Trump attacca la Siria, ma in passato criticava Obama: “non è un nostro problema”

Trump-SiriaRoma, 7 apr – (di Giuseppe Paradiso) Ci sono almeno una dozzina di tweet di Donald Trump nei quali criticava aspramente il presidente Obama per la sua politica interventista in Siria: “Non attaccare la Siria, un attacco che porterà solo guai per gli Stati Uniti“; “Obama deve iniziare a concentrarsi sul nostro paese, sui posti di lavoro, l’assistenza sanitaria e tutti i nostri molti problemi. Dimenticate la Siria“; “La Russia ha inviato una flotta di navi nel Mediterraneo. La guerra di Obama in Siria può sfociare in un conflitto a livello mondiale“. E via discorrendo…

Cosa ha fatto cambiare idea a Donald Trump? Ridurre il potenziale militare di Damasco? Poco probabile, visto che Bashar al-Assad può contare su circa 15 aeroporti militari (oltre ad una decina di aeroporti “misti” militari-civili). La base aerea di Shayrat, colpita stanotte, era la sede del 675° Squadrone equipaggiato con MiG-23MF/UM, del 677° Squadrone (Su-22M-2) e del 685° Squadrone (Su-22M-4). La base di Shayrat è dotata inoltre di una quarantina di shelter dove – presumibilmente – si trovavano gli aerei al momento dell’attacco. Addirittura una fonte citata dall’emittente libanese filo-regime al-Mayadeen, ha affermato che “Il comando dell’esercito siriano avrebbe messo al sicuro la maggior parte dei suoi caccia di stanza nella base aerea di Shayrat, nella provincia occidentale di Homs, prima dell’attacco missilistico lanciato dagli Usa”.

Insomma, dal punto di vista strettamente militare, quello di Trump non sarebbe affatto un colpo decisivo alla struttura militare di Damasco.

Ci si chiede allora se sia stato l’orrore internazionale causato dal presunto attacco aereo con gas chimici nel villaggio di Khan Sheikhun, che ha causato 86 morti di cui 30 bambini e 20 donne, ad armare la mano di Trump. Questo è più probabile.

Come ogni populista consumato, Trump ha probabilmente dato il via all’attacco con 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo – così da evitare il “fastidio” di vittime americane – per dare una svolta alla sua sofferente figura di presidente, così duramente minata dalle critiche non solo dell’opposizione, ma di gran parte dei media a stelle e strisce oltre che da quelli esteri.

A questo punto però la partita dovrebbe chiudersi. Putin ha infatti bollato l’azione militare di Trump come “un’aggressione contro una nazione sovrana”, considerando l’attacco come un “tentativo di sviare l’attenzione del mondo dalle vittime civili in Iraq dove una serie di raid della coalizione ha provocato la morte di almeno 150 persone a Mosul il mese scorso”. Inoltre tale azione – aggiunge Putin arrecherà “danni significativi alle relazioni Usa-Russia” e crea “un serio ostacolo” alla costituzione di una coalizione internazionale per sconfiggere l’Is.

Non credo che Trump voglia seriamente far saltare il tavolo con Putin sulla “lotta globale al terrorismo” (ancora solo sulla carta), quindi è più che probabile che l’attacco di stanotte alla Siria sia stato effettuato da Trump più per motivi di immagine interna che di “giustizia internazionale”, in considerazione anche delle critiche mosse in passato all’amministrazione Obama proprio sull’intervento militare in Siria.

Inoltre, c’è chi vede nell’azione militare di Trump una marcata vena di ipocrisia: dall’inizio della guerra civile in Siria si stimano circa 465.000 vittime, di cui 321.000 rimaste uccise e 145.000 disperse. Nel corso del conflitto le vittime di gas tossici sono circa lo 0,5% del totale. Come mai allora Trump decide di intervenire solo adesso, quando in passato nemmeno i 5 milioni di profughi sono bastati a suscitare in lui una crisi di coscienza? Forse la risposta è, ancora una volta, nel suo America first, visto che quei profughi non erano un problema suo ma delle nazioni europee che dovevano accoglierli.

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