Avv. Carta: militari, fatevi rispettare!

hartmanRoma, 30 dic – (di Giorgio Carta) Si narra che Rudolph Giuliani, una volta divenuto sindaco di New York, abbia drasticamente ridotto il numero dei reati consumati in città, compresi gli omicidi, iniziando dal sanzionare a tappeto tutti coloro che utilizzavano la metropolitana senza pagare il biglietto. Fece propria, cioè, la teoria della finestra rotta di Wilson e Kelling, secondo cui la repressione di ogni minima violazione induce ad una generale osservanza anche degli altri (più importanti) divieti e, viceversa, l’accettazione di una infrazione anche lieve genera emulazione e l’inclinazione dei responsabili a commettere ulteriori e più gravi mancanze. Gli abitanti di New York percepirono così il mutato atteggiamento delle forze dell’ordine e si indussero ad un maggiore rispetto delle regole. I risultati di questa intensa azione repressiva, passata alla storia come “tolleranza zero” furono sorprendenti: tra il 1994 e il 1996, i reati denunciati calarono del 30% e gli omicidi del 40%.

L’esperienza americana mi sovviene ogni volta che constato come, in questo momento storico, i cittadini in uniforme – specie quelli sottoposti ad un ordinamento militare – siano sovente e (purtroppo) impunemente declassati a sudditi, ai quali riconoscere diritti solo a discrezione e piacimento del comandante di turno. Sono convinto, però, che tale situazione non sia né irreversibile, né ascrivibile alla responsabilità dei soli superiori gerarchici.
Una premessa di metodo, ovviamente, si impone: faccio l’avvocato e quindi sono tendenzialmente portato a conoscere con più frequenza le situazioni problematiche rispetto a quelle regolari. Ciò perché nessun militare si rivolge ad un legale per rappresentargli che tutto volge per il verso giusto. Detto ciò, però, l’esperienza quotidiana mi insegna che il malessere dei militari è determinato solo in parte dai generali cattivi e che, molto più spesso, i soprusi sono stati facilitati e favoriti proprio dall’atteggiamento passivo, accondiscendente e pavido di chi li subisce.

Troppe volte ho dovuto constatare la “paura di vincere” di chi pure aveva subito un sopruso e che, finalmente, per una serie favorevole di circostanze, aveva l’occasione di riscattare i torti subiti rivalendosi sul responsabile. Quante rivincite ormai imminenti ed accessibili sono state evitate all’ultimo momento proprio dalle vittime, più che dai carnefici! E’ difficile da credere, ma pare che negli uomini in uniforme (ma molto meno nelle donne) il notevole coraggio in servizio si coniughi con la disarmante paura di farsi rispettare dai superiori e, soprattutto, di mettere con le spalle al muro il responsabile dei loro tormenti.
Quello che ci insegna l’esperienza americana richiamata sopra è, però, che la tolleranza e l’accettazione di un sopruso, anche lieve, raramente induce il responsabile a desistere ed, anzi, lo rende incline ad rincarare la dose. Tanto premesso, mi piacerebbe che i militari acquisissero maggiore consapevolezza dei propri diritti e che cominciassero a farsi rispettare innanzitutto come individui.

Il suggerimento è quello di seguire l’insegnamento della “tolleranza zero”, lanciando ai superiori il messaggio pacato, ma fermo di non voler tollerare anche sopruso il più lieve. Ora, se Rudolph Giuliani ha cominciato dai biglietti della metropolitana, suggerirei a tutti i militari di iniziare a pretendere il rispetto della norma più violata dall’ordinamento militare: quella che impone che nei rapporti di servizio tra militari di grado diverso debba essere usata la terza persona.
Tale norma, oggi ribadita dal terzo comma dell’articolo 733 del Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, impone anche ai superiori gerarchici di rivolgersi ai dipendenti dando loro del “lei”. Ora, chiunque abbia indossato una divisa sa che tale disposizione è, salvo rari casi, andata totalmente desueta. Di conseguenza, invale la spiacevole prassi che si dia del “tu” a colui da cui si pretende l’ossequioso uso del “lei”. Questo anche allorché il superiore gerarchico sia anagraficamente più giovane del dipendente, situazione questa tutt’altro che rara nell’ordinamento militare.

La desuetudine della norma in esame non ne ha però determinato l’abrogazione, quindi commette sicuramente un illecito disciplinare il superiore che si rivolga al dipendente (sto accuratamente evitando di usare l’orribile termine di “inferiore”) usando la confidenziale seconda persona. Sembra una banalità, ma, conoscendo l’ambiente militare (nel quale i superiori abbaiano solo finché il dipendente subisce passivamente), sono convinto che pretendere l’applicazione di questa elementare norma di civiltà (il tu o è reciproco o è prevaricatorio) costituirebbe un importante segnale rivolto alla scala gerarchica, sempre in applicazione della teoria della “finestra rotta”, si intende. E, allora, tra i vari propositi per il futuro, perché non provare a farsi rispettare, cominciando col pretendere l’osservanza della più lieve (e disapplicata) norma di tratto imposta ai militari?

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