Caveat più aggressivi ed eventuali responsabilità penali del ministro della Difesa

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Corte Penale Internazionale dell’AJA e regole d’ingaggio in Afghanistan. Roma, 11 gen – (di Valerio Mattioli) Secondo autorevoli dottrine militari rese note da generali e che io, negli anni scorsi ho letto assiduamente, la cosa più sconcertante del tempo di guerra è che l’omicidio non solo non è perseguibile, in determinati casi, ma diventa persino un obbligo giuridico. La cosa di per sé è abbastanza agghiacciante, se si considera che il codice penale di guerra in realtà non fa dell’omicidio un obbligo giuridico, ma ne esclude la sua punibilità se avvenuto in determinate circostanze. Inoltre va aggiunto che il militare può essere dotato di consegne che giuridicamente sono diverse dagli ordini e che, secondo la giurisprudenza dei Tribunali militari, non sono soggette ad interpretazioni da parte dell’interessato che deve eseguirle alla lettera, così come sono enunciate.

E’ quindi nelle pieghe di queste consegne, tutelate giuridicamente dalla legislazione interna, che prende corpo l’obbligo giuridico di uccidere senza andare incontro ad alcuna sanzione. Anzi in taluni casi, le violazioni di queste consegne, che comunemente chiamiamo con il termine improprio di “regole di ingaggio”, che comportano l’obbligo di uccidere, sono sanzionate dai codici penali militari sia di pace che di guerra.

Nasce, quindi, il sospetto che si siano create norme ad hoc inserite in consegne speciali, al quale il soldato non può sottrarvisi, come, ad esempio, gli omicidi mirati, la cui esistenza, per ora, può solo essere solo presunta ed ipotizzata. La logica che è sottesa a questa scelta è di una drammatica lucidità: perché uccidere un numero indeterminato di persone innocenti, sperando di colpire il bersaglio giusto, quando è possibile ottenere lo stesso risultato dichiarando una singola persona “obiettivo militare”?

Secondo il premio Pulitzer Bob Woodward la drastica diminuzione della violenza in Iraq sarebbe dovuta ad un programma segreto di omicidi mirati che consentono di identificare il bersaglio umano e di eliminarlo (Il Tempo, 10/9/2008, pag. 17). Fiorenza Sarzanini, nel suo articolo sul “Corriere della Sera” del 27 luglio 2009, pag. 2, rende noto che i magistrati stanno cercando di stabilire se le attività dei nostri soldati rientrano nel mandato loro affidato e che rispettano le regole stabilite al momento di finanziare la missione. Il 25 giugno 2009 su “Il Giornale” Fausto Biloslavo denunciava l’eliminazione di singole persone da parte di corpi speciali italiani attraverso il titolo eloquente «I parà in missione per uccidere. E’ la prima volta per gli italiani». Il 26 giugno 2009, il giorno dopo, Gianfranco Paglia, Ufficiale paracadutista, medaglia d’oro al valor militare, della cui credibilità non è permesso dubitare, nel criticare l’articolo di Biloslavo, in una lettera non solo non smentiva le modalità operative da questi descritte il giorno prima, ma aggiungeva, visibilmente stizzito che «tutto ciò potrebbe mettere seriamente a rischio la vita di tutti coloro che sono lì. Vi sono cose che meritano il Segreto di Stato e non perché si ha paura di dirle o perché si ha voglia di nascondere qualcosa, semplicemente perché vi è il pericolo di ritorsioni» (Il Tempo, 26/6/2009, pag. 27). Il giorno stesso della comparsa dello scritto critico di Paglia, il ministero della Difesa faceva sparire dal suo sito internet l’articolo di Biloslavo che, precedentemente, era stato inserito al 25 giugno 2009. Eloquente, no?

Secondo una circolare emanata dalla Difesa, tutti quei giornalisti che momentaneamente si sono trovati a prestare servizio come ufficiali in zona di operazioni, quando tornano nelle loro redazioni, in congedo, dovranno continuare a chiedere il permesso per qualunque cosa: articolo, tesi di laurea, conferenza, scritto epistolare ecc. che abbia un non meglio specificato “interesse militare” (L’Espresso, 3/9/2009, pag. 20).

Non passa giorno che la stampa riferisca di attacchi armati subiti dai nostri soldati con il connesso ferimento più o meno grave di alcuni di essi. Inoltre, l’uccisione, avvenuta per errore il 3 maggio 2009, nei pressi di Herat, di una ragazzina di tredici anni, che era all’interno di un’automobile che tentava di sorpassare arbitrariamente una colonna militare, ci fa capire come, nervosismo a parte, le regole di ingaggio potrebbero volgere verso un’aggressività, via via maggiore.
Esse, però, qualunque sia la loro invasività, debbono tenere conto del diritto internazionale posto a difesa dei civili in occasione di conflitti armati. Nonostante l’applicazione del codice penale militare di pace alle nostre truppe in Afghanistan, come espediente per tacitare l’opinione pubblica ed i media che, di massima, non conoscono le leggi di guerra, si applica la legislazione internazionale sui conflitti armati. La vigenza del codice penale militare di pace non ha impedito la modifica di caveat e regole di ingaggio in un verso che si adatta alla maggiore aggressività che si sta riscontrando sul fronte interno Afghano. Persino il ministro della Difesa La Russa va ripetendo da parecchi mesi che la situazione che si va delineando in quella delicata area è estremamente pericolosa.

