Legittima difesa preventiva contro il terrorismo

attentato-sinagogaRoma, 22 mag – (di Valerio Mattioli) Era una tarda sera dei primi anni ’80; ero intento a leggere, quando improvvisamente i vetri della mia abitazione furono scossi da una esplosione avvenuta nei pressi della Stazione Termini a Roma. Uscii subito di casa e, al posto di prendere la pistola e metterla alla cintola, mi armai di macchina fotografica ed un potentissimo flash a torcia che, unitamente ad una pellicola sensibile sarebbe stato in grado di coprire anche un centinaio di metri di strada buia. Superai agevolmente le barriere di carabinieri e polizia e potei fotografare i danni. L’ordigno non era ad alto potenziale, ma alcune schegge avevano forato le lamiere delle saracinesche di negozi posti di fronte, a circa una trentina di metri. Non ci furono vittime.

Il 9 ottobre 1982, appresi dalla televisione che quella mattina era stato appena consumato un attentato presso la sinagoga di Roma. Morì Stefano Taché Gay, di due anni, ed altre quaranta persone rimasero ferite. Il pomeriggio mi presentai colà con la mia macchina fotografica e con l’aiuto di poliziotti e carabinieri, che conoscevo, superai le barriere e scattai delle foto che ancora oggi conservo. Sono immagini in bianco e nero che mostrano drappi bianchi sporchi di sangue, sui quali erano stati incisi versetti della Bibbia e che, quella mattina, erano indossati da bambini, nel corso di una cerimonia religiosa. Le foto mostrano alcune automobili bucherellate da centinaia di piccole schegge che provenivano dalle bombe a mano lanciate dai terroristi.

Il 19 maggio 2012, alle ore 07,50, davanti alla scuola “Francesca Morvillo e Giovanni Falcone” di Brindisi, esplode una bomba che uccide all’istante la studentessa Melissa Bassi, di 16 anni, altre sei rimangono ferite ed una è in pericolo di vita.

Ma, esiste una legislazione che permetta di fermare la mano assassina dei terroristi prima che l’evento criminoso abbia luogo? Esiste certamente ed è stata inglobata nell’art. 53 del codice penale dalla legge 152/1975 che autorizza l’uso delle armi anche per impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, di sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona.

Tale modifica fu la risposta politica alle stragi di Piazza Fontana, a Milano, Piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus ed ai numerosi dirottamenti aerei perpetrati anche nel nostro paese da terroristi palestinesi, in nome della nota causa. Tale risposta, però, fu solo politica perché nessuno avrebbe voluto nelle nostre carceri terroristi stranieri.

Infatti, il presunto mandante del sequestro dell’Achille Lauro, che avvenne nell’ottobre del 1985, fu intercettato dagli americani su di un aereo egiziano e costretto da questi ad atterrare sulla base militare di Sigonella. Un aviere di guardia, poi divenuto ufficiale dei carabinieri, mi raccontò che l’aereo fu dapprima circondato dai nostri militari, nonché dai carabinieri, a loro volta assediati dagli americani che volevano ad ogni costo arrestare il terrorista palestinese. Il governo di allora, presieduto da Craxi, ordinò la ripartenza dell’aereo da Sigonella con il terrorista a bordo, all’insaputa del ministro della difesa, contrario all’iniziativa. Quel terrorista fu poi catturato dagli americani nell’aprile del 2003 a Baghdad. Morì, poco dopo, asseritamente per problemi cardiaci.

Il terrorismo internazionale, soprattutto negli anni ’80, si è servito del nostro paese per far transitare sul nostro territorio le armi, pagandole con un traffico di droga, in cambio della promessa di non effettuare attentati nel nostro Stato. Questa è storia desumibile dalle cronache giudiziarie del tempo e non giornalistiche che non sono immuni da parzialismi e da prese di posizioni che, sul terrorismo, qualunque sia la matrice, più che chiarire lasciano intatti i dubbi che vi erano anche prima. Ma, come dicevo prima, se la legge del 1975 permette di intervenire con le armi prima che il fatto criminoso venga compiuto, questo non è mai avvenuto, ad eccezione della prima irruzione in un covo di terroristi, a Genova, dove furono uccisi tutti. Infatti ci si è sempre “dimenticati” di approvare un regolamento di esecuzione che delimitasse in maniera chiara i comportamenti da adottare, in relazione anche all’esercizio della legittima difesa.

