Latorre e Girone, due marò sommersi dai…marosi

maro-india4Napoli, 18 mar – (di Giuseppe Lenzi) Nel “mare magnum” delle notizie, spesso maleodoranti, affiorano quelle, incredibili, dei due marinai italiani “impediti” di ripresentarsi in India al termine di una “licenza” loro concessa con il consenso della Corte Suprema indiana.

Dovremmo gioire, noi tutti italiani, per la “bella notizia” che bella, invece, non lo è affatto. La storia è nota a tutti e non è il caso nemmeno di riassumerla. Si discute, tra Italia ed India, ed in assenza di qualsiasi punto di convergenza, di questioni nebulose “diritto internazionale”: su dove si trovasse “esattamente” la petroliera Enrica Lexie, sul come i fucilieri abbiano ucciso due incolpevoli pescatori, sul perché il comandante della petroliera abbia “obbedito” agli ordini delle autorità marittime indiane e su tant’altre questioni che animano, ormai da un anno, un acceso dibattito in merito all’osservanza o meno, taluni “diritti internazionali” che hanno già abbondantemente avvelenato i rapporti tra i due stati.

La notizia dell’autonoma decisione del Governo italiano, promossa dal Sottosegretario Staffan De Mistura, con il pieno accordo della Ministro Terzi, (Farnesina), del Ministro Gianpaolo Di Paola (Difesa) e ministro delle Giustizia Paola Severino, e “benedetto” da Mario Monti (Presidente del Consiglio) ha già generato immediati e fondati strascichi in tutto il mondo. La grande stampa internazionale, prima fra essa – ovviamente – quella di New Delhi e poi a seguire quella di molte nazione europee non sembrano affatto apprezzare l’iniziativa tutta italiana, di trattenere in patria i due militari impedendo loro di far rientro in India così com’era stato concordato al più alto livello. Prima il fuciliere Salvatore Girone, dalla sua Torre a Mare ( Bari) e poi Massimo Latorre da Taranto hanno, comprensibilmente gioito alla notizia del loro “forzoso non rientro in India”. E la loro personale soddisfazione è certamente comprensibile se solo si considerano i 387 giorni trascorsi lontano dalla famiglia e dalla Patria vivendo continui sussulti giudiziari, fermi di polizia, controlli esasperanti, domiciliari (in albergo) e quant’altro attenga alla condizione di “inquisiti”. Il tutto condito dall’esasperante lentezza della giustizia indiana che, a paragone della nostra (dai tempi biblici) appare, se possibile, ancora più avvilente.

Ma ho fondati motivi per ritenere che i due marò non abbiano ancora realizzato che la “tempesta perfetta” per loro, inizia solo ora. Mi riferisco alla figuraccia internazionale in cui il nostro governo ha catapultato l’Italia e con essa i due marinai, vittime anch’essi, di un gioco enormemente più grande di loro. Sta di fatto che alla generosità, per nulla dovutaci, dalla Corte Suprema indiana che ha concesso il suo assenso per un breve ritorno in Italia dei due marò, perché non fossero privati del loro diritto di elettori ed, al contempo, rivedessero i familiari, tre ministri ed il capo del governo con una sublime arrampicata sugli specchi hanno invocato, con una tempestività che peggiore non poteva essere, l’esigenza di ricorrere ad un “Arbitrato internazionale” o ad una “sentenza di una Corte internazionale”. E’ per tale emergente italica ideazione che i due marinai NON devono essere restituiti al loro provvisorio ( e forse incompetente) “giudice” indiano, ma restare sul suolo patrio. L’organismo internazionale, da nominare in accordo con l’India ( se mai quel paese fosse d’accordo, e non è detto che lo sia) dovrebbe esprimersi in merito ad una complessità di eventi, oggi futuri ed incerti, che spaziano dall’individuazione del tribunale idoneo ai tempi e luoghi di ulteriore detenzione/fermo per l’espiazione dell’eventuale pena etc.

