Ipotesi di riforma del sistema previdenziale in chiave evangelica

percorso-dubbioRoma, 21 dic – (di Cleto IAFRATE) «… Sogno una chiesa che, pur senza trascurare l’annuncio della consolazione degli afflitti, sempre più numerosi, inizi a predicare anche l’afflizione dei consolati (Lc 6,24)». Il debito pubblico italiano ha raggiunto qualche giorno fa la cifra record di 2.014 miliardi di euro, pari al 126,1 % del prodotto interno lordo. Gli interessi sul debito, per il 2012 pari ad 86 miliardi, sono destinati, nei prossimi anni, ad aumentare: il debito produce debito.

Gli interessi verranno pagati dai cittadini sotto forma di nuove tasse oppure di tagli alla spesa sociale e ciò determinerà una progressiva erosione dello stato sociale.

La crisi, però, non ha le stesse conseguenze per tutti, ma sta alimentando un conflitto intergenerazionale: mette i padri contro i figli attraverso le politiche di “rigore” adottate negli ultimi anni. Anche se l’Italia riuscirà a non entrare nella spirale che potrebbe condurla al fallimento, le future generazioni dovranno, comunque, pagare un conto molto salato a causa degli interessi sul debito.

La generazione dei padri è composta da persone che hanno un’età mediamente superiore a 50 anni: la maggior parte ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato oppure percepisce una pensione sin dal compimento del 55esimo anno d’età. La loro aspettativa di vita termina mediamente intorno all’ottantesimo compleanno. La loro pensione è stata (o verrà) calcolata con il criterio retributivo, che è molto più favorevole rispetto al contributivo. Diversi oggi sono gli ex manager che percepiscono un assegno di pensione che supera i 30.000 euro al mese, spesso frutto del cumulo di più pensioni;  tantissime sono le pensioni superiori a 10.000 euro al mese che l’INPS continua ad accreditare, nonostante la spending review,  a tutti coloro che in passato hanno maturato il diritto a percepirle.

La generazione dei figli, invece, è composta dagli under quaranta: percepiranno la pensione ben oltre il compimento del 65esimo anno d’età e questa corrisponderà a meno del 60% dell’ultima retribuzione, in quanto calcolata con il criterio contributivo. Probabilmente, quando ciò avverrà, lo stato sociale sarà stato completamente smantellato a causa dei tagli lineari alla spesa.

I giovani e le future generazioni sono, quindi, le vere vittime sacrificali della crisi, su cui si ripercuotono le conseguenze dei tagli.

Sorge spontanea una domanda: le scelte fatte fino ad oggi dai  politici, che appartengono prevalentemente alla prima generazione, sono aderenti al dettato costituzionale, oppure in tempo di crisi si possono rimettere in discussione anche i diritti acquisiti?

E’ molto importante fare chiarezza sul punto per rispondere ad interrogativi ben più concreti.

Ad esempio, in presenza di pensioni superiori a 30.000 euro al mese, è “costituzionalmente corretto” imporre una tassa come l’IMU a chi percepisce una pensione di appena 600 euro al mese?

E ancora, in presenza di stipendi pubblici da 500.000 euro all’anno, è “costituzionalmente corretto” ridurre i posti letto in ospedale?

La nostra Costituzione, ascrivendo i diritti sociali tra i diritti soggettivi indisponibili, li pone al riparo da eventuali compressioni.

La Corte ha più volte sostenuto che gli artt. 36 e 38 della Costituzione non escludono la possibilità di un intervento legislativo che, per inderogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica, riduca un trattamento pensionistico in precedenza previsto.

Infatti, già durante la precedente crisi finanziaria iniziata nel settembre del 1992, la Consulta ha affermato: «… per quanto concerne gli artt. 36 e 38 della Costituzione, se è vero che il trattamento di quiescenza deve essere proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato, resta tuttavia salva la discrezionalità del legislatore nell’apportare correttivi, ove vi siano esigenze meritevoli di ponderazione, come quelle che discendono dall’equilibrio finanziario …» (Corte Cost. n. 99/1995).

Sulla stessa linea di pensiero s’inserisce un’altra decisione, nella quale gli Ermellini hanno stabilito: « … secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, gli evocati parametri non escludono affatto la possibilità di un intervento legislativo che, per inderogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica, riduca in maniera definitiva un trattamento pensionistico in precedenza previsto, considerato che esiste il limite delle risorse disponibili e che, in sede di manovra finanziaria di fine anno, spetta al Governo ed al Parlamento introdurre modifiche alla legislazione di spesa, ove ciò sia necessario per salvaguardare l’equilibrio del bilancio dello Stato e perseguire gli obiettivi della programmazione finanziaria. …» (Corte Cost. n. 417/1996).

