Kenya, chi si nasconde dietro i rapimenti di europei dai resort turistici?

kenya-somaliaMolto probabile la responsabilità di integralisti musulmani somali. Roma, 5 ott – (di Luca De Fusco) Il rapimento di una anziana disabile di nazionalità francese nella suggestiva località turistica di Lamu, sulla costa del Nenya, da parte di armati somali è una pessima notizia da molti punti di vista. Innanzitutto segue a distanza di poche settimane il rapimento di una donna inglese  di 56 anni e l’uccisione di suo marito in una località limitrofa. Entrambe le persone rapite sarebbero state trasferite in Somalia il cui confine si trova a 100 km circa. In secondo luogo, anche se è spontaneo attribuire le due azioni agli onnipresenti pirati somali, è poco convincente questa ipotesi se si considera che alla data attuale i pirati trattengono circa cinquanta navi e seicento marittimi in ostaggio. La trattative sono lente e laboriose ed è stato notato da osservatori attendibili che i riscatti richiesti dai sequestratori sono divenuti ultimamente meno ingenti. Con una tale massa di ostaggi e i problemi logistici nell’incassare i riscatti è poco realistico che gli stessi pirati intraprendano azioni rischiose in terraferma che fruttino un ostaggio alla volta.

Dovrebbero quindi essere valutate altre ipotesi. La più agevole è attribuire le azioni a malviventi somali, data la grande varietà esistente sul mercato, inclusi somali etnici del Nord Est del Kenya.
Ma la più elaborata tira in ballo invece la principale organizzazione integralista somala, gli al-Shabaab, che negli ultimi mesi hanno subito rovesci militari e indubbiamente hanno bisogno di rinnovato prestigio. Non va sottovalutato che le due  rapite sono cittadine di paesi (Francia, Gran Bretagna) che si sono distinti in campagne contro governi musulmani, l’ultimo dei quali in ordine di tempo la Libia.
Non risulta finora che siano pervenute richieste di riscatto dai rapitori né assicurazioni sullo stato di salute delle due rapite.
 
al-shabaabMilitanti di al-ShabaabQueste notizie confermano una panoramica della Somalia preoccupante soprattutto per quanto riguarda i territori della ex colonia italiana, Centro e Sud, dato che nella parte ex britannica (Somaliland a Nord) esiste da anni uno stato minimo ma funzionante. Il governo centrale, sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Occidente, controlla Mogadiscio e poche altre aree con truppe locali e soprattutto con il contingente dell’ Unione Africana (Unisom) ma è perennemente sulla difensiva nei confronti degli al-Shabaab e altre formazioni minori. Non esistono attualmente possibilità concrete di intervento normalizzatore da parte di alcuno stato, neppure da parte dell’Etiopia, paese confinante e più che interessato a prevenire infiltrazioni.
Il paese che da anni è più colpito dall’instabilità somala è il Kenya anche se per motivi precisi questa situazione è misconosciuta e il principale responsabile del silenzio mediatico è lo stesso governo kenyano.  Il semplice motivo è che il paese ha investito moltissimo nel turismo e trae grande beneficio economico dalle presenze straniere ma, al tempo stesso, non gradisce che circolino notizie allarmistiche che potrebbero tradursi in defezione di potenziali clienti. E’ questo il motivo per cui si sente molto raramente parlare di conflitti a fuoco al confine o addirittura in territorio kenyano nella  zona abitata da somali etnici.

Eppure episodi di criminalità e terrorismo vi si succedono almeno dal 2007. Per terra più comunemente, ma anche per mare da quando i somali si sono scoperti navigatori, filtrano in ambo le direzioni persone e armi. In primo luogo rifugiati somali, intere famiglie che hanno perso la speranza di vivere decentemente nel loro paese, poi militanti che si mimetizzano facilmente nelle comunità somale dell’Est e Sud Africa, e infine armi destinate a malavitosi e a cellule terroriste in “dormienza” in ogni paese.
Ma la novità più inaspettata, scoperta recentemente dalle truppe kenyane in sconfinamenti oltreconfine è l’afflusso di giovanissimi kenyani, convertitisi all’Islam, verso le file degli al-Shabaab, integralisti sunniti. Una scelta motivata esclusivamente dalla povertà e che assume la forma di un vero e proprio “contratto di leva” con tanto di rimesse inviate alle famiglie di origine rimaste in Kenya.

Rimangono poco chiari gli obiettivi di questa cooptazione di “convertiti” in una formazione che si presenta come elite e che non ha finora rivelato difficoltà di reclutamento in Somalia. Ma, alla luce di quanto si  sta verificando in altri paesi africani, è possibile che dietro a tali evoluzioni ci sia un piano di aprire nuovi fronti nei paesi vicini, dove la crisi economica mondiale morde da tempo e i tassi di disoccupazione tra i giovani sono altissimi. L’incapacità dell’ Occidente di normalizzare la Somalia ha lasciato spazio al caos  per terra e per mare di cui la pirateria è l’aspetto più noto con la minaccia che essa costituisce per gli scambi commerciali. Per quanto questo possa essere sgradevole, ci si potrebbe accorgere che non è il solo né il maggior pericolo.

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