La nuova guerriglia urbana ed i suoi leaders

black-bloc-romaRoma, 21 ott – (di Valerio Mattioli) Sabato 6 dicembre 2008, nel corso di una manifestazione indetta ad Atene da studenti che protestavano contro la riforma universitaria, un’auto della polizia si trovò da sola e senza possibilità di arretrare , al centro di una fitta sassaiola. Uno degli agenti, probabilmente preso dal panico, ha allora esploso un colpo di arma da fuoco che uccideva un ragazzo quindicenne, Alexis Andreas Grigoriopulos. Successivamente il poliziotto veniva arrestato su ordine della magistratura, forse nel tentativo di quietare gli animi, ma gli scontri proseguiranno per altre due settimane. Furono giorni in cui diverse città della Grecia furono messe a ferro e fuoco da una protesta sicuramente strumentalizzata  da frange estremiste in cerca di quella visibilità sia mediatica che politica che, altrimenti non avrebbero mai avuto.

Il 15 ottobre 2011 nel corso di una manifestazione indetta a Roma dai cosiddetti “indignati” centinaia di teppisti violenti, dopo essersi infiltrati nel corteo pacifico, hanno messo a ferro e fuoco il centro della Capitale, devastando e saccheggiando proprietà sia private che pubbliche, causando il ferimento di un numero enorme di appartenenti alle Forze dell’Ordine, a cui va tutta la mia vicinanza: per mera ammissione di uno di essi in una intervista concessa ad un giornale, si erano addestrati in Grecia. A via Cavour due auto sono state incendiate a poche decine di metri dalla sede del Servizio Segreto civile di via Lanza, l’AISI, l’ex SISDE e dalle cui finestre i dipendenti avranno potuto certamente assistere al drammatico spettacolo.

Tempo fa, un mio amico medico mi spiegò che nel corpo umano vi sono dei microbi che potrebbero causare malattie terribili, nonché pestilenze da evocare il medio evo e tali da chiamarsi “opportunisti”, perché non agiscono fintantoché le difese immunitarie non si siano abbassate.

In una moderna democrazia, i virus “opportunisti” hanno vari nomi, ma agiscono quando la vigilanza democratica di tutte le forze sociali viene per un motivo qualsiasi messa in discussione o, comunque, subìsce un decremento tale da creare spazio vitale per chi, in dispregio delle più elementari regole di convivenza civile, si atteggia ad aspirante leader di una protesta che deve per forza vedere nella morte di uno dei suoi adepti il momento che dà significato ad un cammino la cui meta non è al di là dell’orizzonte, ma nell’animo di chi ha cercato dentro di sé l’uccisione di un suo compagno allo scopo di mediatizzare il proprio sciagurato disegno proponendosi come diuturno profeta contro una politica che, una volta raggiunta, lo vedrebbe comportarsi alla stessa stregua di chi ha sempre così ferocemente contestato.

I maggiori leaders della protesta del G8 di Genova, del luglio 2001, conquistarono un seggio parlamentare. La morte, quindi, non come donazione volontaria della vita in nome di una causa, ma come fatto accidentale che si vuole a tutti i costi far passare per qualcosa di significativo ed unico. Nell’archiviare la posizione del carabiniere che, nel G8 di Genova del 2001 uccise Carlo Giuliani, il GIP rimproverò ai genitori della vittima la circostanza che né nel corso dell’autopsia, né dopo essi predisponevano una perizia di parte, anzi, tre giorni dopo il corpo del giovane veniva cremato, impedendo soprattutto a se stessi qualunque ulteriore accertamento. Aggiungo, io, che un eventuale esame tossicologico ci avrebbe potuto finalmente chiarire quale fosse il grado di coscienza con il quale il Giuliani aveva voluto chiudere la propria vita.

La morte come videogame, senza il quale il gioco non avrebbe alcuna memorabilità e cadrebbe nell’oblìo della storia, così come tutti quei leaders che si sono serviti di innocenti che sono morti al posto loro, ma che hanno guadagnato non solo l’effimera gloria di qualche giornale, ma l’illusione di un seggio in Parlamento, senza per questo riuscire a fare per il Paese di  più di quello che avrebbero fatto se solo si fossero limitati ad una protesta civile ma ferma.

