Fisco: si fa strada il progetto di «Aliquota Personale Congrua»

agenzia-delle-entrateRoma, 28 nov – Qualche giorno fa si è tenuto a Roma il IV Congresso nazionale dell’associazione FICIESSE (Finanzieri, Cittadini e Solidarietà). Nel corso dell’evento Cleto Iafrate ha esposto il suo progetto di Aliquota Personale Congrua, reso noto proprio attraverso il nostro sito web in occasione della pubblicazione dello scritto in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa e, a quanto riferisce l’autore, il concetto di congruità del reddito dichiarato starebbe suscitando l’interesse delle autorità fiscali. Di seguito la relazione di Cleto Iafrate.

Innanzitutto saluto le autorità civili e militari presenti in sala. Sono qui per parlarvi della mia proposta di aliquota personale congrua.

Qualche giorno fa il COCER della Guardia di Finanza, organo che rappresenta gli oltre 60mila ufficiali ed agenti di polizia tributaria del Corpo, ha incontrato il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli. In quell’occasione gli ha consegnato un documento molto articolato nel quale, tra l’altro, ha sottolineato: «alcuni soggetti economici si sottraggono al pagamento delle imposte in misura adeguata rispetto alla loro effettiva capacità contributiva, sfruttando l’inidoneità delle attuali norme tributarie a sottoporre a giusta tassazione i redditi e i patrimoni dei soggetti, imprese o individui».

Partirò proprio da questa affermazione, cercando di approfondirne i contenuti.

Negli ultimi decenni lo Stato italiano s’è indebitato parecchio, il debito pubblico è arrivato a sfiorare i 2.000 miliardi di euro e la collettività spende ogni anno oltre 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito.

Nel corso dello stesso periodo, però, alcuni italiani si sono arricchiti, anche grazie agli effetti incrociati delle tre “e”: evasione, elusione ed erosione. La ricchezza degli italiani, infatti, ammonta a circa 9.000 miliardi di euro e l’evasione fiscale italiana è pari al 18% del PIL; ciò significa che ogni anno sfuggono alla tassazione ben 280 miliardi di euro. Per alcune categorie di contribuenti, l’evasione è pari addirittura all’80% del reddito totale prodotto. Basterebbero queste cifre per affermare che la lotta all’evasione, fino ad oggi, avrà pure scalfito, ma certamente non ha inciso.

Ci si chiede: Dove sono finiti i denari sottratti al fisco?

In parte sono stati tradotti in consumi, in parte investiti in attività economiche e in parte autoriciclati nei patrimoni mobiliari e immobiliari, che compongono la ricchezza degli italiani.

Se la parola “giustizia fiscale” ha un senso, urge un atto di giustizia riparativa. Bisognerebbe anzitutto recuperare i soldi dell’evasione ed utilizzarli per ridurre l’enorme debito pubblico che affossa la ripresa economica ed è alla base delle ultime manovre lacrime e sangue.

Entrando nel merito della proposta, si tratta di stabilire per ciascun contribuente una ben calibrata Aliquota Personale Congrua, mettendo a confronto il patrimonio detenuto con i redditi dichiarati nell’ultimo arco di tempo, il più lungo consentito dal sistema informativo dell’Anagrafe tributaria. Per realizzare il progetto, preliminarmente è necessario integrare il codice fiscale di ciascun contribuente con 6 cifre alfanumeriche che esprimano la categoria reddituale e il reddito medio dichiarato. Ponendo in relazione lo storico dei redditi dichiarati con il patrimonio detenuto (ovviamente tenendo conto delle successioni ereditarie e delle rivalutazioni monetarie) ben si potrebbe ricavare la congruità tra i due valori. La proposta si basa sul concetto di massima propensione al risparmio per scaglione di reddito di appartenenza.

Gli onesti contribuenti – anche se titolari di grandi patrimoni, purché detenuti alla luce del sole – non avrebbero nulla da temere da una simile correlazione. Dietro ad ogni patrimonio c’è sempre una persona fisica con una sua storia personale, una sua identità etica e rettitudine morale. Non si può fare “di tutti i patrimoni un fascio”, ma bisogna distinguere caso per caso. Ritengo che lo storico dei redditi dichiarati al fisco sia un idoneo criterio di distinzione. Sarebbe opportuno anche rimodulare il criterio di calcolo dell’imposta di successione e donazione, basandolo sullo stesso metodo.