Occorre, quindi ed al più presto, approvare una legge che regoli l’uso delle armi, in maniera estensiva, per impedire l’attuazione di quei reati indicati dall’art. 53, modificando in parte l’art. 52 e prevedendo l’esimente della legittima difesa anche agli atti preparatori dell’evento criminoso che si intende compiere, considerandoli come pericolo attuale. Mancando però un regolamento di attuazione dell’art. 53 del codice penale, i comportamenti oggi sono attuati in via interpretativa, vale a dire che, se l’operatore di polizia vuole sventare una strage deve portare con se anche una raccolta giurisprudenziale con le sentenze di tutti i tribunali e della Cassazione penale che in tale materia hanno prodotto, consultate le quali, molto spesso deve desistere.

La legge deve prevedere l’uso delle armi, consentendo la massima coercitività possibile e su ordine del comandante dell’operazione. Altri mezzi meno letali possono essere presi in considerazione solo se vi è la presenza di persone innocenti od estranee. Infatti, va appena ricordato che la legittima difesa permette l’adozione di ogni mezzo illecito che si renda utile per difendere un diritto proprio ed altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

Non vi è dubbio che l’irruzione in un pericoloso covo di terroristi internazionali disarmati, ad esempio, presenta gli stessi elementi di pericolosità di quello effettuato contro persone armate, atteso che se tale operazione non viene effettuata con immediatezza, uno dei catturandi può sempre trasmettere un ordine che può far esplodere un ordigno oppure consentire la fuga ad altre persone, anche molto distanti dal luogo.

Consentire la massima coercitività nell’uso delle armi agli operatori di polizia, in una azione di legittima difesa preventiva con l’applicazione congiunta degli artt. 52 e 53 del codice penale, per fare in modo che siano sempre dei pubblici ufficiali ad intervenire e non dei privati cittadini, consente di negare al terrorista ed alla radice, tutte quelle garanzie che sono previste ai normali cittadini in uno stato democratico.

Infatti, se il terrorista fosse solo catturato vivo sarebbe destinatario di tutte quelle garanzie costituzionali che, fondamentalmente, egli stesso nega agli altri. Finché si trova nell’esercizio della legittima difesa preventiva la legge deve consentire all’operatore di polizia di poter uccidere il terrorista o lasciarlo in vita in base alla discrezionalità del capo servizio che deve venir meno nell’istante della cattura del reo, il quale, in base a tale atto, riacquista le capacità ed i diritti degli altri cittadini.

In definitiva si chiede l’approvazione di una legge che estendendo il concetto di legittima difesa preventiva anche agli atti preparatori dell’evento criminoso classificandoli come pericolo attuale, tracci un perimetro all’interno del quale un operatore di polizia può commettere un fatto illecito, allo scopo, evidente, di proteggere il maggior numero di vite umane, perché è questo l’obiettivo finale, nella considerazione che gli ordigni che i terroristi useranno in futuro saranno quasi solo quelli nucleari.

Sia il concetto di legittima difesa semplice che preventiva appaiono però superati qualora si operasse con la vigenza del codice penale militare di guerra. Infatti vigendo il codice penale di guerra, al militare incombe, su specifico ordine, il dovere giuridico di uccidere anche in assenza dei presupposti previsti dall’art. 52 del codice penale. Infatti basta il sospetto o la presunzione che in una data località ci siano uomini armati che possano nuocere alle operazioni militari, a poter scatenare un’azione di guerra. Infatti il comandante che evita di intraprendere motivate e legittime azioni di guerra contro le forze avversarie, causando un danno, commette egli stesso un reato.

Per concludere, non si vuole qui entrare nel merito e nel giudizio delle motivazioni che giustificano le azioni delittuose di un terrorista, siano esse ideologiche o religiose, ma si vuole solo ribadire l’esigenza che esso sia abbattuto prima di compiere il gesto criminoso; egli stesso potrà continuare a fregiarsi del titolo di martire, e noi avremo salvato delle vite umane.

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