La pirateria somala ? Assomiglia alla mafia

pirata-somaliaRoma, 4 ago – (di Luca De Fusco) Risale a pochi giorni fa la notizia che la nave italiana “Anema e core” è stata rilasciata da pirati nigeriani e naviga ore in acque più sicure. Oltre al comprensibile sollievo per i componenti l’equipaggio e le loro famiglie, il maggior risvolto positivo della vicenda è che l’opinione pubblica percepisce finalmente che la pirateria non è confinata alla sola Somalia . In realtà i rapporti dell’International Maritime Organization (IMO) , agenzia ONU deputata al settore marittimo, descrivono il fenomeno in aumento, o in ripresa, oltre che nel Golfo di Aden prospiciente la Somalia, anche nel Golfo di Guinea-Nigeria, negli stretti di Malacca, in Sud America e persino nei Caraibi.
E’ probabile che ci sia una emulazione delle gesta dei pirati somali i quali hanno introdotto perfezionamenti tali nelle tecniche post cattura da rendere l’attività particolarmente lucrosa.
Poiché per i casi di curriculum vitae, contiamo su una esperienza diretta nello scacchiere Est Africa – Medio Oriente ci limiteremo a commentare quello che succede nella “nostra zona”.

Alcune settimane fa sono stati individuati all’aeroporto di Nairobi ( Kenya) due aeroplani Cessna che , opportunamente modificati  e pilotati da  europei , sono stati usati in svariate occasioni per sganciare pacchi di banconote ai pirati somali come riscatto per il rilascio di navi ed equipaggi catturati. Particolare non indifferente poiché attualmente la cifra media di un riscatto/nave si aggira sui 5 milioni di dollari Usa – in almeno un caso si è arrivati a 10 milioni – da pagare in contanti nei tagli maggiori, come da istruzioni. E questo rappresenta solo il gradino finale del processo di pagamento che in genere  prelude il rilascio di nave ed equipaggio.

pirata-negoziatore

Un pirata “negoziatore”

Alla data di oggi ci sono almeno 30 navi sequestrate, di cui due italiane, e circa 660 ostaggi. Secondo le indagini, modeste ma utili, condotte dall’ Unione Armatori dell’Est Africa, i pirati sono organizzati in cinque grosse bande per un presunto totale di 1500 uomini. Tra questi sono sempre meno i “romantici” che hanno iniziato circa  10 anni fa ad attaccare navi da pesca e scaricatori di scorie stranieri che entravano nelle acque somale con fini illegali e ormai la maggioranza risulta costituita da miliziani di origine eterogenea che hanno dimestichezza con l’armamento leggero normalmente impiegato negli attacchi.
Esiste poi uno strato sempre più consistente di “tecnologici”, di giovani in genere rientrati dalla diaspora somala con competenze professionali specifiche. Sono coloro che installano e usano attrezzature GPS, satellitari, e tutto ciò che ha bruscamente modernizzato le attività di pirateria, oltre ai “ bancari” , quelli che si occupano di reinvestire i soldi provenienti dai riscatti. Questi ultimi si trovano in maggioranza in sicure quanto insospettabili retrovie, da Gibuti ai paesi del Golfo Persico e verosimilmente anche in Europa (Londra) laddove esistano comunità somale di una certa consistenza.

L’East  African, un serio settimanale di base Nairobi con forti entrature negli ambienti finanziari della regione, ha affermato che  la maggior parte degli introiti vengono investiti da “pirati in colletti bianchi” in immobili. Il che è plausibile perchè le transazioni in contante sono prevalenti e  la  forte inflazione locale rende estremamente appetibile la valuta straniera. Ovviamente, ammesso che qualcuno qui capisca quello che sta succedendo negli Usa in questi giorni, un brusco calo del dollaro non sembra preoccupare nessuno e, anzi, accelera le trattative . Infine, bisogna dire che le quotazioni immobiliari locali sono ancora a livelli ridicoli mentre le prospettive economiche della regione  nel complesso sono eccellenti sul lungo periodo. Quindi terreni , case, e chi più ne ha ne metta stanno diventando gli assets che imporranno una classe di imprenditori somali nei paesi della regione che sta procedendo inesorabilmente verso l’integrazione sul modello dell’ EU. Un modello mafioso a tutti gli effetti. E dobbiamo dire che molti imprenditori somali che fino a pochi anni fa facevano debiti con i loro camion scassati si sono negli ultimi tempi assai vivacizzati.

Gli effetti della pirateria sull’economia interna somala sembrano in prevalenza benefici. Innanzitutto gli istinti criminali di tanti individui si scaricano in mare negli attacchi e maltrattamenti agli equipaggi catturati, liberando la terraferma da quelle bande che scorrazzavano da decenni nei villaggi. L’afflusso di  contante, anche se frazione minima rispetto al bottino, ha aumentato enormemente la domanda di beni e servizi, dai generatori alle belle di notte. Ciò ha contribuito a far apparire i pirati dei benefattori patriottici.
Ma le notizie più importanti sono quelle che riguardano l’ammontare del pescato lungo le coste, in aumento considerevole rispetto agli anni scorsi. Ciò viene suffragato scientificamente da biologi marini est-africani e dimostra che i pescherecci stranieri , soprattutto asiatici, che entravano illegalmente in acque somale avevano seriamente impoverito il patrimonio ittico. Poiché è verosimile che anche lo scarico di scorie sia diminuito se non azzerato si può concludere che l’appoggio ai pirati non è campato in aria ma basato su circostanze reali.
Questa notizia è di importanza focale ai fini della soluzione del problema pirateria perchè erano esattamente queste le accuse dirette ai paesi occidentali: pesca illegale e scarico rifiuti tossici come coraggiosamente affermato dalla  nostra Ilaria Alpi.

Naturalmente a quello che risulta benefico da queste parti corrisponde un salasso di pari misura per i paesi attivi nel traffico marittimo sempre più giù fino ai consumatori su cui vengono scaricati i maggiori costi dei noli, polizze assicurative, ecc. E le cose possono peggiorare ulteriormente. Se il progetto di scorte militari / contractors imbarcate  sulle navi non funzionasse entro tempi accettabili, gli armatori hanno chiarito che saranno costretti a  far circumnavigare l’Africa alle petroliere, più vulnerabili, e ad altre navi particolari con un aggravio dei costi per circa 300 milioni di dollari.

Noi riteniamo però che le scorte armate in qualsiasi forma sulle navi contribuiranno in misura significativa a ridurre gli attacchi. Di conseguenza gli attacchi si potrebbero concentrare sul naviglio minore, per lo più locale, e potrebbero continuare per anni. Ma di questo, ai paesi occidentali che si sono irresponsabilmente estenuati in guerre senza senso tra Iraq e Afganistan, non può importar di meno.

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