Carabinieri: il dramma dei suicidi . Solo problemi personali?

carabinieriparRoma, 11 apr – (di Giuseppe Lussorio Fadda) 1° aprile 2013, giorno di pasquetta. Narcao, paese di circa 3500 abitanti, in provincia di Carbonia- Iglesias, il territorio più povero del povero Stato italiano. Il Maresciallo Aurelio Mangiafico, 33 anni, celibe, originario di Terracina, Comandante della locale Stazione Carabinieri, verso le 14.00 manda un subalterno a prendere l’auto di servizio per espletare un servizio di perlustrazione. Un normalissimo ordine, che per il Carabiniere ha eseguito senza nessun sospetto. Eppure, per il Maresciallo, era una banale scusa per poter rimanere da solo, prendere la pistola d’ordinanza e togliersi la vita. Nulla di scritto ha lasciato per spiegare l’insano gesto.

Una tragedia inspiegabile sia per i suoi superiori sia per i cittadini di Narcao dai quali si era guadagnato, con il suo modo di operare e di stare con la gente, stima e apprezzamento.
Il Sindaco, con cui si era visto il giorno precedente in occasione dei festeggiamenti della Pasqua, ha dichiarato che proprio per il modo di essere del Maresciallo, avevano un rapporto che andava al di là dei rapporti istituzionali, tanto da confidargli che il suo sogno era diventare ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Un dramma  assolutamente non prevedibile per l’assoluta mancanza di segnali che potessero anche solo far sospettare il suo malessere.

Sulla stampa l’Arma ha dichiarato che il gesto è dovuto a problemi personali.

6 aprile 2013, Iloghe, località nel territorio di Dorgali, comune in provincia di Nuoro. A Iloghe c’è una caserma distaccata dei Carabinieri, che dista circa 5 Km. dal paese di Dorgali, sede di una Squadriglia Anticrimine. L’Appuntato Scelto Mario Mastroni, 52 anni, originario di Oliena, paese che dista circa 7 Km dalla sede ove presta servizio, si suicida con la propria pistola d’ordinanza. L’appuntato, sposato senza figli, viveva nel proprio paese natale. Da tantissimi anni faceva servizio alla squadriglia di Iloghe.
Lo conoscevo bene Mario Mastroni, siamo nati nello stesso paese e arruolati nello stesso periodo. Era una persona tranquilla, amava il proprio lavoro e lo svolgeva con dedizione mettendosi, sempre, a disposizione dei cittadini, fra un paio di anni sarebbe dovuto andato in pensione.
 
In caserma lo ricordano tutti come una persona splendida, sempre disponibile con tutti. A Oliena hanno lo stesso, positivo, ricordo. La passione di Mario era il calcio: da tantissimi anni seguiva la squadra di calcio locale che gioca nel campionato di promozione regionale. Dopo tanti anni come dirigente, da un anno era diventato presidente della società. Un onore significativo per lui, ma anche un impegno non da poco, ove riusciva a dimostrare tutta la sua generosità: l’Appuntato Mastroni aveva contribuito a salvare la società calcistica in un grave momento di difficoltà.
 
Anche in questo caso l’Arma dei Carabinieri spiega che le cause del gesto sono riconducibili a questioni strettamente private.

Questi tragici fatti sono successi a distanza di pochi giorni nell’ambito dello stesso Comando Legionale. Qualcuno potrebbe giustamente pensare che in questa Legione c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe dal punto di vista dell’azione di comando da parte delle linee gerarchiche dell’Arma: come ho avuto modo di scrivere in un’altra occasione si può dire che dal punto di vista della gestione del personale dell’Arma dei Carabinieri, in Sardegna, in special modo da parte del suo Comandate, che non conosco personalmente, ma che dalle tantissime voci dei Carabinieri suoi dipendenti, che mi onoro di conoscere, ho sentito solo parlar bene sia per la professionalità che per l’umiltà e la sensibilità, manifestate a piene mani per dare ai dipendenti la serenità necessaria per ben svolgere il difficile lavoro del Carabiniere in Sardegna e soprattutto per aiutarli quando hanno dei problemi, soprattutto familiari.

