L’inquilino dell’interno sedici. In memoria delle vittime del terrorismo

Maresciallo-Mariano-RomitiRoma, 23 mar – (di Valerio Mattioli) Avevo appena finito di riaccompagnare Papera a casa. La chiamavo così per via del suo aspetto non proprio simile a quello di una modella. Era stata una bella giornata ed ero certo che sarebbe finita come tutte le altre. Non tornai subito a casa. Indugiai a lungo in giro. Quando arrivai a casa accesi la televisione ed ascoltai il telegiornale delle 20,00. Le brigate rosse avevano appena ferito gravemente alle gambe un anziano signore. In gergo tecnico lo avevano gambizzato. Quando sentii il nome dello sventurato trasalii. Si chiamava Mario Perlini ed era il padre di Papera. Era l’11 luglio 1977. Quando lo rividi qualche tempo dopo, dimesso dopo il ricovero ospedaliero, aveva una gamba leggermente più corta dell’altra. Nove proiettili avevano lasciato un segno indelebile.

>Essere cristiani negli anni 1977-79 costituiva una prova di carattere veramente difficile, soprattutto perché si ha il dovere di difendere la propria fede quando questa viene attaccata nei principi e nei simboli come quando viene staccato malamente un crocifisso dalla parete e fatto a pezzi. In quei casi, rendere testimonianza della propria fede significa non rinnegarLo come fece San Pietro.

Il mio più grande dolore non veniva dal rinnovare la mia fede davanti a gente che ogni giorno ti perquisiva la borsa per cercare il libretto delle preghiere ma dalla consapevolezza che al mio ritorno a casa avrei dovuto rinnovare con convinzione ancora maggiore la mia adesione a Cristo a genitori che, dopo avermi inculcato da piccolo dei principi religiosi, si chiedessero poi perché ora ci credessi per davvero.

Mariano-RomitiIl Maresciallo Mariano Romiti, ucciso dalle BR il 7 dicembre 1979In quegli anni ero uno degli esponenti degli studenti cattolici delle scuole medie superiori di Roma, ed in tale qualità, l’organizzazione cattolica presso la quale facevo riferimento mi chiese, alla fine del 1977, di incontrare Giovanni, il responsabile del movimento “febbraio ’74”. Giovanni mi spiegò che “febbraio ’74” era nato, per l’appunto, nel 1974 da un convegno tenuto da cattolici sui “mali di Roma”. Giovanni mi spiegò che non necessariamente fede e politica dovessero andare a braccetto e che, ad esempio, si potesse votare comunista pur essendo cattolici. Non ho condiviso tale assunto, né lo fece la mia organizzazione quando lo seppe. Infatti, i miei amici erano in attesa di essere riconosciuti dalla Chiesa come associazione e non potevano sposare tesi che avrebbero nuociuto alla delicata procedura che si concluse positivamente allorché divenne pontefice Giovanni Paolo II. Inoltre, la storia della famiglia di Giovanni era completamente diversa dall’esperienza che lui mi voleva proporre, ma questo, però, lo seppi solo tempo dopo.

Non incontrai più Giovanni, ma nel maggio 1978 lo rividi in televisione ai funerali del padre, appena assassinato dalle brigate rosse, il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Come esponente cattolico degli studenti non godevo di molta visibilità; il massimo che mi accadde fu di rilasciare una intervista alla televisione tedesca (Germania ovest). Chi dei miei amici, invece, la rilasciò a quella nazionale, pochi giorni dopo fu riconosciuto e massacrato di botte.

Molto spesso non ci si accorge del rischio che si corre, perché si pensa che le disgrazie possano accadere solo agli altri, fino a quando quella spirale di violenza e di morte non inizia ad alitarci addosso.

Un giorno, tornando a casa, notai degli scritti offensivi sul muro prospiciente la porta d’ingresso, all’interno del palazzo nel quale abitavo. Nessuno mi aveva seguito per sapere dove abitavo; avevano semplicemente letto il mio indirizzo, alla faccia della privacy, sul registro di classe. Era iniziato il triste rito delle minacce che si sarebbe forse concluso nella maniera più violenta possibile. Con un coltellino da cucina grattai il muro fino a far scomparire quelle scritte allo scopo di non informare i miei genitori su quanto stava accadendo. Tuttavia nei giorni che seguirono potevo notare, leggendo la cronaca di Roma di alcuni quotidiani, come chi mi aveva in precedenza minacciato finiva, per un motivo o per l’altro arrestato da polizia e carabinieri. Il mio più acerrimo nemico fu arrestato perché fermato mentre percorreva contromano, a bordo di una cinquecento, una strada sede di un Commissariato di Polizia, portando con sé ordigni esplosivi costruiti artigianalmente.

Mi chiedevo se i terroristi erano in qualche modo interessati a me e quanto vicino fossero alla mia abitazione.

Una prima risposta la ebbi quando il primo luglio 1977 la terrorista Maria Pia Vianale fu arrestata con Franca Salerno dopo che un altro compagno, Antonio Lo Muscio, veniva ucciso dopo un conflitto a fuoco, a S. Pietro in Vincoli, a due passi da casa mia.

La sera, prima di coricarmi, avevo ormai preso l’abitudine di collocare il mio orologio accanto ad una immagine sacra, nella consapevolezza che solo Lui avrebbe potuto fermare, quando lo avesse ritenuto più opportuno, quelle lancette. Alla fine del 1977, alle 04,30 del mattino, un trambusto per le scale mi svegliò improvvisamente. Un gran numero di uomini in divisa ed in borghese salì fino su all’ultimo piano, l’interno 16, buttarono la già esile porta a calci ed entrarono. Non è dato sapere chi portassero via ma quello era uno dei covi delle brigate rosse. Chissà quante volte ho incrociato lo sguardo dell’inquilino dell’interno 16 senza sapere chi era e che abitava solo tre piani sopra il mio.

Rinfrancato dall’operazione di polizia che metteva fine ad una mia preoccupazione parlai con un amico poliziotto, Mariano, maresciallo di Polizia allorché lo incontrai a Messa, a Santa Maria in Trastevere, luogo dove vedevo spesso anche Mario Perlini, già gambizzato dalle BR, per esprimergli il mio desiderio di entrare in Polizia. Mariano si adoperò in ogni modo per farmi avere le informazioni che volevo. Tuttavia, più di un anno dopo, nel 1979, allorché raggiunsi la maggiore età, feci domanda di arruolamento nei carabinieri. A Mariano spiacque un po’, ma rispettò la mia decisione. Il 7 dicembre 1979 il maresciallo di Polizia Mariano Romiti, in servizio presso il Commissariato di Polizia Centocelle di Roma veniva assassinato dai terroristi. Non potei andare ai suoi funerali perché il mio comandante di plotone della Scuola Allievi di Roma mi negò il permesso. Che la vita di un poliziotto valga meno di quella di un carabiniere?

Non saprei spiegare perché, ma se la Provvidenza aveva deciso che per altri il tempo dovesse fermarsi, Egli non fermò invece le lancette del mio orologio.

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