L’Ammiraglio Veri lascia la presidenza del CASD: «non ho potuto aiutare i due Marò»

Ammiraglio-Rinaldo-VeriRoma, 19 giu – Ha guidato il Centro Alti Studi per la Difesa (CASD) per più di due anni (il suo insediamento l’11 gennaio 2013) ed oggi l’Ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri lascia l’incarico di Presidente al Generale Massimiliano Del Casale.

Nato a Bombay (India) il 22 aprile 1952, nel suo discorso pronunciato alla presenza del sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, ha voluto dedicare un pensiero ai due Fucilieri di Marina – Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, tuttora formalmente trattenuti in India perchè accusati dell’omicidio di due pescatori -, ha sottolineato il suo «rimpianto….proprio nel non aver potuto, mettendo a profitto queste mie origini, contribuire alla causa, pur possedendo il vantaggio inconfutabile di conoscere la realtà sociale, culturale e relazionale con la gente e le istituzioni di quel paese».

L’inciso dell’ammiraglio Veri è di quelli destinati a far discutere. Nell’asciutto linguaggio diplomatico-militare il significato di quel “non aver potuto” è chiaro: non me lo hanno lasciato fare. Non vogliamo certo alimentare le solite teorie complottiste, ma le dichiarazioni dell’ammiraglio Veri rinsaldano le accuse lanciate in questi anni da coloro che imputano al vertice politico e militare il fatto di aver “sacrificato” i due Fucilieri sull’altare della realpolitik internazionale.

Il “tratto” dell’Ammiraglio Veri – dell’uomo e del militare – traspare chiaramente nel suo “decalogo” che lascia in eredità ai colleghi che prenderanno il suo posto, “che essenzialmente frutto della mia personale esperienza e senza avere assolutamente la pretesa di essere né esaustiva né condivisa”.

Dunque leggiamo il decalogo dell’ammiraglio Veri.

  1. Dedicate sempre una particolare attenzione al vostro personale. La risorsa umana è sempre stata fondamentale, ma oggi in questo clima di carenze croniche, con persino i riferimenti tradizionali che vengono meno, questa risorsa è l’unica certa e quindi vitale.
  2. Non disperdete il vostro tempo cercando di compiacere i vostri superiori con l’illusione di beneficiarne in carriera, trascurando invece la maggiore cura e sensibilità che dovete ai vostri collaboratori per instillare in essi motivazione e senso dell’ownership.
  3. Le persone sono al servizio delle istituzioni e dell’organizzazione cui appartengono e non viceversa. Le ristrutturazioni di elementi di organizzazione devono essere adottate nel sacrosanto interesse di efficentamento dell’organizzazione stessa e non ad uso e consumo del singolo.
  4. In qualunque organizzazione tutti sono necessari e nessuno indispensabile. Solo operando secondo questa verità permetterete al personale tutto di crescere professionalmente e mettere efficacemente a disposizione le competenze acquisite, e alla vostra organizzazione di assumere una fisionomia solida, ben strutturata e di collaudata efficienza.
  5. Ognuno di voi deve sempre ispirare la propria azione ad uno autentico spirito interforze e al gioco di squadra. l’interforze è l’unica via percorrbile per il futuro. Chi ha a cuore il destino delle Forze armate superi definitivamente schemi concettuali ed organizzativi legati al passato. Chi respinge questa realtà è in malafede e diventà il peggior nemico della sua stessa Forza armata.
  6. Nell’ambito del vostro servizio negli stati maggiori adoperatevi per migliorare i processi di lavoro e quelli decisionali, eliminando ogni forma di burocrazia inutile e sovrapposizione di funzioni. Risultato: meno appunti, più decisioni utili, più tempo per “pensare” anzichè correre  dietro alle emergenze.
  7. Cercate di abolire dal vostro linguaggio la terminologia “competizione sana” tra le diverse forze armate, sostituendola invece con “cooperazione creativa”! la prima sottende la nascosta ambizione della supremazia dell’uno sugli altri portando sempre ad un risultato al ribasso, la seconda invece trova sempre la soluzione win-win, ovvero la terza via che premia tutti.
  8. Ogni alto ufficiale è al contempo comandante e uomo di staff. La mia formula per la miglior figura di ufficiale, volendola parametrare in qualche modo, consiste nell’essere: 65% comandanti e 35% uomini di staff.
  9. Tenuto conto delle attuali realtà sociali e operative, l’esercizio del comando, oggi, si deve esplicare soprattutto attraverso l’esempio personale ed il consenso, che sono segni distintivi della propria autorevolezza e ascendente, e giammai attraverso il bieco autoritarismo, segni evidenti, invece, di insicurezza e debolezza di carattere.
  10. Una virtù fondamentale che deve possedere un buon capo è quello di saper valutare a fondo i propri collaboratori. E i due criteri fondamentali di giudizio dovranno essere: merito e fiducia, anche qui, secondo un peso ponderale rispettivamente del 70% e del 30%. ma attenzione: il merito deriva dalla effettiva messa in campo delle prestazioni professionali e non dalla offertà di favori e comportamenti servili, la fiducia si conquista col senso del dovere, l’onestà intellettuale e la disponibilità, non per mera conoscenza amicale. Una organizzazione di successo non può mai reggersi sui yes-men!

Ed infine, un buon comandante sa di non essere onnipotente, per cui sa sempre ascoltare i suoi collaboratori prima di prendere decisioni.

Noi non aggiungeremo altro se non la possibilità, per i nostri lettori, di leggere il suo discorso integrale.

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