Difesa: dopo i tagli agli stipendi si entra nella fase due: ridimensionamento esuberi e mobilità

afghanistan_militari_italianiQuale sarà il “peso” contrattuale della categoria militare nei processi di riforma annunciati? Roma, 22 feb – (di Antonella Manotti) Dopo aver causato milioni di cassaintegrati, disoccupati e precari nel settore privato, la crisi ha colpito in questi ultimi anni prepotentemente il settore pubblico chiamato ad assumere il suo tradizionale ruolo di bancomat dei Governi.

La crisi, prodotta dalla finanziarizzazione dell’economia ed accentuata dal forte debito pubblico, è stata affrontata andando a tagliare, ancora una volta, i salari dei dipendenti pubblici, le pensioni ed i servizi pubblici; tagli che serviranno da una parte a coprire i debiti contratti dalle banche nella loro folle corsa speculativa e, dall’altra, a ripianare i buchi di bilancio prodotti dalla corruzione e dall’evasione fiscale.
Il pubblico impiego ha rappresentato, ancora una volta, il posto sicuro dove andare a fare cassa ed il Comparto Difesa e Sicurezza non è stato risparmiato dalle manovre finanziarie messe in atto; anzi, per alcuni aspetti, ne è uscito più penalizzato.
Ora si apre la “fase due” quella che si preannuncia come un piano di ridimensionamento dello strumento militare “molto significativo e consistente“, come è stato annunciato dal neo ministro della Difesa.
Di Paola ha “dettato” le cifre davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato: si dovrà progressivamente scendere a 150.000 militari e 20.000 civili. Una riduzione cioè di 43.000 unità! Dimensioni tali che – in termini aziendali – il Ministro ha paragonato “ad una ristrutturazione profonda che nel mondo dell’impresa verrebbe gestita attraverso gli strumenti della mobilità e della cassa integrazione”..
Strumenti non disponibili nel settore militare…Quindi, saranno individuate le procedure attraverso le quali regolamentare la riduzione degli organici. Varie le ipotesi sul tappeto: limitazione degli arruolamenti, mobilità verso altre amministrazioni, forme di deflusso anticipato del personale…..

E così i nodi vengono al pettine, dopo anni di tagli lineari che non hanno affrontato i veri problemi strutturali delle Forze armate.
Oggi Di Paola parla di “insostenibilità” dello strumento militare e di ridimensionamento significativo, ma è il caso di rammentare che il modello di Difesa che oggi il responsabile del Dicastero considera “inadeguato” ed costosi programmi di armamento che ci impegneranno per i prossimi 25 anni, sono scelte che lo hanno visto tra i principali protagonisti. Tra queste, anche quelle operazioni militari internazionali che non hanno mai visto impiegati – se non come surrogati -una sola delle portaerei o cacciabombardieri e carri armati che hanno prosciugato il bilancio della Difesa impiegando risorse ingentissime.

In questi giorni apprendiamo che il Ministro della Difesa ha chiesto “l’ampio sostegno del parlamento” su una legge delega “attraverso la quale il governo intende individuare gli strumenti normativi in un quadro coerente con il risanamento delle finanze pubbliche, per una revisione dello strumento militare che tenga conto anche delle esigenze del personale….” Sarà quindi importante osservare quale linea si adotterà per rendere, il dibattito sul futuro delle Forze armate, materia di confronto serrato con il personale destinatario principale degli interventi annunciati. Dai tagli agli organici, agli esuberi, dalla chiusura e riorganizzazione di enti e strutture alla mobilità, dai trattamenti economici al futuro previdenziale al precariato… Sono, questi, passaggi fondamentali che richiederanno una attenzione ed uno scrupoloso rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori con le stellette.

Il problema va quindi rapidamente chiarito: quale sarà il “peso” contrattuale della categoria militare? Di Paola ha assicurato che ci sarà confronto con le rappresentanze militari, ma come si fà a non essere scettici sullo strumento di tutela attraverso cui i militari potranno far sentire la propria voce nei processi di riforma che investiranno, a breve e medio termine, la loro condizione professionale?
 
Finora, le precedenti esperienze hanno sempre sistematicamente perseguito una politica di marginalizzatione degli organismi di rappresentanza, cercando di ridurle a mere destinatarie di informazioni, quasi sempre successive a decisioni già assunte. (Quante volte la convocazione delle RR.MM. è avvenuta per rispettare stanchi rituali legati alla necessità di sentirle su provvedimenti già preconfezionati al netto di qualsiasi confronto preliminare e con modalità di confronto che si commentano da sole).
Questo è un il punto cruciale: Intende il Ministro discutere e confrontarsi “prima” enon“dopo” dando un segnale di discontinuità rispetto al passato?