Nulla da eccepire in merito alla fondata prospettazione di un “giudice terzo” che decida il futuro dei due “imputati”. Ciò che non appare assolutamente ammissibile è che un paese di grande tradizione giuridica come la nostra, debba ricorrere ad un espediente miserevole per NON consentire il ritorno dei militari nel paese che li ha – generosamente e comprensibilmente – lasciati andare per un ben preciso e breve periodo di tempo. Il 18 gennaio scorso, la Corte Suprema indiana, disconoscendo la competenza – a giudicare i due marinai – del tribunale dello stato del Kerala aveva già avviato le procedure per l’istituzione di un “tribunale speciale” in Delhi proprio per esaminare ogni aspetto connesso con la controversa vicenda che ci riguarda. La lentezza di tale decisione è coincisa (purtroppo o per fortuna?) con la concessione del permesso, ai militari, di rientrare in Italia per le votazioni e per una breve permanenza in famiglia, con l’impegno, preso ai massimi livelli della diplomazia, che i due sarebbero stati fatti rientrare in India per affrontare la – non agevole – vicenda giudiziaria nella quale, colpevoli o innocenti che siano – si sono cacciati.

Noi italiani, esperti ed insuperabili in bizantinismi dialettici, giuridici, comportamentali, diplomatici, politici, mediatici e purtroppo, morali, abbiamo creato ad hoc, e quindi a gran voce invocato, una fantomatica “controversia giuridica con l’India” ed in nome di essa si è deciso di “interdire” il rientro in India dei due “imputati”. Le proteste dell’India sono state, finora, tiepide ed il prudente ministro degli Esteri indiano, Salman Kurshid si è espresso con grande moderazione.

Stupisce oltre ogni misura, sia il comportamento del Ministro delle Difesa che quello del Capo dello Stato improvvidamente, ma necessariamente, coinvolto, in questa “sporca” tenzone. Meraviglia, più di ogni altro, il sostegno che il Ministro di Paola ha dato ai suoi colleghi di governo sostenendo la sventurata decisione di NON far ripartire i due marinai. Mai avrei immaginato che proprio lui, Ammiraglio della nostra gloriosa Marina Militare, dai gagliardi ed impegnativi trascorsi sui mari del mondo e poi in vetta alle più apicali responsabilità della NATO, potesse consentire che il suo Paese – per quale che sia la ragion di Stato – venisse meno alla PAROLA data trattenendo, con un meschino espediente che nemmeno definirei “giuridico” in Italia i due militari divenuti, di fatto “transfughi”. Voglio credere e sperare che siano numerosi i milioni di connazionali a pensare che il mancato rientro dei militari è stata la peggiore delle decisioni possibili e che ammanta di copioso disdoro le nostre FF.AA ed il Paese tutto. Infatti, se è vero come appare vero che i ministri succitati propendono per il ricorso ad un istituendo “Tribunale Internazionale” che si esprima nel merito della controversa vicenda che ha coinvolto i nostri fucilieri, non vi è motivo alcuno che possa giustificare l’infelice decisione di trattenere in Patria i due militari. Con l’accordo dell’India – se essa lo avesse consentito – i due militari sarebbero stati giudicati dal futuro Tribunale in India dove, giova rammentarlo, NON erano, già da numerosi mesi, in stato di soggezione carceraria e nemmeno “domiciliare” bensì liberi nelle loro azioni e spostamenti seppur sotto discreto controllo delle autorità locali. Dirò di più, molto di più. Se i Ministri Terzi e Saverino con il consenso del Primo Ministro Monti avessero espresso , essi ed essi solo, l’idea di NON far rientrare i militari in India, venendo meno agli impegni liberamente presi avrebbero dovuto scontrarsi con la più ferma ed inequivoca contrarietà del Ministro Di Paola, per il fatto solo che il suo Onore di militare non avrebbe mai potuto consentire il venir meno alla PAROLA data. Certo, lo so bene, il Codice dell’Onore Militare prevede, fra i mille doveri di ogni Comandante, quello, prioritario e tassativo, della salvaguardia della vita dei propri uomini. Ma qui non era, né è mai stata, in gioco la vita di Massimiliano e Salvatore. Mai !I due sventurati marò sono state le prime vittime di una scellerata operazione politico-militare in cui si imbarcò l’ineffabile ministro La Russa.

