11/9, gli Usa dieci anni dopo: un impero in ritirata

11-9-torre-sudRoma, 11 set – L’Occidente versa in una crisi finanziaria senza precedenti, la Russia è tornata una superpotenza sostanzialmente contrapposta agli Stati Uniti, ora guidati da un presidente afroamericano e di sinistra. La Turchia non è più il baluardo degli Usa e della Nato nel mondo islamico; l’Europa, allargata a est e ormai confinante con la Russia, è spaccata al suo interno e vive la peggiore crisi d’identità della storia comunitaria. L’avvento dell’euro ha modificato gli scenari economici tradizionali che vedevano il dollaro al centro degli scambi internazionali, creando un’ulteriore spaccatura tra le due sponde dell’Atlantico. La primavera araba fa da contraltare ai nodi che vengono al pettine in paesi come Arabia Saudita e Pakistan, ancora incapaci di chiarire se il conservatorismo religioso imposto ai propri cittadini sia compatibile con le aspirazioni di sviluppo legate al rapporto strategico con il mondo occidentale. Il conflitto tra Israele e i palestinesi è complicato dalla spaccatura tra Fatah e Hamas. L’Iran è vicinissimo alla costruzione della bomba atomica. Il Sud America ha subito un’ondata di governi di sinistra più o meno ostili all’ingombrante vicino statunitense.

E’ un mondo completamente diverso quello che si presenta a dieci anni dagli attentati dell’11 settembre 2001. Certo, non tutto è conseguenza diretta dei tragici eventi di allora, ma la catena di avvenimenti che ha condotto a cambiamenti così significativi èstata in buona parte avviata dall’azione terroristica attribuita alla mente di Osama bin Laden. Nonostante l’iniziale attestato di solidarietà ricevuto dai quattro angoli del globo e sintetizzato dalla frase “siamo tutti americani”, gli Stati Uniti versano in condizioni immensamente peggiori rispetto a dieci anni fa. La crescita economica dell’era Clinton ha lasciato il passo a un inesorabile rallentamento, poi sconfinato nella drammatica crisi finanziaria partita nel 2008. E mentre quella che alla vigilia degli attentati del 2001 era considerata l’unica superpotenza rischia di venire travolta dai debiti, trascinando con sè tutto il sistema scaturito dalla fine della Seconda guerra mondiale, anche sul piano strategico e militare la situazione è decisamente peggiorata. Il controllo sul proprio continente sancito dalla dottrina Monroe è sempre più precario, con importanti paesi dell’America Latina che guardano altrove per garantirsi sicurezza e sviluppo. L’alleato di ferro in Medio Oriente, cioè Israele, appare meno forte e meno sicuro dopo che la twin_towersguerra in Libano del 2006 ne ha evidenziato una vulnerabilità militare prima impensabile. L’Egitto del post-Mubarak rischia di allontanarsi dal tradizionale ruolo di potenza moderata nello scacchiere mediorientale. Il baluardo turco nel mondo islamico è ora meno laico e più indirizzato verso il mondo arabo che verso l’Europa e per qualcuno costituisce un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della Nato. La Russia, dopo l’illusorio vertice di Pratica di Mare del 2002 che l’associava all’Alleanza atlantica, è di nuovo contrapposta agli Stati Uniti su scudo spaziale, allargamento a est della Nato e indipendenza del Kosovo.
L’Europa, emblema della pax americana post 1945, è più che mai divisa al suo interno, anche sui rapporti con gli americani. I progetti di difesa comune si sono incagliati su uno scoglio fondamentale: apparato militare indipendente, come voleva l’asse franco-tedesco alla vigilia della guerra in Iraq, o legato a doppia mandata alla Nato, come richiesto dall’Italia e dal blocco dell’Est? E se George W. Bush potrebbe argomentare che la primavera araba è frutto dei suoi progetti di esportazione della democrazia, è indubbio che il processo in corso in quei paesi è fuori dal controllo statunitense. La rinuncia a un ruolo di leadership in Libia da parte di Barack Obama è del resto un sintomo evidente della ridotta capacità americana di impegnarsi militarmente dopo i disastri in Iraq e in Afghanistan. Con l’avvio della guerra globale al terrorismo, inoltre gli Stati Uniti si sono imbarcati in uno stato di guerra permanente, che ha persino modificato il diritto internazionale quando le risoluzioni Onu 1368 e 1373 hanno consentito l’uso della forza non contro uno Stato ma ai danni di organizzazioni terroristiche. Sembrerebbe abbastanza per affermare che, come sosteneva già sei anni fa l’ex analista della Cia Michael Scheuer con il suo saggio “L’arroganza dell’impero. Perchè l’America perderà la guerra al terrorismo”, alla fine a risultare vincitori sono stati proprio gli attentatori dell’11 settembre. Se infatti il regime talebano è stato scalzato dall’Afghanistan pochi mesi dopo gli attentati alle torri gemelle, è chiaro a tutti che il governo Karzai è in grado di resistere al ritorno dei taliban solo finchè rimarranno i soldati stranieri a garantirne la sopravvivenza.

militari-usaAl contrario, gli americani hanno dovuto modificare profondamente le proprie strategie politiche e persino alcuni capisaldi ideologici. Il Patriot act voluto da Bush all’indomani degli attentati, per esempio, ha ridotto sensibilmente le libertà dei cittadini e la loro privacy. Il dualismo tra sicurezza e diritto alla riservatezza è stato risolto nettamente a favore della prima, anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie. Quello che per molti dopo la Seconda guerra mondiale rappresentava il faro della libertà ha prodotto Guantanamo e Abu Ghraib, una guerra senza casus belli (quella in Iraq, non a caso paragonata da Scheuer all’intervento contro il Messico deciso nel 1846 da James Polk) e più in generale una frattura all’interno del melting pot americano, non più così fluido nel garantire la convivenza tra i numerosi ceppi etnici che compongono la società Usa. Con l’11 settembre, in sostanza, il decennio del multiculturalismo e “la fine della storia” prevista da Francis Fukuyama dopo il crollo dell’impero sovietico hanno lasciato il posto alle intuizioni di Samuel Huntington, che nello stesso periodo indicava lo scontro tra gruppi di diverse civiltà come conseguenza inevitabile della fine della Guerra fredda. Se infatti sia Bush sia Obama hanno subito chiarito di voler respingere questa impostazione, gli stati creati su base interetnica (come ad esempio Afghanistan, Iraq e Kosovo) patiscono conflitti costanti, evidenti o sotterranei. Scorrendo le pagine dei giornali Usa, in questi giorni piene di analisi e ricostruzioni sui tragici eventi di dieci anni fa, l’unico reale successo attribuito alle politiche seguite da Washington dopo gli attentati è l’aver scongiurato la ripetizione di simili catastrofi. Qualche autorevole opinionista segnala anche la dignità con cui i cittadini americani hanno accettato una riduzione delle loro libertà in cambio di una maggiore sicurezza. Non sfugge a nessuno, tuttavia, che il mondo è ora meno basato sulla supremazia americana, è più denso di conflitti e soprattutto sta sfuggendo al controllo delle democrazie occidentali.

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