  1. Per chiarire la logica che è alla base della proposta, riporto la sintesi di alcune notizie ANSA. Si tratta di tre casi di evasione.ANSA – 15 febbraio 2012. Un pensionato padovano, trovato con 2,5 milioni in titoli ed azioni e proprietario di 42 fabbricati, chiedeva prestazioni sociali agevolate al Comune di residenza. È di oltre 6 milioni di euro il valore del patrimonio – tra immobili, titoli e contanti – nelle disponibilità del pensionato che dichiarava di essere nullatenente. Le forze di polizia lo hanno individuato attraverso una serie di controlli sull’edilizia residenziale in città, secondo un piano messo in atto sotto l’egida della Prefettura di Padova, e sviluppato in sinergia con la Guardia di Finanza.
  2. ANSA – 18 marzo 2012. Un 60enne milanese risultava totalmente sconosciuto al fisco, ma nella realtà dei fatti era proprietario di una trentina di immobili tutti situati nella zona nord di Milano e dati in affitto a viados ai quali chiedeva importi esorbitanti, circa 1.000 euro al mese pagati in nero. La Guardia di Finanza aveva iniziato a indagare su di lui dieci anni fa, a seguito delle numerose denunce provenienti dai residenti nella zona.
  3. ANSA – 11 maggio 2012. Una prostituta riminese 68enne, ancora in attività, con 2 milioni e mezzo di euro ed evasore totale per l’Erario. La donna, non aveva mai presentato dichiarazione dei redditi, quindi risultava praticamente sconosciuta al Fisco e riceveva un assegno sociale di 450€ al mese in quanto nullatenente. Le indagini della GdF sono partite grazie alle informative trasmesse dall’Uif (Unità di informazione finanziaria di Bankitalia).

Si tratta sicuramente di casi limite ma non certo isolati, come alcuni sostengono.

Se si trattasse di casi isolati, allora, ditemi, dove finiscono ogni anno circa 280 miliardi di redditi sottratti alla tassazione?

Si rileva, inoltre, che l’evasore non viene individuato in maniera diretta e, per così dire, chirurgica; ciò in quanto è molto difficile scovare un evasore totale; anche perché chi sa di esserlo sta ben attento a non lasciare alcuna traccia.

Nel primo caso, infatti, l’evasore è stato scoperto attraverso controlli sull’edilizia residenziale, nel secondo, a seguito delle continue lamentele dei vicini e, nel terzo, su informativa trasmessa dall’Uif. Una volta individuato l’evasore, per di più, la vigente normativa consente di accertare solo l’evasione degli ultimi 5 anni; il patrimonio nella sua disponibilità, però, spesso è il frutto dell’attività illecita di un’intera vita. Patrimonio che poi viene trasmesso agli eredi, in sede di successione, in modo quasi esentasse.

PRONTI-contro-TERMINE400Clicca per ingrandire la vignettaL’evasore è ben consapevole che le norme tributarie giocano a suo vantaggio, per questo, a volte, si permette addirittura di dileggiare i funzionari preposti all’accertamento: la prostituta – nullatenente per il fisco e “tenente” due milioni e mezzo di euro – oltre a negare ogni addebito, ha dichiarato che il suo patrimonio era il frutto di investimenti in “pronti contro termine”. Se non si trattasse di un rischioso strumento finanziario, parrebbe un eufemismo.

In effetti, buona parte dei circa 280 miliardi che sfuggono annualmente alla tassazione, viene autoriciclata. E’ giusto il caso di ricordare che l’Italia, al contrario di altri paesi, non si è ancora dotata di un’incisiva normativa che contrasti l’autoriciclaggio. A tal proposito, riporto il pensiero di alcune voci autorevoli:

Gian Carlo Caselli, magistrato antimafia: «… Oggi il mafioso trafficante di droga che investa lui direttamente il suo denaro sporco in qualche attività apparentemente lecita non commette alcun reato, proprio perché l’autoriciclaggio non è previsto come reato …».

Don Luigi Ciotti: «… E’ dal 1999 che il nostro Paese deve ratificare la Convenzione di Strasburgo sulla corruzione, introducendo nel codice penale il traffico di influenze illecite, la corruzione fra privati e l’autoriciclaggio. Non solo non lo si è fatto, ma si sono depenalizzati reati come il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio che sono alla base della corruzione …».