Fu architettato, infatti, l’impiego dei nostri militari armati sulle navi mercantili “private” per uno scopo certamente utile, quale il contrasto alla pirateria dei mari, ma ciò che mancò del tutto fu una chiara ed inequivoca “procedura operativa” che disciplinasse, senza equivoci e senza incertezze, gli equilibri , i doveri ed i poteri che venivano a determinarsi fra i numerosi soggetti fruitori ed utilizzatori dei nostri militari: l’armatore, il comandante della nave, il comandante militare a bordo. Si dice e si afferma che fu un “tranello” quello escogitato dalla Guardia costiera del Kerala ( nelle cui acque gli indiani sostengono che avvenne l’uccisione di Valentine Jalstine e Ajesh Binki) per attirare la petroliera Enrica Lexie nel porto del Kerala. Ebbene si! Fu un tranello nel quale mai e poi mai sarebbe dovuto cadere non dico un comandante di petroliere transoceaniche, ma neppure un ufficialetto al suo primo imbarco sulla Napoli-Capri. La verità è tutta nell’immenso interesse commerciale che l’armatore ha inteso tutelare con l’obbedire, pedissequamente, all’illegittimo ordine della guardia costiera del Kerala intimante un immediato attracco al porto di Kochi. La Marina Italiana, invece, prontamente avvertita di quanto stesse accadendo, ordinò al comandante Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano, invece, già in contatto con l’armatore, preferì (fu di fatto obbligato) ad obbedire agli ordini del suo datore di lavoro/armatore e, quindi, ad assecondare le richieste delle autorità indiane: attraccare in porto, consentire l’ispezione della nave, assistere impotente agli arresti dei due militari italiani “sul nostro territorio” Inaudito! Mai successo nei millenni di nessuna marineria.

Ma noi, grazie all’eccelsa improvvisazione che coincise con il dissennato impiego dei militari italiani sul naviglio mercantile, abbiamo conquistato anche questo record che, certamente, mai nessuno ci toglierà. E’ di tutta evidenza che se il comandante della petroliera avesse fatto “il Comandante” e fosse stato obbligato al rispetto di precise norme di “ingaggio e disimpegno” (allora inesistenti) ideate ed imposte dalla nostra Marina Militare (cioè dal governo), se solo avesse accennato a lasciare le acque internazionali ed a rientrare in porto indiano, avrebbe certamente subito la giusta e doverosa reazione dei nostri militari a bordo che, in quella specifica circostanza, avrebbero legittimamente e con le armi imposto al comandante di prendere il largo. Così non è stato per i motivi, direi abietti, che tutti conosciamo: la certezza, per l’armatore che in caso di disubbidienza agli ordini (illegittimi) delle autorità indiane i porti dell’India, tutti i porti, gli sarebbero stati preclusi a vita. Con grave ed incommensurabile danno per i suoi ricchi traffici marittimi.

Bravo il ministro la Russa! L’ha combinata proprio bene la “pensata” dei militari italiani armati sulle navi mercantili. Oggi, che anche il nostro ONORE è decisamente ed innegabilmente leso per la demenziale decisione di trattenere in Italia i due marò il più grande dispiacere che affiora nell’animo di tutti gli italiani è rivolto al nostro Presidente Napolitano.Un glorioso ed eccellente settennato dispiegatosi all’insegna del più rigoroso ed esemplare rispetto della Costituzione, nel generale e convinto apprezzamento della comunità nazionale e, più ancora, internazionale, non meritava di concludersi con un’operazioncina diplomatica di quart’ordine che ha esposto la nostra Marina Militare, cui appartengono i due marò “inquisiti” per omicidio (seppur preterintenzionale) ad un tonfo di immagine (è il caso di dire) abissale. Ed era da attendersi che la “lenta e millenaria” cultura giuridica indiana non dormisse pacifica ed indolente di fronte agli eventi. Una reazione era da attendersi e, puntualmente, è avvenuta: accadono, in queste ore (siamo al domenica 18 marzo) due eventi a dir poco sconcertanti:

