La mercedes nera. Quando sono i criminali ad umiliare lo Stato

corazzato-ccRoma, 10 mag – (di Valerio Mattioli) Dopo il 23 novembre del 1980, giorno in cui avvenne il terremoto in Campania, i battaglioni dei carabinieri, a turno, furono inviati colà per mantenervi l’ordine pubblico.
Il mio reparto, di stanza al 7° battaglione Trentino Alto Adige di Laives (Bolzano), fu inviato a Napoli e sbarcò all’aeroporto militare con un volo effettuato con un C130 dell’Aeronautica Militare. Il mio primo volo. Se avessi avuto paura, sarei stato certamente giustificato: pochi mesi prima, il 27 giugno 1980, due carabinieri che dormivano con me in camerata, Giuseppe Cammarata e Giacomo Guerino perirono sul DC9 dell’Itavia che si inabissò in mare nei pressi di Ustica. Ma non ebbi paura. Sbarcai quindi dal C130 alla fine del dicembre 1980 e rimasi in Campania fino al 13 gennaio 1981, per circa quindici giorni.

Il nostro compito era prevalentemente quello di garantire che i terremotati prendessero possesso delle case che erano state requisite e a loro destinate. Si aveva infatti notizia che la camorra si sarebbe opposta e, probabilmente, avrebbe fatto entrare quei poveracci solo se avessero pagato. La nostra sola presenza avrebbe dovuto scoraggiare i criminali dai loro propositi. I luoghi che ci furono assegnati furono Baia Domizia ed il Villaggio Coppola Pinetamare.

Avevo appena 19 anni e, fino ad allora, avevo sentito parlare di camorra solo in televisione, avendo avuto solo nel giugno 1980 la mia prima destinazione, dopo il corso e la conseguente promozione a carabiniere, al battaglione carabinieri di Laives, vicino a Bolzano, luogo non certo abitualmente frequentato da criminali di tal fatta. Chiuso in una caserma come quella di Laives ove, all’epoca, a parte la libera uscita che era dalle 19,00 alle 23,00, per uscire in orari diversi occorreva il permesso scritto di un ufficiale, mi sembrava di aver guadagnato la libertà, potendo parlare con la gente e girare per le strade senza più vedere le mura alte di una caserma-prigione. A Laives ero pilota di carro armato, e se fossi rimasto ancora un po’, quelle mura le avrei buttate giù con il mio mezzo corazzato.

Al Villaggio Coppola Pinetamare ci fu ordinato di stazionare con il nostro blindato a ridosso di un caseggiato prospiciente la strada principale. A parte una grossa mercedes nera, non vi erano auto parcheggiate nelle vicinanze. Per poter parcheggiare il nostro blindato ci siamo avvicinati alla mercedes nera, accorgendoci che all’interno vi erano quattro uomini; forse aspettavano qualcuno. Nonostante il passar delle ore l’auto ed i suoi occupanti rimanevano lì, senza scendere dal mezzo nemmeno per sgranchirsi le gambe. A questo punto chiesi al mio comandante di squadra, un vicebrigadiere, di poter effettuare un controllo su quelle persone allo scopo di capire chi fossero e perché stazionassero lì. In verità, tutti noi sapevamo perfettamente chi fossero, ma era mia ferma intenzione farli sloggiare ed evitare che tornassero. Il vicebrigadiere, spaventato, mi ordinò di non scendere dal blindato e non avvicinarmi a quelle persone. Non potei relazionare sull’episodio poiché per poter trasmettere una relazione, avrei dovuto consegnare il mio rapporto al comandante di squadra che avrebbe così appreso di quanto lo considerassi un incapace.

Quelli erano uomini della camorra messi lì da qualcuno per evitare che i terremotati prendessero possesso delle case a loro destinate: la loro presenza era sufficiente per scoraggiare chiunque dal mettere in atto un legittimo proposito, dopo che, probabilmente, aveva perso tutto, sia i propri beni che i cari. Come carabiniere, quelli furono per me giorni di grande umiliazione. Che gli occupanti di quella mercedes nera fossero camorristi lo avevano chiaramente scritto in fronte; si vedeva dai loro gesti, dalla loro sfacciata sicurezza: pur avendo dietro di loro un blindato dei carabinieri non ci pensavano neanche un po’ ad andarsene. Tutto di loro ne denunciava le origini criminali ed era talmente evidente a tutti che se avessero scritto sulle fiancate della loro mercedes la parola camorra come noi avevamo scritto carabinieri, l’effetto sarebbe stato meno dirompente. Si pensi alla gente che vedeva un’automobile con camorristi a bordo ed un blindato dei carabinieri dietro, per giorni e giorni: facile pensare ad una contiguità tra criminalità e Stato. In realtà, pochi carabinieri umiliati ed un vicebrigadiere spaventato subirono la tracotanza di criminali, probabilmente in seguito morti ammazzati dai loro pari e nei cui confronti non è lecito pronunciare alcun sermone.

Va precisato che l’Arma dei carabinieri, che persegue fini istituzionali previsti dalle leggi, è estranea ai fatti vergognosi appena descritti, giacché essi sono stati posti in opera da un singolo sottufficiale incapace e privo di qualsivoglia professionalità che non può coinvolgere l’Organizzazione Statale cui appartiene. È pertanto solo a questa singola persona che va ascritta la responsabilità del suo gesto.

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