Attività operativa dell’Arma dei carabinieri: numeri sconcertanti

carabinieri-manetteDietro quei numeri, forse, il dolore e la disperazione di molte persone innocenti. Roma, 15 giu (di Valerio Mattioli) Molto tempo fa, un colonnello dei carabinieri con il quale stavo intrattenendo un colloquio sull’attività operativa dell’Arma, mi disse che i relativi numeri andavano letti con attenzione. A suo dire, ad esempio, i dati relativi agli arresti od alle denunce non erano seguiti dalla pubblicazione delle condanne effettivamente avvenute ad opera della magistratura, a seguito di procedimento penale conclusosi con una sentenza definitiva. Ciò significa che senz’altro la magistratura non riconosceva parte dell’attività operativa dell’Arma, mandando assolti gli imputati.

Si potrebbe obiettare, mutuando una polemica trita e ritrita, che il carabiniere arresta e il giudice rimette in libertà vanificando il lavoro della polizia giudiziaria, ma non è così. La polizia giudiziaria dei carabinieri non è autoreferenziale e l’arresto e le accuse che formula non hanno valore alcuno se non vengono validate da un sistema giudiziario garantista, che, per tale peculiarità, rappresenta la condizione senza la quale la limitazione della libertà di un cittadino si trasforma nel più assoluto arbitrio. Se il giudice ha mandato assolto un imputato, allora le cose sono due: è veramente innocente, oppure le indagini sono affette da pressapochismo con criticità macroscopiche. Inoltre, il magistrato non è il notaio della polizia giudiziaria. E non bastano numeri che sottintendono un’attività veramente industriale a far decollare carenze investigative che qui, per ora, si intendono solo presunte.

Ma vediamoli questi numeri dell’attività operativa dell’arma dei carabinieri diffusi in occasione del 197° di fondazione della stessa (da www.carabinieri.it). Le stazioni e le tenenze dei carabinieri hanno denunciato 281.327 persone ed effettuato 53.888 arresti, di cui 38.275 in flagranza. Le pattuglie dei nuclei radiomobili hanno effettuato 29.405 arresti in flagranza per furti, rapine, aggressioni e altri reati. Nelle attività di contrasto, sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria più di 379.000 persone; 92.516 quelle arrestate, di cui oltre 65.000 in flagranza di reato. Tra denunciati e segnalati abbiamo quindi 660.327 persone, mentre gli arrestati in flagranza di reato sono complessivamente 103.275. Si omette il conteggio degli arresti compiuti fuori flagranza poiché si suppone che siano avvenuti su ordine dell’Autorità Giudiziaria e, quindi, con un minimo di garanzia. Per la verità anche gli arresti in flagranza, secondo una prassi in voga da anni, vengono effettuati dopo aver contattato telefonicamente il magistrato di turno che, sentite le sommarie ragioni dei carabinieri, sempre per telefono autorizza o meno. E’ una prassi poco ortodossa ma molto diffusa in tutte le FF.PP.. Teoricamente l’operatore di polizia dovrebbe sapere quando arrestare o meno di propria iniziativa, ma vuole evitare il rischio che il magistrato non gli convalidi il provvedimento restrittivo esponendolo così a provvedimenti disciplinari o penali.

A fronte di una popolazione carceraria di circa 67.000 unità, se il magistrato giudicante condannasse sempre e comunque le persone segnalate, denunciate ed arrestate dai carabinieri, in pochi anni potrebbero scomparire intere città come Roma, Milano, Bologna, Firenze, ecc., con i loro abitanti deportati in campi di prigionia o di concentramento all’uopo predisposti. E non è pura fantasia, dal momento che per gli immigrati, prima chiamandoli Centri di Permanenza Temporanea (CPT) e poi Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), si sono creati dei campi di concentramento di ‘sì nefasta memoria.

Tempo fa, un mio collega mi raccontava che un automobilista non si fermò ad un posto di blocco e, all’ordine di fermarsi impartito dal carabiniere che lo aveva segnalato con la paletta, proseguì la sua marcia. Era un giovane che abitava poco lontano da lì; sarebbe stato facile raggiungerlo in casa sua per chiedergli conto del comportamento anomalo: una bravata, giacché non vi era una spiegazione migliore per nobilitare un gesto del genere.

Appena fu chiaro che non intendeva fermarsi, fu allertata una pattuglia di carabinieri che un paio di chilometri più in là, sulla stessa strada, attendeva ad un servizio analogo. Al tempo stesso i carabinieri segnalatori si ponevano all’inseguimento del fuggitivo con l’intento non di bloccare quest’ultimo ma di entrare in contatto con l’altra pattuglia che, allarmata, e conoscendo bene i suoi componenti, avrebbe potuto creare le condizioni per un arresto forzato senza i presupposti di legge. Il fuggitivo precedeva di circa duecento metri l’auto dei carabinieri che avevano tentato invano di fermarlo, quando, dopo una curva, incappò nell’altra pattuglia che, questa volta, riuscì a fermarlo.

Nel frattempo, i carabinieri inseguitori cercavano di raggiungere i loro colleghi prima che accadesse l’irreparabile e, giunti ormai in vista dei commilitoni, questo fu quanto riuscirono a vedere da lontano: fecero fermare l’auto del giovane, questi uscì fuori, ricevette dal maresciallo capo pattuglia un forte spintone che determinò nel fermato una reazione: diede uno schiaffo all’ispettore dei carabinieri. Fu arrestato immediatamente e condotto in caserma. Il collega che mi raccontava questa storia, al quale io stento a credere, mi spiegò che il suo strazio non consistette nel vedere l’arresto palesemente forzato, ma la disperazione della madre che, raggiunta la caserma, non la smetteva di rotolarsi per terra in un pianto dirotto. Ovviamente, i due carabinieri che si erano limitati ad inseguire l’indisciplinato individuo fecero presente che quanto si era svolto sotto i loro occhi presentava profili di irregolarità, ma per tutta risposta, il maresciallo che comandava l’altra pattuglia, allontanava i due militari omettendo di menzionarli nel verbale di arresto, ‘sì da “eliminare”, così due testimoni non graditi.