  1. Che il ministro degli Interni indiano ha diramato un vero e proprio avviso, quasi un “ Wanted”, a tutte le frontiere dell’immenso paese perché vigilino su qualsiasi tentativo del nostro ambasciatore Daniele Mancini a lasciare l’India. La notizia, com’era ovvio, è rimbalzata su tutti i media internazionali destando, ovunque, un comprensibile sconcerto. E’ di palmare evidenza, scrive la grande stampa estera prima fra tutte l’autorevole Wall Street Journal. Che l’Italia abbia clamorosamente violato consolidate regole imposte dalla Convenzione di Vienna sottoscritta sia dall’India che dal nostro paese. Siamo l’unico paese, appartenente alla vastissima comunità diplomatica mondiale, al cui ambasciatore sia stato imposto “l’invito/divieto” di lasciare liberamente il paese che lo ospita. Situazione, questa, che espone, giustamente, il nostro “governo” (si fa per dire) alla derisione ed alla riprovazione di tutta la comunità internazionale diplomatica.
  2. Che il Presidente della Corte Suprema indiana, il sig. Altamas Kabir, stia valutando l’ipotesi di disporre “l’arresto” del nostro ambasciatore Mancini in quanto “spergiuro” avendo egli “giurato” solennemente innanzi a quel supremo tribunale, che i due marò, al termine della seconda concessione a rientrare (per 30 giorni!) in Patria, avrebbero fatto ritorno in India per affrontare quel che sarebbe stato il loro destino giudiziario. Situazione, quindi, precipitata ed al limite della rottura delle relazioni diplomatiche.

In questa ingarbugliata vicenda giuridico-diplomatica, dai contorni fumosi ed oltremodo insolubili, riaffiorano oggi, in tutta evidenza, altre sconcertanti considerazioni che, già a Dicembre 2012, parvero condite di una forte dose di inopportunità che, Natale incipiente, passarono sotto silenzio:

  1. L’eccessiva enfasi che fu data al momento dell’arrivo a Ciampino dei due marò il “licenza natalizia”.
  2. Lo schieramento delle cosi dette “massime autorità” li prone a ricevere due militari imputati di “presunto, probabile, incerto, discutibile, improvabile”, “omicidio” per quanto preterintenzionale lo si voglia (molto fondatamente) considerare ed interpretare.
  3. L’accoglienza dei marò al Quirinale e la stretta di mano “paterna”, anzi, “nonnerna” del Capo dello Stato cui, quasi certamente, non erano mai stati rappresentati a dovere e compiutamente tutti i risvolti dell’infausta vicenda che coinvolgeva i suoi “illustri eroi” in armi. Che eroi non sono né lo potranno mai più essere dal momento che, in assoluta coscienza e consapevolezza, si sono fatti “ingaggiare” in un gioco politico/diplomatico infinitamente più grande di loro, che li ha condotti a “tradire” la parola data trasformandosi da “fucilieri di Marina” in “deprecabili transfughi”.

E’ ovvio, pertanto che pur comprendendo la gioia dei familiari dei militari che, da oggi, potranno vivere giorni (forse) un po’ più sereni accanto ai loro mariti, padri, figli, sfuggiti alla esasperatamente lenta giustizia indiana, resta lo sconcerto per un atteggiamento irresponsabile di alcuni ministri che – in via di fuga anch’essi dal morente e latitante governo – hanno gettato l’Italia (di cui non hanno affatto a cuore le sorti) in una risibile e nauseante condizione diplomatic0-internazionale. Si legga la stampa estera e si potrà comprendere il credito “abissale” in cui ci hanno fatto precipitare Terzi, Di Paola e Severino. I tre “dotti” ripropongono ora l’istituzione di un Tribunale Internazionale che giudichi i due marò: bene! L’invocazione di tale alto consesso giudiziario – proprio a ragione dell’imparziale sentenza che esso emetterà – può concretizzarsi ovunque, sia in Italia che in India. Non ha – non aveva – quindi alcun senso il “rapimento” all’India di due “imputati internazionali” ed il loro biasimevole “forzoso” trattenimento in Italia. Che non appare solo forzoso, ma ben di più: “vergognoso” agli occhi di tutto il vasto mondo militare che crede, ancora, nonostante i Terzi, i Di Palo, i Severino in un codice di ONORE non scritto ma impresso, indelebilmente, nel nostro animo di cittadini , e di militari al servizio delle Istituzioni democratiche.

