Carabinieri deviati e waterboarding

waterboardingRoma, 14 feb – (di Valerio Mattioli) Alcamo Marina, 26 gennaio 1976, due carabinieri uccisi e nessuna giustizia. Presunte torture attraverso il famigerato uso del waterboarding anche nell’Arma dei carabinieri? Forse. I responsabili non sono mai stati puniti.

Vi sono momenti nella vita di un uomo, in cui la sua dignità è violentata e stuprata da altri che, come in questo caso, per ora solo presunto, indossando ed infangando la divisa dell’Arma, rendono l’essere umano una larva, pronta ad accusare chicchessia pur di far cessare una sofferenza inflittagli in nome della giustizia. Questi uomini in divisa da carabiniere che, si presume, hanno torturato e mandato in galera degli innocenti, oggi sono liberi, essendosi prescritto il reato collegato all’esecrando gesto.

Il Fatto Quotidiano del 4 novembre 2009, pag. 9, di Vincenzo Vasile, riporta una vecchia storia di cronaca, che io non ho mai dimenticato, secondo la quale ad Alcamo Marina, una frazione balneare dell’omonima città, c’era una casermetta dei carabinieri, dove due militari, Carmine Apuzzo, 19 anni, di Castellammare di Stabia e Salvatore Falcetta, appuntato, 35 anni, di Castelvetrano, stavano dormendo. Quella fu l’ultima notte per i due militari, perché furono uccisi nel sonno da mani ignote.
Alcune ore dopo, quando la notizia campeggiava già nei media nazionali, un sedicente gruppo terroristico denominato Nucleo Sicilia Armata, diffondeva un messaggio che qui non si riporta, perché frutto di una mente demente e malata che ha fatto dell’assassinio la sua ragione di vita. Già, ma erano davvero terroristi? Questo lo vedremo dopo. La prima anomalia fu che di questo sedicente gruppo terroristico non si sentirà più parlare: scomparve nel nulla così come era riapparso, facendo pensare che questa sigla servisse a coprire qualcosa.

Tempo dopo viene fermato ad un posto di blocco Giovanni Vesco, alla guida di un’auto rubata, senza targhe, né fanali. Ha con sé una pistola, mentre l’altra la detiene in casa, con la matricola cancellata e si sospetta che possa essere una di quelle sottratte la notte dell’irruzione nella casermetta di Alcamo. Vesco nega tutto, ma alla fine ammette che qualcuno gli ha dato del danaro per portare le armi a qualcun’altro. In realtà Il Vesco disse queste cose sotto tortura ed a rivelarlo è l’ex brigadiere dei carabinieri Renato Olino, che partecipò a quell’interrogatorio.

Olino racconta che: «Vesco venne spogliato nudo e messo sopra due casse in uso ai carabinieri fino ad un’altezza di 70, 80 centimetri, con le mani e i piedi legati, con la testa reclinata all’indietro», e così fu indotto a «confessare. Gli si faceva capire che si poteva andare oltre per convincerlo, lui non riconosceva la sua responsabilità. A quel punto gli venne messo un imbuto di ferro in bocca e furono travasate ingenti quantità di acqua diluita con forte quantità di sale, ai limiti dell’annegamento. In un momento di pausa io feci presente al responsabile che ero in disaccordo con questo metodo che non avrebbe portato a nulla, al massimo avremmo potuto avere nomidi persone innocenti che sarebbero state chiamate dal Vesco con il solo obiettivo di sospendere le torture. Mi fu risposto: «poi ce lo vedremo girare per strada mentre lui ha ucciso due carabinieri». Io ebbi l’impressione che tra i torturatori c’era anche un medico che controllava il polso, la pressione e decideva se proseguire o meno …. poi usarono la corrente elettrica applicata ai genitali con la batteria di un telefono da campo a manovella, ogni giro una scarica: era un reperto della Seconda guerra mondiale» (Vincenzo Vasile, Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2009, pag. 9).