bandoliera-ccC’è però il rovescio della medaglia: a diversi livelli, alcuni comandanti di reparto non hanno la stessa serenità e sensibilità del loro Comandante di Corpo. Su questi tragici eventi, e su tanti altri casi di suicidio nell’Arma dei Carabinieri, una riflessione la devo e la voglio fare: mi chiedo sempre più spesso perché l’Arma, ogni volta che un Carabiniere si toglie la vita, a priori, viene esclusa qualunque concausa legata al servizio; mi chiedo del perché, per una volta, nelle dichiarazioni ufficiali, si dichiari che si aperta una indagine sul perché e per quali motivazioni un militare arriva a compiere un gesto tanto forte qual è il suicidio; mi chiedo se un’indagine conoscitiva di questo tipo, pur senza voler trovare un colpevole a tutti i costi, non potrebbe magari evitare qualche futuro fatto, cercando di capire quali sono le categorie di Carabinieri più esposti, in che tipo di reparto operano, le motivazioni, magari stilando una casistica  a livello nazionale da diramare a tutti i comandi ed agli organismi di rappresentanza, per poter discutere di quanto successo e, se possibile, evitare altri suicidi.
  
Purtroppo l’Arma è molto indietro sul come trattare il personale che accusa uno stato di ansia. Ancora oggi. un carabiniere che chiede una visita per stato d’ansia, poiché in difficoltà psicologica per la separazione dalla moglie, per problemi con i figli, per problemi economici o altro, gli viene  ritirata la pistola ed il tesserino ed inviato all’infermeria legionale, e quando arriva all’ingresso del Comando Legione, come ad un non-carabiniere vengono chiesti i documenti ordinari per l’identificazione all’accesso, aggiungendo ansia e depressione all’ansia.

Per questo motivo e tanti altri ancora, un Carabiniere difficilmente richiede di essere visitato da uno psicologo o peggio da uno psichiatra poiché stressato, depresso  o ansioso, per il semplice fatto che ha paura, si, paura che l’Arma lo tratti da non-carabiniere, da persona pericolosa per se e per gli altri, invece di dargli la possibilità di curarsi, rimettersi in sesto e tendergli una mano per risolvere i suoi problemi, che, nella maggior parte dei casi, non sono gravi e spesso, con un minimo di buona volontà e buonsenso da parte di molti superiori, molte cose si potrebbero facilmente ed in poco tempo risolvere, anche a costo di mettere da parte l’applicazione pedissequa dei regolamenti e ragionare da semplici uomini che aiutano altri uomini.

Per sottolineare cosa voglio dire, racconto due episodi che sono successi quasi 35 anni fa. Tutte e due hanno come protagonisti due Carabinieri.

In una Compagnia Carabinieri vicino a quella dove prestavo servizio un carabiniere aveva avuto un figlio da una ragazza, siccome aveva solo due anni di servizio non la poteva sposare in quanto il regolamento non prevedeva il matrimonio prima dei sei.

Dopo poco tempo dalla nascita del figlio questo carabiniere si è suicidato. L’Arma ha dichiarato che il gesto non era riconducibile a questioni di servizio, ma bensì alla vita privata del carabiniere. Successivamente si è venuto a sapere che il comandante della compagnia, venuto a conoscenza della nascita, obbligava il militare a fruire la libera uscita come da regolamento, cioè dalle ore 18.30 alle ore 23.30 esclusivamente nel distretto di competenza della Stazione Carabinieri: il paese ove viveva la compagna ed il figlioletto erano nel distretto adiacente per cui poteva andare a casa a trovare i cari solo ed esclusivamente durante il riposo settimanale o in licenza.

A questo ufficiale, si potrà dire di tutto, ma non gli si potrà mai contestare che non abbia applicato, alla lettera, il regolamento vigente all’epoca nell’Arma: ha agito da vero militare e lasciatemelo dire non da uomo ma da bestia che non merita il minimo rispetto. L’altro episodio racconta lo stesso di un carabiniere che mette incinta una ragazza: non può sposarla perché ha appena un anno di servizio, è giovanissimo, ha appena compiuto vent’anni e non sa dove sbattere la testa; il Comandante di Stazione gli dice che verrà punito e congedato. Lui si rivolge al Comandante della Compagnia che, dopo aver ascoltato tutta la situazione ed avergli fatto una solenne ramanzina, lo rincuora dicendogli “sono cose che succedono, non e la fine del mondo” e gli chiede se vuole bene a questa ragazza, alla sua risposta positiva, gli dice di tenere il segreto con se e di non dire niente a nessuno, di stare tranquillo e di rivolgersi a lui in caso di ogni necessità: di questo pessimo Ufficiale possiamo dire che non sia stato capace di applicare il regolamento vigente nell’Arma… pessimo ufficiale gentiluomo… oppure oltre che gentiluomo è anche un ottimo ufficiale? Penso proprio di si, come molti che ho conosciuto, ma  molti alri ce ne vorrebbero!