Ne consegue che di fronte alla discutibile ed incondivisibile decisione di alcuni ministri del dissolto governo, che poco o nulla hanno da spartire con gli alti ideali dell’ONORE e della DIGNITA’ e nemmeno con un decente ideale della “ragion di Stato” mi sarei atteso ben altro. Cosa? E’ presto detto: mi sarei atteso, che il mio collega militare che pronunciò il mio medesimo “giuramento” di fedeltà alla Patria ed alle sue Istituzioni, l’Ammiraglio Giampaolo di Paola, classe 1944 avesse evidenziato quell’attesa riaffermazione del suo giuramento e, quindi, chiamati a “rapporto” i suoi marò avesse loro detto: “Ragazzi! Fucilieri di Marina! Qualcuno che non sa nulla dei nostri ideali di ONORE ed AMOR PATRIO vorrebbe che voi rimaneste qui venendo meno alla parola data. Quale vostro Comandante vi ORDINO di tornare in India e farvi giudicare lì per le azioni per le quali siete imputati. Io sono con voi e con me gli italiani tutti”.

Ma…mi accorgo di appartenere ad un’altra era geologica.


Ultimi aggiornamenti dalla redazione

L’India nega l’immunità all’ambasciatore italiano

Si acuisce ulteriormente la tensione tra Italia e India. La Corte Suprema di New Delhi ha riaffermato che l’ambasciatore italiano Daniele Mancini non ha diritto all’immunità diplomatica e ha prorogato fino al 2 aprile il divieto di lasciare il Paese che gli aveva imposto giovedi’ scorso. Per il 2 aprile è stata fissata la prossima udienza sul caso dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati per l’uccisione di due pescatori indiani al largo del Kerala. Mancini, che non era presente in aula a rimarcare che gode dell’immunità diplomatica, aveva ricoperto un ruolo determinante nella nuova licenza, la seconda dopo quella natalizia, concessa ai due militari per rientrare in patria e poter così votare alle elezioni: un permesso speciale dietro cauzione che scadrà venerdì prossimo. Il diplomatico si era impegnato con un affidavit a garantire il rientro dei marò. “Una persona che si presenta in aula e formula una promessa del genere” poi non mantenuta, ha dichiarato il presidente della Corte, Altamas Kabir, “non gode di alcuna immunità”. “Ho perso ogni fiducia nel signor Mancini”, ha aggiunto. Uno degli avvocati indiani dell’ambasciatore ha ribattuto ricordando come il diritto internazionale riconosca l’immunità dalla giurisdizione ai rappresentanti ufficiali degli Stati stranieri, ai quali accorda altresì piena libertà di movimento. “Noi”, ha però puntualizzato ancora Kabir, “abbiamo perso ogni fiducia nell’ambasciatore. Non pensavamo che si comportasse così”. A questo punto il diplomatico italiano rischia di essere incriminato per vilipendio della magistratura, e di finire sotto processo, se non addirittura di essere arrestato. Se il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, ha ammesso l’esistenza di un “conflitto di giurisdizioni” che “va esaminato”. “Siamo consapevoli della Convenzione di Vienna e dei nostri obblighi” in materia di immunità, ha aggiunto, ma ha puntualizzato che, “in qualità di funzionari del governo federale dell’India”, ci si deve “attenere alle direttive della Corte Suprema”. A favore di Mancini e dell’Italia è intervenuta frattanto l’Unione Europea: la Convenzione di Vienna “va rispettata da tutte le parti in causa”, ha sottolineato Michael Mann, portavoce di lady Catherine Ashton, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dei Ventisette. (AGI)

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