Per ora abbiamo assistito solo alla “convocazione” del Cocer per illustrare le linee su cui intende muoversi il governo. Punto. Cosa accadrà nei prossimi mesi quando si dovrà discutere nel merito dei provvedimenti che interesseranno direttamente il personale; esuberi, mobilità, pensioni?

Purtroppo, dobbiamo constatare che le ultime vicende parlamentari non aiutano a rafforzare lo strumento rappresentativo. Le “incursioni” legate alla possibilità di prorogare per la terza volta il mandato delle rappresentanze, hanno offerto uno scenario niente affatto confortante sul ruolo che si attribuisce alla R.M., con accelerazioni e marce indietro da parte di singoli parlamentari, che alla fine hanno prodotto un pateracchio legislativo con cui si rischia di compromettere ancor di più il già debole assetto della rappresentanza.
Modifiche incomprensibili quelle introdotte – ad esempio -con l’emendamento presentato dai senn. Scanu e Saltamartini al decreto mille proroghe. Se – come si afferma -l’intendimento era quello di “dotare” i militari di uno strumento più forte e democratico, perché non si è proposta l’abrogazione del divieto imposto dall’art. 8 della legge 382/78 (ora art. 1475 del Codice dell’ordinamento militare) sul divieto di associazione? Perché non modificare il sistema elettorale? Perché non rendere il parere del cocer vincolante, Perché non rivedere la Presidenza gerarchica? Perché non discutere seriamente dell’impianto complessivo della RM?

Invece no. Ancora stratagemmi. Poche, improvvisate ed incomprensibili modifiche che rischiamo di impantanare nei prossimi mesi l’attività del Cocer che si troverà alla prese con problemi burocratici, dubbi interpretativi e nuovi equilibri interni proprio in un momento in cui invece andava rafforzato lo strumento di tutela del personale.
 
Insomma, ancora una volta su un tema così delicato come la democrazia all’interno delle Forze armate, hanno prevalso le stesse ambiguità e la scarsa trasparenza che in tutti questi anni hanno impedito che sulla materia si legiferasse rispettando il dettato costituzionale. Come non comprendere, quindi, le critiche ed il crescente distacco dei cittadini militari da coloro che sono chiamati a rappresentarli in Parlamento?
A tale frattura si può reagire con la frustrazione, l’indifferenza o lo sterile dileggio ma l’insofferenza può sfociare anche in forme di protesta eclatanti. Perché, se il bisogno di partecipazione e di rappresentanza viene soffocato e non riesce a farsi largo nelle strutture sclerotizzate e insensibili della politica, è possibile attendersi un venire meno della coesione sociale anche all’interno del Comparto.

E’un momento particolare quello che sta vivendo il nostro Paese; la crisi economica sta colpendo essenzialmente le categorie a reddito fisso e tra queste anche i lavoratori militari, niente affatto salvaguardati nella loro “specificità”.

Quale è l’obiettivo che si vuole perseguire indebolendone i diritti costituzionali? Isolarli dalla società civile? Perché?

Sono dubbi che non avremmo voluto né pensare né dire. Ma non si possono tacere, consapevoli come siamo della gravità di scelte precostituite con giochi di corridoio e accordi segreti.
A questa brutta abitudine non sfuggono le mistificatorie argomentazioni per negare i diritti sindacali nelle Forze Armate di cui godono in Europa migliaia di militari.
Ebbene, la crisi internazionale, i sacrifici comuni e l’unità europea non debbono essere evocati soltanto per risolvere i problemi finanziari dell’euro, ma anche per affermare che il rispetto dei diritti individuali, diventi patrimonio di TUTTI i paesi membri e non una opzione o un dilemma insolubile per taluni di essi.
In conclusione, quale ruolo intende avere il Parlamento, non solo nelle scelte di Politica della Difesa, ma anche nella definizione di un modello di tutela che si ispiri pienamente a quanto sancito dall’art. 52 della nostra Costituzione, collocandolo in una dimensione europea dove il diritto associativo e sindacale è ampiamente riconosciuto?
Il compito della politica seria che vuole riconquistare la fiducia dei cittadini, anche di chi porta le stellette, è di cogliere l´opportunità per tracciare la transizione verso il modello più adeguato alle esigenze di partecipazione internazionale alla sicurezza collettiva, ma anche di disegnare un percorso di democrazia più rispettoso della dignità dei cittadini militari e delle loro famiglie.

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