Vesco non arriverà alla fine dei suoi processi, perché si impiccherà in cella con un lenzuolo legato ad una grata. Quelli che egli aveva denunciato come complici, sebbene, poi, avesse ritrattato, furono anch’essi torturati ed, infine condannati. Ergastolo per Giovanni Mandalà e Giuseppe Gulotta, 20 anni per Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli. Mentre Mandalà è nel frattempo morto naturalmente, Santangelo e Ferrantelli si sono rifugiati in Sudamerica.

Il brigadiere Olino ha iniziato a parlare l’anno scorso al magistrato competente ed in base alle dichiarazioni di questi, il Gulotta, in libertà vigilata, con ventitré anni già scontati, ha chiesto la revisione del processo.

Gulotta racconta che: «A mezzanotte entrarono una decina di carabinieri. Subito dopo mi legano ad una sedia e iniziano a picchiarmi. Mi contestano che io sarei stato quello che ha ucciso i carabinieri ad Alcamo Marina, io rimango stupito. Dico che non so nulla, che non sono stato io e ancora botte, minacce di farmi chissà che se io non avessi confessato, mi hanno sputato in faccia, puntato la pistola, strizzato i genitali. Tutta la notte, fin quando nella mattinata mi sono sentito male e sono svenuto. Siccome dovevo rispondere sempre sì, ho risposto sì. Svengo, rivengo, decido di dire tutto quello che vogliono, basta che smettono. Anche al momento della firma un carabinieri sottovoce mi disse che se non firmavo chissà cosa mi avrebbero ancora fatto. All’entrata in carcere mi chiedono perché ho i segni sul viso: il carabiniere – pronto – parla prima di me, dice che ero scivolato su una buccia di banana in caserma».

Secondo la Procura di Trapani, i carabinieri, per vanificare le denunce relative alle torture subìte dalle vittime, ritinteggiarono le pareti della caserma che ospitò l’interrogatorio sciagurato e cambiarono la disposizione dei mobili. Il reato di sequestro di persona, il più grave, che avrebbe potuto essere imputato loro, è caduto in prescrizione. Tuttavia, il Comando Generale dell’Arma dei carabinieri, alla fine del processo di revisione, se saranno appurati i fatti appena esposti e se vorrà operare con giustizia, dovrà aprire nei confronti dei responsabili un procedimento disciplinare di Stato che, per la sua peculiarità, è applicabile sia al personale in servizio che in congedo, stante l’imprescrittibilità dell’azione disciplinare, e farcelo sapere.
 
Alle 17,35 di lunedì 13 febbraio 2012, nel processo di revisione, Giuseppe Gulotta, ergastolano, “fine pena mai”, è stato giudicato innocente dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, ed è probabile che le altre persone coinvolte ne seguano la stessa positiva sorte, facendo giustizia anche per quelli che nel frattempo sono morti di morte naturale o per suicidio.

I fatti di Alcamo avvennero nel 1976, quando avevo solo quindici anni, ma, poco tempo dopo, nel 1979, quando entrai nell’Arma, un superiore mi illustrò la possibilità di torturare una persona facendole bere acqua fortemente salata attraverso un imbuto che le veniva collocato in bocca e trattenuta in modo che non avesse potuto opporsi a tale trattamento, proprio come il famigerato waterboarding che, sembra, sia stato usato anche a Guantanamo. Un altro superiore, probabilmente destinatario di un passaparola interno all’Arma, secondo la quale prima o poi si viene a sapere tutto, mi disse che ad Alcamo Marina avrebbe operato la mafia. Desta quindi sconcerto il fatto che si sia voluto accreditare la pista terroristica quando quella mafiosa era accreditata da un passaparola interno all’Arma, avvalorando quindi l’ipotesi che si siano condannati degli innocenti per coprire i veri responsabili dell’eccidio. Sui presunti rapporti tra mafia e carabinieri invito il lettore a leggere questo articolo.