I diritti acquisiti, quindi, possono anche essere ridotti se vi sono esigenze di bilancio o di contenimento della spesa da rispettare.

Quando, però, si è trattato di stabilire in che misura possono essere ridotti, la Corte non si è mai espressa, limitandosi solo a  ritenere che in tempi di crisi “l’erogazione di servizi e le prestazioni da parte della Repubblica, necessarie a garantire ed erogare i diritti, potessero limitarsi alla sola realizzazione del nucleo essenziale del diritto stesso”.

A questo punto sorge un’altra domanda, questa volta cruciale: qual è il “nucleo essenziale” di una pensione di 30.000 euro al mese? E ancora, ridurre i posti letto in ospedale a due per ogni mille abitanti, non significa intaccare il nucleo essenziale del diritto dei cittadini all’assistenza sanitaria?

La Corte, ovviamente, non si è mai sostituita al legislatore, né ha mai fornito alcuna indicazione sul quantum e sul quomodoridurre i diritti acquisiti (siano essi previdenziali o stipendiali).

E’ necessario fare chiarezza poiché il discorso è molto complesso.

Atteso che la retribuzione deve essere commisurata alla capacità del lavoratore e il successivo trattamento previdenziale commisurato alla retribuzione, in che modo bisognerà ridurre i diritti acquisiti per ripristinare la pace intergenerazionale?

La chiave del dilemma sembra risiedere proprio nel concetto di “capacità”.

Ci si chiede: essendoci stipendi pubblici superiori a 480.000 euro all’anno e altri da  12.000 euro, è plausibile che le capacità di alcuni lavoratori siano apprezzate 40 volte superiori a quelle di altri? Ossia, davanti a pensioni da 30.000 euro al mese e altre da 600 euro al mese, è verosimile che le capacità di alcuni ex lavoratori siano state 50 volte superiori a quelle di altri?

La scala che misura il talento degli uomini di quanti gradini è composta? Quanti sono i livelli di capacità? La capacità massima in che proporzione è correlata con la minima?

Quando le domande sono inesplicabili anche per i giudici, bisogna rivolgersi al Giudice Supremo e cercare le risposte nei Sacri Testi, nei quali tutto è scritto in vista della felicità dell’uomo.

Rileva, ai nostri fini, il versetto 15 del cap. 25 della parabola dei talenti, la cui chiave di lettura è proprio il termine “capacità”: «A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità» (Mt 25,15).

Secondo lo scrivente, i talenti rappresentano le diverse “altezze” della capacità, a cui corrispondono le diverse attitudini dell’uomo a produrre reddito.

Nella parabola il rapporto che intercorre tra il meno capace ed il più capace è di 1 a 5.

La strada ora è spianata.

L’importo massimo di un trattamento pensionistico o stipendiale non dovrebbe essere superiore a cinque volte quello minimo; ogni eccedenza non è giustificata da maggiori capacità, quindi è un indebito.

Mi auguro che il prossimo esecutivo, piuttosto che imporre l’IMU a tutti, riformi il sistema previdenziale in chiave evangelica: riduca a 5.000 euro le pensioni massime e innalzi a 1.000 quelle minime.

Il vero obiettivo della classe politica dovrebbe essere quello di “felicitatem defendere”, come dicevano i Romani, e di rimuovere gli ostacoli di ordine economico sociale che “di fatto” la impediscono.

In occasione del clima natalizio, nel quale anche le speranze e i sogni si possono avverare, mi piace concludere nel seguente modo: spero che lo Stato inizi a misurare la sua ricchezza non più con il PIL ma con il BIL (Benessere Interno Lordo), inteso come il valore totale della sommatoria del benessere dei singoli cittadini e della capacità di esprimere liberamente le loro potenzialità. Il PIL indica il totale dei polli che posseggono gli italiani, mentre il BIL il numero dei polli che mangia ciascun italiano.

Sogno, infine, una chiesa che, pur senza trascurare l’annuncio della consolazione degli afflitti, sempre più numerosi, inizi a predicare anche l’afflizione dei consolati (Lc 6,24).

Buon Natale a tutti i lettori di GrNet.it.

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