Nel mese di ottobre 2009, alcuni carabinieri infedeli della compagnia Trionfale di Roma, sorpresero l’allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo in compagnia di un transessuale; lo filmarono col telefonino e, evidentemente non soddisfatti dell’irruzione arbitraria, sembra abbiano collocato essi stessi, della droga all’interno dell’appartamento, che apparirebbe anche nel video da questi girato. Sono stati arrestati. L’episodio, di nessuna rilevanza penale per Piero Marrazzo, fu causa delle dimissioni del medesimo dall’incarico istituzionale che ricopriva, con la contestuale indizione di nuove elezioni.

Il 5 gennaio 1997, pochi mesi dopo aver preso servizio alle dipendenze della compagnia CC di San Giovanni Valdarno, a causa di trasferimento seguito ad una punizione comminata per aver scritto alcune lettere-articoli su quotidiani nazionali, il “Corriere di Arezzo”, a pag. 11, così titolava: «Arrestato militare di 32 anni. Voleva incastrare quattro presunti spacciatori?». «Bicarbonato al posto della cocaina. Carabiniere finisce in manette». Il corpo dell’articolo non era da meno, ed infatti continuava dicendo che «Per incastrare alcune persone da lui forse ritenute spacciatori di droga, avrebbe messo nelle loro auto delle bustine di bicarbonato (che sembrava a tutti gli effetti cocaina), facendoli così arrestare. In questo modo erano finiti in carcere quattro uomini che gravitavano intorno alle discoteche del Valdarno. Protagonista della vicenda, avvenuta a fine novembre, e ancora tutta da chiarire visto il massimo riserbo dei magistrati inquirenti, sarebbe stato un carabiniere originario di Ceccano (Frosinone) ma da qualche anno in servizio alla compagnia di San Giovanni Valdarno. Per lui, A.L., 32 anni, è scattato l’arresto per detenzione di sostanze stupefacenti e calunnia. Sembra, ma non ci sono conferme ufficiali, che il militare avrebbe fatto analizzare campioni di cocaina asserendo che facevano parte del quantitativo di sostanza stupefacente (che in realtà era poi bicarbonato) rinvenuta nelle auto delle persone che erano state arrestate. Dalle indagini (condotte dagli stessi colleghi sangiovannesi del militare indagato), gli inquirenti sono risaliti ad A.L. che aveva partecipato alle operazioni di arresto dei quattro e che era anche stato incaricato di portare i campioni alla USL per farli analizzare.»

In merito alle presunte pressioni che, sembra, alcuni comandanti opererebbero nei confronti dei sottoposti, un collega mi dettava al telefono parte della delibera nr. 197 (verbale nr. 141 del 3 marzo 2011) del COBAR della Legione Carabinieri Lombardia, secondo la quale, sembra, «la pressione operata nei confronti del personale non è ammissibile in linea di principio, in quanto potrebbe ingenerare nel personale “ansia da prestazione”, portandolo nell’adempimento del proprio dovere già reso molto difficoltoso anche dall’attuale quadro normativo, ad assumere iniziative non in linea con la tradizione e lo stile dell’arma dei carabinieri».

Il medesimo collega mi dettava persino una lettera pervenuta ad un carabiniere secondo la quale, sembrerebbe che «nel corso del periodo compreso tra il mese di agosto 2009 ed il primo trimestre 2010, l’impegno da lei profuso ha comportato il seguente rendimento: ». Seguono i numeri relativi alle persone tratte in arresto; persone denunciate in stato di libertà; persone fermate per identificazione; contravvenzioni al C.d.s. contestate; interventi eseguiti; interventi eseguiti di iniziativa; persone controllate; mezzi controllati.

Evidentemente non pago del lavoro effettuato dal dipendente, il suo comandante sembrerebbe aver aggiunto a tale inopportuna disamina la considerazione che «poiché il suo rendimento risulta essere al di sotto di quello mediamente espresso dal personale appartenente a questa aliquota radiomobile, con la presente la invito formalmente ad un più accurato impegno, al fine di raggiungere risultati ottimali anche per le valutazioni nella redazione della documentazione caratteristica».

Se quanto sin qui esposto e raccontato da colleghi circa gli episodi relativi all’attività operativa dell’Arma ed il contenuto di quella delibera del COBAR e le presunte pressioni operate dal comandante nei confronti del carabiniere, entrambi riferitemi telefonicamente, fossero vere, ed io spero tanto che non lo siano perché questa non è l’Arma che conosce il cittadino, potremmo ipotizzare un comportamento deviante che, anziché essere posto in essere da pochissimi, potrebbe essere divenuto un cancro che, trasformatosi in metastasi, sia diventato di massa.

Presso tutte le Procure d’Italia giace un numero impressionante di procedimenti penali aperti su cittadini che verranno poi assolti con un aggravio di costi non solo insostenibile per la giustizia ma anche per quelle persone e quelle famiglie che, in un attimo, si son viste portare via dignità e onore che non sempre una sentenza assolutoria potrà restituire integralmente.

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