Qualunque tipo di società od organizzazione è posta in un contesto gerarchico nel quale un individuo ne riconosce subito ed istintivamente i capi e vi obbedisce spesso ciecamente senza per questo che la coscienza ne subisca un mutamento significativo. Molto spesso l’obbedienza cieca non presuppone l’esistenza di una coscienza, semmai, la sua totale assenza, senza la quale si può trasformare un essere umano in una macchina  che non uccide soltanto, ma procura le più atroci sofferenze, perché avendo l’uomo acquisito coscienza della morte, non può uccidere senza provare il sottile piacere di farlo sapere alla sua vittima di turno.

Nei bassifondi di tutte le società troveremo sempre degli aspiranti leaders e dei demagoghi che approfittando delle imperfezioni delle organizzazioni umane, vi si insinuano atteggiandosi a nuovi salvatori  e profeti di nuove ideologie, al cui centro non è l’uomo, ma l’odio verso chi, pur avendo soluzioni migliori delle loro, per tale motivo, nega e fa piombare nell’oscurità tutte quelle leadership deteriori e negative che, se riuscissero a conquistare il potere tutte insieme, farebbero precipitare un intero Paese in una delle più orribili dittature dove il nulla, e solo il nulla sarebbe l’orologio che regolerebbe il tempo della storia e dove la vita sarebbe solo un evento da lasciare all’insensibile arbitrio di simili che dell’annichilimento hanno fatto il loro leitmotiv principale.

Nei moderni conflitti armati internazionali, attraverso tecniche di guerra scorrette e terroristiche, leaders senza scrupoli, provocano la reazione di eserciti infinitamente più forti di loro che, grazie alla provata imbecillità umana, alla fine si riversa sulle popolazioni innocenti che, invece di essere protette da costoro, diventano ostaggi inconsapevoli di un sistema che alimenta l’attenzione dei media e della comunità internazionale illuminandoli, con il loro sinistro cono di luce, a tal guisa che quel capo di turno può ora godersi il suo provvisorio momento di potere.

Le due settimane di eventi catastrofici che hanno caratterizzato l’ordine pubblico in Grecia, nel dicembre 2008 ed i fatti di Roma del 15 ottobre 2011,  non può essere dovuto ad una massa di studenti che si muove senza che nessuno la telecomandi, ma ad una serie di leaders in pectore e non che, se individuati in tempo e fermati, laddove le leggi lo permettano e nel rispetto dei più elementari diritti umani, il progresso spirituale della società ne avrebbe da guadagnare e la morte cesserebbe di essere un mero strumento di comunicazione, persino quella indotta da atteggiamenti irresponsabili.

In passato, il Capo della Polizia, Manganelli, aveva incaricato il Prefetto Oscar Fioriolli di studiare tecniche dissuasive che potrebbero prevedere l’uso dell’acqua. Non sarebbero i classici idranti ma dei marchingegni che sparerebbero delle bombe ad acqua di 5 o 10 kg.. Infatti, nei decenni precedenti, l’uso dei candelotti lacrimogeni al CS veniva a penalizzare anche chi non c’entrava nulla, creando un effetto guerra che predisponeva maggiormente gli animi di quelli più esagitati alla devastazione ed al saccheggio predisponendo a malattie professionali potenzialmente cancerogene le Forze dell’Ordine e danni permanenti alla salute agli altri cittadini. A Genova, nel G8 del 2001, ne furono sparati circa 6200. C’è da giurare, però, che non si tratterebbe di acqua potabile, inodore, insapore ed incolore, prelevata da una incontaminata e sterile fonte, ma di qualcosa di simile prelevata da posti innominabili e, magari tinta di rosso, in modo che i facinorosi possano essere riconosciuti ed arrestati oltre che a causa del colore, anche dai lezzi maleodoranti del liquido appena sparato loro addosso che, a seconda delle proprietà chimiche, potrebbero permanere sulle persone per parecchi giorni.

Sperare nel morto sarà sempre più difficile e non vi sono più organizzazioni politiche pronte a promettere e dar seggi parlamentari ad individui che hanno fatto della strumentalizzazione della morte di un loro compagno la più macabra delle messinscene per procurarsi l’agognato passaporto per la politica.

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