E’ ormai da tempo che non si contano più le morti tra i civili e questa non è la sede per darne contezza in modo esaustivo, ma è evidente come da tali comportamenti scaturiscano responsabilità penali suscettibili persino di essere valutati dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia. In questo articolo mi soffermerò solo su quelle del ministro della Difesa, tralasciando gli Stati Maggiori che, si suppone, tengano sempre informato il predetto responsabile del dicastero della Difesa su ogni cambiamento delle regole d’ingaggio.

In base all’art. 5 dello Statuto di Roma della Corte Penale internazionale, ratificato dalla legge 232 del 1999, i crimini di competenza del predetto organismo sono: il crimine di genocidio; i crimini contro l’umanità; i crimini di guerra; i crimini di aggressione. La tipologia dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, descritta nei successivi artt. 7 ed 8 è così estesa che se, per ipotesi, avessimo inviato in Afghanistan non dei soldati, ma un gruppo di suore, queste, per un soffio non sarebbero incappate nelle fattispecie criminose appena descritte. Tuttavia, la vicinanza degli americani fa ritenere che le regole di ingaggio non potranno essere troppo diverse dalle loro, già troppo chiacchierate, allo scopo di creare una omogeneità di lavoro, ma con la differenza che non avendo gli Stati Uniti aderito allo Statuto della Corte Penale Internazionale non soggiacciono a questo Tribunale Speciale ma vengono giudicati da propri organismi.

Nel fare preliminarmente presente che per ogni colpo di arma da fuoco esploso dai nostri soldati in una missione all’estero, in realtà il grilletto viene premuto a Roma, in Via XX Settembre, supponendo che essi operino seguendo regole che provengono dal ministero della Difesa, la eventuale responsabilità del ministro è resa ancora più acuta dall’art. 28 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, ove anche sulla base di precedenti conflitti armati vengono delineati i criteri che permettono di incriminare qualunque capo militare o persona facente effettivamente funzione di capo militare. E’ non vi è dubbio che il ministro della Difesa faccia le funzioni di capo militare, ai sensi dell’art. 12 del D.P.R. 545 del 1986 quando stabilisce per i militari il dovere di obbedienza nei confronti del medesimo, non più in vigore dal 9 ottobre 2010, sostituito dall’art. 715 del D.P.R. del 15 marzo 2010, n. 90, il regolamento emanato a seguito dell’approvazione del codice dell’ordinamento militare.

Le fattispecie di reato di competenza della Corte Penale Internazionale sono soggette ad imprescrittibilità, tenendo presente che, attraverso il principio del ne bis in idem essa non interviene quando il reo è stato già giudicato dallo Stato di appartenenza. Nel caso in esame, la competenza sarebbe del Tribunale dei ministri, ma nel nell’ipotesi di un processo farsa l’imputato potrà essere nuovamente giudicato e questa volta dalla Corte Penale Internazionale, ai sensi dell’art. 20, se si mirava a sottrarre di fatto la persona interessata alla sua responsabilità penale per crimini di competenza della Corte o, in ogni caso, non era stato condotto in modo indipendente ed imparziale, nel rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale, ma invece era stato condotto in modo da essere incompatibile con il fine di assicurare la persona interessata alla giustizia.

La strategia dei Talebani non sembra essere troppo diversa da quella usata da certi leaders senza scrupoli. Infatti i continui attacchi e ferimenti di soldati italiani mirano ad ottenere dai nostri una reazione che esorbiti dalle loro regole d’ingaggio e, possibilmente, sia anche lesivo del diritto internazionale, così da indurre il governo, attraverso i media che nel frattempo l’hanno enfatizzata, a rivedere la sua posizione in tale conflitto. Infatti occorre fare una distinzione netta tra le regole d’ingaggio scritte sulla carta e quelle effettivamente applicate. Essi, dopo aver attaccato, tornano a nascondersi tra i civili che restano le vittime privilegiate di tale nefanda strategia, sperando che la prevedibile reazione di truppe regolari, come sono le nostre, per quanto accurata, possa fare vittime innocenti.

Nel premettere che tutto quello che si riferisce al ministro della Difesa, in questo articolo, è una mera ipotesi scolastica, va tuttavia sottolineato che tale dicastero è il più a rischio di tutti. Infatti, a causa dell’imprescrittibilità dei crimini descritti, fra venti o trent’anni, a mutate condizioni politiche, un elicottero potrebbe posarsi nei pressi dell’abitazione dell’attuale responsabile della Difesa per trasferirlo all’Aja, in Olanda. ico_commenti Commenta

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