Non è la prima volta che si accreditano al terrorismo fatti che in realtà sono stati compiuti dai mafiosi. Si pensi, ad esempio, alla vicenda di Peppino Impastato morto per mano mafiosa nel 1978, simulando un attentato terroristico nel quale la vittima avrebbe perso accidentalmente la vita maneggiando dell’esplosivo. La morte del Prefetto di Palermo, Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuta nel 1982, fu opera senza alcun dubbio della mafia, ma, per le modalità con cui esso fu eseguito, se lo avessero voluto avrebbero potuto far credere che si trattava di terrorismo.

Nei primi anni ottanta, un carabiniere in servizio alla radiomobile, mi mostrò una pistola con la matricola abrasa che portava sempre con sé. Alla mia richiesta di spiegazioni mi disse che nel caso avesse ecceduto nell’uso della propria arma d’ordinanza, causando la morte di una persona, avrebbe potuto rimediare nascondendo sotto il cadavere del malcapitato l’arma illecitamente detenuta e giustificare così una legittima difesa a prova di tribunale. Mi sono sempre chiesto come facessero certi carabinieri a procurarsi illegalmente le armi e a detenerle persino mentre erano in servizio. La risposta mi venne qualche anno dopo quando una circolare interna invitava tutti i comandi territoriali dell’Arma a stilare sempre un processo verbale ogni volta che si sequestrava o si acquisiva un’arma da un cittadino. Sembra quindi che, quando un cittadino si presentava per denunciare, ad esempio, il rinvenimento di un’arma, il militare di turno, talvolta, si dimenticava di compilare un documento che facesse da riscontro all’evento, ‘sì che mancando agli atti ogni documentazione probatoria l’oggetto entrava nelle tasche del carabiniere. Allo stesso modo sembra si operasse se non era il cittadino a consegnare spontaneamente un’arma detenuta illecitamente ma gli veniva sequestrata; anche in questo caso, mancando ogni riscontro agli atti, si evitava di denunciare il trasgressore all’Autorità Giudiziaria con l’unico scopo di evitare ogni traccia scritta dell’evento, per non dover consegnare la pistola all’ufficio reperti della procura competente. Giovanni Vesco fu indotto a confessare che aveva due pistole di cui una con matricola abrasa.

Le presunte torture che simulano l’annegamento del malcapitato ricordano l’attuale waterboarding il cui uso fu diffuso, sembra, in interrogatori di presunti terroristi a Guantanamo ed altri luoghi. Quando si parla di waterboarding in questo articolo, quindi, non si fa riferimento alla tecnica, che con gli anni è cambiata, ma al risultato che si intende ottenere: dare alla vittima l’impressione di precipitare irreversibilmente verso l’annegamento, costringendola, così a parlare.

I fatti vergognosi appena esposti fanno riferimento a quello che per anni veniva qualificato “interrogatorio di polizia” e previsto dall’articolo 225 del vecchio codice di procedura penale, abrogato nel 1989 e per nulla garantista nei confronti dell’accusato, non prevedendo neppure la presenza del difensore, perché risalente al 1930, periodo in cui in Italia vi era una dittatura fascista con a capo del governo Benito Mussolini. Un codice di procedura penale concepito in quel disgraziato periodo non poteva contemplare la cosiddetta presunzione d’innocenza che, oggi, è fatto acclarato che nessuno osa più mettere in discussione, mentre, da noi, questo sistema è sopravvissuto fino al 1989, ben quarantaquattro anni dopo la fine della guerra e della dittatura fascista!

Con D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447 veniva approvato il codice di procedura penale attuale, il quale, al previgente articolo 225, appena esaminato, risalente al periodo fascista, sostituiva l’art. 350, in vigore, che, al comma 1, vieta l’assunzione di sommarie informazioni, da parte degli organi di polizia, dalla persona che si trovi in stato di arresto o di fermo. Il comma 2 del medesimo articolo impone alla polizia giudiziaria di invitare la persona verso cui vengono svolte le indagini a nominare un difensore. Il successivo comma 3 proclama come necessaria la presenza del difensore, in sede di assunzione di sommarie informazioni.

