Esportare democrazia, ma non averla in Patria. La paradossale mission dei militari italiani

funerale-militare-italianoRoma, 8 settembre – (avv. Giorgio Carta) – Siamo inopinabilmente un Paese (impegnato) in guerra, visto che impieghiamo con regolarità nostri connazionali armati all’estero e, non di rado, qualcuno fa ritorno dentro una bara addobbata col tricolore ; senza contare le vittime avversarie e civili che inevitabilmente – per interposta persona – disseminiamo nel nostro peculiare intento di esportare la democrazia a suon di carri armati.

Ma rilevarlo non è elegante, stona in qualsiasi contesto e, soprattutto, rischia di urtare trasversalmente troppe coscienze sporche. Tanto più che, come disse Jean Paul Sartre, quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri che muoiono e, quindi, l’argomento si rivela ulteriormente poco chic. Meglio parlare d’altro o, all’occorrenza, servirsi di collaudati artifici linguistici quali quello della “guerra preventiva” (coniato negli USA e, malauguratamente per noi, configgente con quel testo desueto chiamato Costituzione) o della “missione di pace”, espressione di un talento glottologico che rinuncia al sinonimo di un temine e si affida, con insperato successo, al suo contrario. Ma non è questo il punto che vorrei trattare.

Piuttosto parlerei di un fenomeno sociale non a caso sconosciuto ai più, ma assai rilevante e remunerativo sullo scacchiere internazionale: i militari italiani che utilizziamo nelle missioni denominate “di pace”, ma in cui, però – fatalmente – si spara e si è sparati.
Per i media e gli stati maggiori, i militari si distinguono in due categorie: quelli che tornano morti e quelli, di notevole minore rilevanza, che rientrano vivi. I primi sono notoriamente molto celebrati ed apprezzati, anche se per il tempo strettamente necessario a far defluire l’ultima troupe televisiva. Successivamente, cala il silenzio e continueranno ad occuparsi di loro i soli parenti, come quel genitore di un caduto in Nassyria che, di passaggio a Roma per ritirare una medaglia al Quirinale, mi chiese di rassicurarlo che le carte ricevute dal Ministero della difesa non comportassero per lui una spesa.

Poi, ci sono gli altri militari, quelli che anonimamente e banalmente rientrano in Patria vivi e che non fanno notizia, come quell’Ufficiale saltato su una bomba in Afghanistan, ma sopravvissuto (seppure con qualche osso da ricomporre), e che, al rientro in patria, mi esibì sgomento le sue note caratteristiche declinate dai superiori e chiedendomi di impugnarle gerarchicamente. O come quei 300 Carabinieri impiegati in Kosovo che ora sono in causa con il Comando generale per reclamare di essere pagati come i poliziotti impiegati nella stessa missione e non la metà.
Questi nostri eroi silenziosi, o meglio silenziati da una stampa svagata e da una legge di disciplina militare emergenziale che risale al 1978, vivono in una condizione di malessere e di negazione dei diritti che non fa capolino in alcun discorso pubblico, ma che sovente li conduce a gesti estremi se si considera che, secondo una statistica, ogni mese in Italia si suicida un Carabiniere.

Molti ignorano che alcuni caduti delle missioni internazionali erano semplici lavoratori precari, personale cioè chiamato ad una prestazione professionale rischiosissima (difatti sono stati ammazzati), senza nemmeno contare sulla stabilità del proprio posto di lavoro. Non solo, molti degli odierni disoccupati sono ragazzi che ci hanno (si fa per dire) rappresentato all’estero: loro con un mitragliatore in mano, noi col telecomando a casa. Usati dallo Stato e gettati via dopo l’uso, magari con qualche particella di uranio impoverito in corpo che, a breve, li divorerà.
Ho conosciuto giovani militari contaminati che hanno preferito curarsi tumori alla tiroide in silenzio (e, quindi, rinunciando ad ogni risarcimento) per non essere dichiarati non idonei nei concorsi di stabilizzazione del loro rapporto di lavoro.

L’abolizione (o, meglio, la sospensione) della leva obbligatoria era stata trionfalmente acclamata nel 2005 come il passaggio ad un esercito di professionisti, efficiente ed economico, salvo poi servirsi di lavoratori a tempo determinato che prestano indossano la divisa per un anno o per quattro e poi sono restituiti alle loro famiglie. Me lo ricordava quel genitore pugliese che, spaventato, mi chiedeva la settimana scorsa se l’imminente partenza del figlio per l’Afghanistan gli avrebbe quanto meno assicurato il posto fisso. E’ stato imbarazzante spiegargli che il ragazzo né avrebbe potuto rifiutarsi di partire, né avrebbe conseguito il passaggio al servizio permanente.
Soprattutto, però, pochi sanno che i militari italiani sono i più bistrattati d’Europa. Difatti, non hanno diritto ad organizzarsi in sindacato e anche solo per associarsi o riunirsi in circolo devono chiedere l’autorizzazione al Ministro. Un’illegittima circolare del ministero gli vieta di accedere a qualsiasi edificio parlamentare senza esserne previamente autorizzati gerarchicamente in riferimento allo specifico motivo della loro iniziativa. Il loro diritto ad iscriversi a partiti politici, pur riconosciuto dalla Costituzione, viene loro sovente associato alla minaccia di eventuali sanzioni disciplinari. La vetusta disciplina militare fa di loro dei sudditi ed i loro diritti elementari di tutela della salute, di opinione e di parola sono negati, visto che abbiamo militari sottoposti a procedimento disciplinare di rigore per essersi rifiutati di sottoporsi al vaccino influenzale, di dubbia efficacia e di sospetta pericolosità.

Ancora nel 2000, abbiamo Carabinieri trasferiti perché sospettati di avere relazioni extraconiugali o perché la coniuge invano si candida alle elezioni comunali e riceve la bellezza di 4 voti. Altri carabinieri sono sottoposti a procedimento disciplinare perché durante una ripresa televisiva hanno osato guardare verso la telecamera o perché, nella concitazione di un intervento in strada, non hanno prima indossato il berretto (noblesse oblige!).
Non a caso, l’Italia si è distinta per essere l’unico Stato europeo che non ha risposto al questionario predisposto dall’ODHIR – un’istituzione specializzata dell’OSCE che si occupa di elezioni, diritti umani e democratizzazione – mediante il quale è stato realizzato il manuale per i diritti umani e le libertà fondamentali del Personale delle Forze armate.
Ebbene, sono proprio questi uomini in divisa, senza diritti e spesso precari, che noi inviamo in giro per il mondo ad esportare, armi in pugno, la democrazia ed ha instaurare la cultura dei diritti civili in terre lontane.

Quei diritti che, però, loro stessi non conoscono né possono esercitare in Patria. La coerenza di un Paese, è il caso di dirlo, si misura anche da questo. (articolo pubblicato su “PAENACQUA – Appunti di idee progressiste”)

Avv. Giorgio CartaCarta152

(Presidente del Partito per gli Operatori della Sicurezza e della Difesa)

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