Maurizio De Lucia, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia: «… Il fisco diventa un costo necessario per far tornare in circuito il denaro sporco, ma presenta dei vantaggi. Costa meno di quel 30 per cento che in media tengono le agenzie che a livello internazionale si occupano di occultare il denaro delle mafie ed è ampiamente recuperabile con altri artifizi contabili. E poi è a rischio zero: “Non esiste l’autoriciclaggio” …».

Per avere un’idea degli effetti che avrebbe la proposta di APC se fosse attuata, si pensi agli evasori come a tanti pesci. Ebbene, le attuali norme consentono di pescarli solo facendo uso della “lenza”. La pesca con lenza richiede tanta pazienza e molta fortuna. I pescatori presenti in questa sala lo sanno bene. L’attuazione della proposta, invece, permetterebbe di pescarli facendo uso della “rete a strascico”; sfuggirebbero solo i pesci di piccole dimensioni che praticano un’evasione, cosiddetta, di sopravvivenza.

Mi avvio alla conclusione. Il 15 novembre scorso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tenuto un discorso qui a Roma al Teatro Eliseo.

Riporto testualmente un passaggio importante di quel discorso: «… Sappiamo – anche se qui non si tratta di fare i ragionieri, ma di ragionare politicamente: fare i ragionieri e ragionare sono due cose diverse – che è stato e resta necessario fare i conti con un livello di indebitamento pubblico raggiunto nel corso di decenni e con un grado di esposizione ai rischi del mercato dei titoli del debito sovrano nella Zona Euro, e quindi resta indispensabile perseguire obbiettivi rigorosi, in tempi stretti, concertati in sede europea, di riduzione della spesa pubblica e di contenimento della sua dinamica. Se non facciamo questo, a quale livello schizzeranno gli interessi dei nostri titoli pubblici? Quanto dovremo pagare? C’è anche tanta gente modesta che ha comprato buoni del tesoro: come facciamo a non rendere loro gli interessi che ci siamo impegnati a pagare e che rischiano di crescere? Oggi, dobbiamo pagare fino a 80 miliardi all’anno di interessi sul debito pubblico: che cosa potremmo fare anche solo con una piccola parte di questi 80 miliardi? Dobbiamo scrollarci dalle spalle questo peso insopportabile. E dobbiamo farlo perché altrimenti questi sono i casi e i modi in cui uno Stato può fallire, e non credo che possiamo giocare con questo rischio oggi e nel prossimo futuro, nel nostro Paese, chiunque governi e qualunque situazione politica e parlamentare esca dalle elezioni …».

Totalmente condivisibile la necessità di scrollarci dalle spalle il peso insopportabile del debito; anche se il debito nel corso degli anni è finito nelle mani degli investitori internazionali. Nella sostanza, però, non cambiano le cose; dobbiamo, in ogni caso, rendere a qualcuno gli interessi che ci siamo impegnati a pagare. Coloro che detengono i titoli del debito, per di più, godono delle massime garanzie, potremo definirli creditori pignoratizi nei confronti dello Stato. Pertanto i primi 80 miliardi che lo Stato introita devono essere accantonati per pagare gli interessi sul debito. La parte rimanente, spread permettendo, sarà utilizzata per la sanità, la scuola, la difesa, la sicurezza, eccetera. Le manovre finanziarie e lo spending review che stiamo subendo sono tutte funzionali alla necessità di onorare le improcrastinabili scadenze connesse al debito pubblico.

Stando così le cose, sarebbe quantomeno iniquo porre sullo stesso piano gli interessi dovuti all’onesto risparmiatore e quelli dovuti al pensionato padovano oppure al 60enne milanese. Quest’ultimo, nel corso degli anni, ha avuto la possibilità di autoriciclare circa 30 mila euro al mese.

Parimenti iniquo sarebbe sottoporre allo stesso trattamento fiscale gli interessi dovuti alla tanta gente modesta, che ha comprato buoni del tesoro, e i circa 100 mila euro dovuti ogni anno alla spiritosa passeggiatrice riminese (se si pone il rendimento pari al 4%).

Questi sì che sarebbero i casi e i modi in cui uno Stato può fallire.

Flipboard

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.