Inoltre, l’art. 64 del nuovo codice di procedura penale, al comma 2, vieta l’utilizzazione, «neppure con il consenso della persona interrogata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti.» Il comma 3 b) sancisce che la persona interrogata «ha facoltà di non rispondere ad alcuna domanda.»

Con l’interrogatorio di polizia, antecedente alla riforma del codice di procedura penale non solo queste garanzie non esistevano, ma le confessioni estorte con i metodi già descritti, se firmate dall’interrogato, finivano nel fascicolo processuale del giudice. Invece, l’attuale art. 64, comma 3bis prevede che l’inosservanza delle disposizioni appena riportate «rende inutilizzabili le dichiarazioni rese dalla persona interrogata».
Vi sono legittimi dubbi sulla tenuta democratica del nostro Paese, alla luce di quanto ho già scritto in questo articolo ed in relazione a quanto sta accadendo attualmente in Italia.

Nel periodo antecedente al 1989, prima dell’attuale codice di procedura penale, furono emanate leggi d’emergenza contro la criminalità ed il terrorismo che sostanzialmente assassinavano la maggior parte delle garanzia costituzionali, non ultima quella del diritto alla difesa. Il tutto voluto da governi solo nominalmente democratici e che duravano in carica la media di tre mesi l’uno. L’Italia di allora, e per certi versi anche quella di oggi, era la Guantanamo del diritto ante litteram.

Il sistema giudiziario vigente prima del 1989, non poneva alcuna garanzia all’accusato, dove la carcerazione preventiva poteva durare un numero indefinito di anni, prima di arrivare a sentenza, atto di viltà assoluta di uno Stato che, in questo modo, con la negazione della libertà ad un individuo, poteva estorcergli qualunque confessione.

Parimenti e, paradossalmente, le cose oggi non sono molto diverse da allora. Si pensi che una nota Azienda riconducibile ad una delle più alte ex cariche politiche dello Stato italiano, dovrà risarcire circa 750 milioni di euro, pari a cira 1 miliardo e 125 milioni di dollari, in seguito a presunti fatti di corruzione giudiziaria. Dulcis in fundo, la politica italiana è affetta dal più alto tasso di corruzione al mondo. Un numero significativo di leggi, definite ad personam sono state approvate per mettere al riparo un’alta carica politica dello Stato da procedimenti giudiziari già aperti nei suoi confronti. L’indipendenza della magistratura italiana che, nella nostra Carta Costituzionale rappresenta un bene incommensurabile, è posta continuamente in pericolo. Le leggi più importanti vengono votate con la fiducia, vale a dire senza alcuna discussione parlamentare, proprio come faceva l’imperatore romano con il senato quando si presentava davanti ad esso per far votare un suo provvedimento.

Il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo si è dovuto dimettere perché alcuni carabinieri, sembra, lo avessero ricattato con un video che lo avrebbe ritratto con un trans. Sembra e si presume dai primi accertamenti, che gli stessi carabinieri, della compagnia Roma Trionfale, abbiano collocato apposta anche della droga, che, nel video, apparirebbe insieme al documento di riconoscimento del Presidente Piero Marrazzo. L’episodio lascia supporre e presumere che nell’Arma dei Carabinieri, oggi, come ai tempi dei fatti di Alcamo Marina del 1976 vi sia, a qualche livello, una carenza di controllo interno suscettibile, se non stroncata in tempo, di creare deviazioni e degenerazioni che se non sono tipiche di uno stato di diritto ci avvicinano a quei paesi verso cui l’Italia invia truppe che assicurino la nascita ed il mantenimento di nuove democrazie.
 
Va precisato che l’Arma dei carabinieri ed altre Istituzioni dello Stato, che perseguono fini istituzionali previsti dalle leggi, sono estranei ai fatti vergognosi appena descritti, giacché essi sono stati posti in opera da singoli elementi deviati che non possono coinvolgere l’Organizzazione Statale cui appartengono. È pertanto solo a queste singole persone che va ascritta la responsabilità, qualora accertata, dei loro esecrandi gesti.

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