Per terminare con questo carabiniere giovane padre, ho trascorso con lui più di vent’anni di servizio, e posso dire che nel lavoro, nelle risposte ai cittadini, nel rapporto con i colleghi era ed è uno dei migliori Carabinieri che abbia mai conosciuto.

Brigadiere (r) CC
Giuseppe Lussorio Fadda
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1 Commento

  1. MAURIZIO dice

    I FREQUENTI SUICIDI NELL’ARMA CC ED IL MOBBING
    Volevo toccare un argomento molto delicato come quello in titolo. Qualcuno ha azzardato che “nell’Arma dei CC si entra sani ed onesti e si esce delinquenti o suicidi”. E’ un concetto che sembrerebbe assurdo per i non “addetti ai lavori” ma purtroppo è solo pura realtà di mobbing sul lavoro. Le statistiche parlano chiaro: l’Arma dei CC è in testa come numero di suicidi superando di gran lunga tutte le altre FF.PP.. Sicuramente un motivo ci sarà?! A mio parere le ragioni di fondo vanno ricercate nella gerarchia piramidale esasperata, nelle regole rigide, nella ritorsione, nel disagio e nelle pressioni psicologiche che si determinano nei dipendenti spesso condite da problemi familiari di natura economico/familiare/sentimentale. Quando avviene un evento tragico, purtroppo, si fa riferimento solo a motivi privati mentre si dovrebbe andare a scovare anche quelli concomitanti che sono prettamente lavorativi.
    Ricordate che il “comando” parte sempre dall’alto (da un Ufficiale) al quale voi sicuramente avrete risposto male o non avrete eseguito un ordine impartitovi in maniera perentoria. Invece di denunciarvi per insubordinazione (sarebbe un insuccesso davanti ai suoi superiori), chiama a rapporto il vostro diretto superiore ed i suoi fedelissimi, comunicando loro che siete usciti fuori di testa. Bene a quel punto è finita, inizia uno stillicidio che durerà sino all’esasperazione. Vi faranno sentire degli incapaci, dei delinquenti e cominceranno a minare la vostra “rigidità dell’IO”, caratteristica peculiare di un appartenente alle FF.PP.. Comincerete ad essere vulnerabili psicologicamente, vi tireranno trabocchetti lavorativi, vi daranno da espletare le pratiche più rognose aspettando un vostro errore, vi provocheranno continuamente e sarete anche derisi con espressioni di doppi sensi.
    Per una mente già obnubilata dal mobbing, dai carichi di lavoro, dalla competizione continua, dai caratteri spigolosi dei colleghi/superiori e magari dalle difficoltà della vita privata (sentimentali e/o economiche) è difficile capire da dove arrivi “l’attacco” e spesso si reagisce male anche nei confronti di chi invece cerca di aiutarci e ci sta tendendo una mano d’aiuto. A questo punto anche gli amici prenderanno le distanze e subentreranno i cosiddetti avvoltoi, quei lecchini dei superiori che non aspettavano altro che braccare la preda ferita. Sarete una barca alla deriva in un mare di pescecani, indifferentemente dal grado che voi rivestiate.
    Potrà anche capitare di trovare la vostra macchina privata danneggiata, di ricevere squilli o strane telefonate nel cuore della notte, ricevere sms con strani simboli (@§°>ghI#…), sono tutti sintomi che vogliono destabilizzarvi psicologicamente. Mi viene da insinuare che si avvalgano dell’ausilio di psicologi compiacenti che se così fosse andrebbero solo radiati dall’ordine.
    Qualora dovessero verificarsi casi simili e/o uguali a questi sopradescritti, il mio consiglio per resistere è di mantenere le relazioni sociali con l’esterno curando la vita privata e quella sentimentale. Fate attenzione a non riversare le frustrazioni su chi amate o su chi vi sta vicino, sforzatevi di separare il servizio dalla vita privata. Imparate a riconoscere i segni di pace perché ci saranno, ricambiateli ma non abbassate la guardia, non agitatevi troppo, è peggio perché fareste il loro gioco. Altra alternativa è prostrarvi e chiedere umilmente perdono al superiore che vi sta facendo la guerra, sempre che l’abbiate individuato. Il massimo sarebbe quello di farvi raccomandare da un politico, a quel punto loro avanzerebbero un favore dalla politica e voi sarete liberi (è il prezzo del riscatto da pagare). Se la situazione diventa insostenibile vi consiglio vivamente di mettervi subito in malattia, non fate i supereroi contro tutto e tutti, mollate immediatamente e valutate un eventuale transito nei ruoli civili. Tanto la situazione non la cambierete di certo voi, ci hanno tentato in tanti negli anni decorsi senza esito. E’ e rimarrà sempre “anacronistica” perché il cambiamento spaventa i “dinosauri”; il loro vero terrore è la smilitarizzazione, perderebbero troppo potere. Non dimenticate quel motto che imperversa nelle scuole di Polizia: “meglio un cattivo processo che un buon funerale”, mollate l’osso e congedatevi, probabilmente l’Arma non è fatta per voi e non voi non siete fatti per l’Arma. E’ inutile intraprendere un braccio di ferro con l’Amministrazione, sarebbe una guerra già persa in partenza, la vita è un dono inestimabile che NON deve essere alienato e la salute psico – fisica va tutelata.
