE

Si consideri un gregge di pecore, alcune legate ed altre libere nel pascolo, ed un pastore che, avendo bisogno di una quantità di lana sempre maggiore, ogni anno tosa prima quelle legate, poi quelle che gli si consegnano spontaneamente ed infine tutte quelle libere che riesce a prendere. La tosatura prosegue fino al giorno in cui tutte le pecore legate e quelle che si sono sempre consegnate autonomamente, sono rimaste pelle ed ossa; le altre, invece, non riescono più a muoversi a causa del peso della lana che si portano addosso. Bisogna decidere se scorticare vive quelle legate e quelle che sono alla portata del pastore, oppure provare a prendere quelle che sono sempre sfuggite alla tosatura.  Ebbene, il pastore è l’Amministrazione finanziaria, le pecore legate sono i lavoratori dipendenti ed i pensionati, quelle che si sono consegnate liberamente al pastore sono tutti i lavoratori autonomi onesti e quelle sfuggite sempre alla tosatura sono gli evasori. Quel giorno sta per arrivare!
Parimenti il futuro dell’Italia dipende dalle scelte di politica fiscale che si fanno nel presente e dal rigore con cui verranno attuate.
A dirla con Tommaso Padoa-Schioppa: “Il passato è uno, il futuro è molteplice. Il futuro non giace sulle ginocchia di Giove, né sta scritto in alcun luogo. Siamo noi a scriverlo con le nostre azioni e le nostre scelte, trasformando il molteplice in uno. Ecco perché il presente è la linea della nostra libertà”.
E’ giunto il tempo di fare delle riforme VERE, SERIE e, soprattutto, CORAGGIOSE.
E’ necessario partire dalle motivazioni per cui l’evasore occulta il suo reddito; esse, a mio avviso, sono principalmente due: il risparmio e l’investimento.
Tralascio la quota di evasione destinata ad essere reinvestita in quanto il frutto di qualsiasi investimento, prima o poi, si trasformerà in una rendita di cui godere oppure in un patrimonio da trasferire in eredità; inoltre essa non genera, nel breve termine, recessione per l’economia, né stagnazione per il mercato, semmai inciderà sul prezzo di equilibrio dei beni e servizi.