    Non dimenticate inoltre che gli Ufficiali adottano diverse tecniche/tattiche per esercitare il loro comando, una di queste è mettere i subordinati uno contro l’altro per tenerli più uniti. L’altra un po’ più acuta e cinica è quella di “eliminare” i personaggi scomodi che loro definiscono anarchici e libertini. Una maniera più elegante di quello che fa la Mafia che elimina fisicamente i propri affiliati che si dissociano. Ricordiamoci che durante la guerra i Carabinieri, appostati dietro i battaglioni dei soldati, sparavano su di loro se si rifiutavano di combattere ove da dietro gli Ufficiali “compensavano” con pistolettate. Forti con i deboli e deboli con i forti.
    I pochi ausili psicologici che l’Arma dei CC ha creato sono solo dei palliativi. Quando ci si rivolge a questi per un aiuto, gli psicologi sono obbligati a segnalarvi al vostro comando, cosa che fa ancor di più inasprire gli animi nei superiori che si sentiranno sputtanati. Uno psicologo/psichiatra non potrà mai mettersi nei vostri panni, al massimo potrà avere compassione per voi e la vostra situazione che state vivendo. Se gli confiderete che avete voglia di girare la scrivania addosso al comandante (circostanza che si verifica frequentemente negli ambienti militari e di cui non ci si deve meravigliare) vi etichetteranno come “delinquenti”. Loro hanno una visione “medica” perchè non hanno mai vissuto le dinamiche all’interno delle strutture militari e di polizia. E’ un cane che si morde la coda. La concezione che loro hanno del suicidio è quella dalla fuga dall’intensità del dolore psichico che risulta superiore a quella che procura un tumore. Io oserei aggiungere che è l’unica via di fuga all’esasperazione e al tradimento, morendo fedeli agli ideali come abbiamo giurato. E’ un po’ come rimanere eternamente in uniforme.
    Tornando allo spirito dell’argomento, trattasi di morti bianche sulle quali aleggia una cappa d’omertà e di insensibilità morale e sulle quali nessuno indagherà perché non esiste un organo di controllo all’interno di un corpo che esercita Polizia Giudiziaria, abituato a condurre indagini e quindi ad occultarle con facilità. Nessuno rischia il posto di lavoro per testimoniare. La domanda nasce spontanea: Chi controlla i controllori? Rammento che l’istigazione al suicidio è un reato penale previsto dal Codice Penale ai sensi dell’art. 580 C.P. e prevede una pena da 5 a 12 anni se l’evento si concretizza ed è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio!
    Essendo un’istituzione che fa comodo alla politica, se dovessimo ampliare il nostro raggio di visuale, potremmo dire con certezza che siamo solo manovalanza di uno Stato infame che ci spreme il midollo, premiando i furbi, i disonesti, gli arrampicatori sociali, gli arrivisti a discapito degli onesti e di quelli che ancora credono nei valori di libertà e democrazia ed in uno Stato (di diritto) garantista. Inoltre mi domando come si può combattere il delinquere all’esterno quando in seno alle caserme ci sono lotte intestine formate fa “fazioni perdenti o vincenti”? Vivere in cattività sotto costante pressione psicologica crea solo una cattiveria inutile che deconcentra dall’ambiente esterno, forgia robot deficienti che meditano azioni assurde. Le forma mentis ed il modus operandi sono fermi alla prima Repubblica! Cosa si pretende da un essere umano?
    Mi scuso se sono stato prolisso ma ho la pretesa di affermare che il mio non è il solito trafiletto che è da interpretarsi come uno sfogo condito dal timore di ritorsioni ma spero vivamente che possa essere d’ausilio ad altri colleghi che vivono o hanno vissuto situazioni simili di disagio e meditano azioni “folli” dettate dall’esasperazione. A mio modo di vedere oggi internet rappresenta un trampolino di lancio per la globalizzazione e per rompere quel muro di omertà.
    Buona vita a tutti!
    Firmato:
    UN SOPRAVVISSUTO RIMASTO INCENSURATO

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