Pertanto, concentro la mia attenzione sulla quota di evasione destinata al risparmio, che è come una “metastasi” per l’economia.
Ritengo che si riuscirà a debellare l’evasione solo creando un interesse, in chi produce il reddito, a dichiararlo; cioè un interesse che sia in conflitto con le ragioni che lo inducono all’evasione.
In base a quest’ultima considerazione, la prima imposta che andrebbe modificata è quella che regola la tassazione delle rendite. Il criterio a cui ispirare la riforma è molto semplice: è necessario passare dall’attuale sistema di aliquote proporzionali ad un sistema di ALIQUOTE PERSONALI. In altre parole, OGNI SINGOLO CONTRIBUENTE DOVREBBE AVERE LA SUA PERSONALE ALIQUOTA CON LA QUALE VERREBBERO TASSATE LE SUE RENDITE. DETTA ALIQUOTA DOVREBBE DIPENDERE DALLA MEDIA DEI REDDITI IMPONIBILI DICHIARATI DAL CONTRIBUENTE SIN DALLA SUA PRIMA DICHIARAZIONE, OVVERO IN UN ARCO DI TEMPO MEDIO LUNGO.
Qualche decennio or sono tale proposta poteva sembrare di fantapolitica fiscale; oggi ciò è realizzabile, in quanto le dichiarazioni sono tutte disponibili in Anagrafe Tributaria.
Si potrebbero, per esempio, aggiungere 4 cifre numeriche in coda al codice fiscale di ciascun contribuente, le quali esprimerebbero la media dei redditi imponibili dichiarati dal contribuente nell’ultimo arco temporale preso in esame.
Il codice attualmente utilizzato composto da 16 cifre alfanumeriche non può definirsi “fiscale”, poiché contiene esclusivamente dati anagrafici. Solo un codice come su descritto, che andrebbe aggiornato ogni anno, potrà chiamarsi anche “fiscale”.
I dipendenti delle Agenzie Fiscali e della Guardia di Finanza, che sono circa 130.000, potrebbero in poco tempo integrare il codice “fiscale” di ciascuno dei circa 60 milioni di cittadini residenti in Italia (Questo sì che potrebbe essere un ottimo terreno di confronto su cui giocarsi il premio di produttività!).
La media dei redditi, espressa dalle cifre aggiunte in coda ad ogni codice fiscale, consentirebbe il calcolo dell’aliquota personale attraverso una semplice funzione (del tipo Y = aX + b). In cui “Y” è l’aliquota personale da calcolare, “X” la media dei redditi (che, come detto, dipende dalla storia reddituale di ciascuno), “a” è un “coefficiente di congruità”, precedentemente stabilito con legge ed espresso sotto forma di scaglioni. Il coefficiente esprimerebbe la propensione al risparmio per ciascuna fascia di reddito. Infine, il fattore “b” dovrebbe ricomprendere tutte le detrazioni d’imposta (in esso troveranno posto le precedenti donazioni, le vincite al lotto, i condoni, ed anche i casi diagnosticati di “avarizia clinica”, da cui alcuni potrebbero essere affetti).  In particolare, l’incognita (aliquota personale) con cui tassare ciascuna rendita sarà inversamente proporzionale alla media del reddito dichiarato e dipenderà dalla congruità di ciascuna rendita a tale media. Inoltre, si potrebbe prevedere che i redditi risalenti ai periodi di imposta remoti abbiano un peso inferiore sulla determinazione della media e, nel caso non fossero presenti in Anagrafe Tributaria, potrebbero essere autocertificati dal contribuente.
ECCO COSI’ CREATO L’INTERESSE A DICHIARARE IL REDDITO: maggiore sarà il valore della media e minore sarà l’aliquota, fino ad azzerarsi in caso di totale congruità. Di conseguenza, alcune rendite verrebbero tassate al minimo (quelle congrue alla media dei redditi dichiarati) ed altre ancora verrebbero tassate con aliquote superiori a quella attuale del 12,5% (quelle incongrue, quindi, evidentemente, nelle mani degli evasori totali, salvo prova contraria a carico di chi le detiene).
In seguito lo stesso discorso andrebbe esteso ad altre imposte, per esempio l’imposta di registro e l’imposta di successione e donazione con cui ogni contribuente, anche l’evasore, prima o poi, dovrà fare i conti. L’aliquota di questa imposta dovrebbe dipendere dalla congruità dell’asse ereditario alla media del reddito prodotto e dichiarato in vita dal de cuius. In base a questo metodo, alcune eredità non dovrebbero venire tassate affatto, altre verrebbero, invece, tassate con aliquote di gran lunga superiori al 2% (quelle che risultano incongrue rispetto alla media dei redditi).
Ritengo le aliquote proporzionali attualmente utilizzate per tassare le rendite, inique e fonti di sperequazioni. Infatti, se si considerano due contribuenti aventi lo stesso reddito: il primo vive in affitto e destina una parte del suo reddito al risparmio per utilizzarne i frutti (rendita) per pagare parte dell’affitto; l’altro, invece, ha una casa di proprietà e destina una parte del suo reddito per pagare il mutuo acceso per acquistarla. Ebbene, con il vigente sistema, dopo un certo numero di anni, la rendita del primo (affittuario) continua ad essere tassata al 12,5%, mentre la casa del secondo (proprietario) è esente da imposta.

Certamente dalla riforma appena prospettata si otterrebbe una valanga di extragettito, derivante dallo svuotamento di tantissime “caverne di Alì Babà” in possesso ad evasori totali ed a “teste di legno”. Tale extragettito dovrebbe essere utilizzato ESCLUSIVAMENTE per ridurre il debito pubblico.
Solo dopo che il rapporto debito pubblico PIL avrà assunto valori di sicurezza, si potrà procedere a ridurre le aliquote fiscali IRE ed IRES, il cui, certamente, sarebbe incrementato dagli effetti della riforma appena descritta.

4. CONCLUSIONI

Il lettore, a questo punto, potrebbe formulare la seguente obiezione: il contribuente che ha dedicato tutta la sua vita ad accumulare il denaro in modo onesto, privandosi anche del necessario pur di risparmiare, verrebbe, probabilmente, penalizzato da una simile riforma fiscale, in quanto le sue rendite in vita ovvero il suo asse ereditario post mortem verrebbero ritenute incongrue con la media del suo reddito dichiarato.
L’obiezione non è di poco conto, certamente all’indomani di una simile riforma tutti gli evasori si dichiarerebbero degli “avari-clinici”. Ritengo che molti mentirebbero per salvare il maltolto; in ogni caso, come direbbe Tommaso Padoa-Schioppa, il quarto vizio capitale non può essere considerato una virtù, pertanto, non può godere di alcuna tutela da parte dell’ordinamento.
La seconda opposizione, altrettanto degna del massimo rispetto, la suggerisce l’economista canadese Pierre Lemieux, il quale sostiene che “ciascun Governo prenderà tutto quello che potrà, e spenderà quello che il traffico permetterà. Se tutti gli evasori cominciassero a pagare le loro giuste tasse, semplicemente gli introiti e le spese del governo aumenterebbero della differenza”.
Se Pierre Lemieux non avesse ragione, oggi non ci troveremmo nella situazione in cui siamo. Tuttavia, ritengo, che, rafforzando la vigilanza della “democrazia rappresentativa”, che stava tanto a cuore a Tommaso Padoa-Schioppa, valga la pena correre il rischio.

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