Ormai la rivolta dei poliziotti è anche su Facebook

polizia-penitenziaria298Roma, 3 nov – (Il Manifesto – Matteo Bartocci) Sovraffollamento allucinante, cibo avariato, assistenza sanitaria “carente”, carceri fatiscenti, riduzione al minimo degli spazi comuni e della socialità, assistenza psicologica inesistente , organici insufficienti sotto tutti i punti di vista. «Il sistema penitenziario vive un particolare momento di difficoltà», ammette in punta di penna perfino il capo delle carceri italiane (Dap) Franco Ionta in una lettera inviata ieri a tutti i responsabili regionali, ai provveditori, ai direttori di istituto e ai sindacati della polizia penitenziaria.
In un carcere divenuto ormai una pura discarica sociale, la situazione è tesissima. E Ionta invita «tutto il personale a mantenere i nervi saldi, a lavorare con lucidità» e a «unire gli sforzi in vista degli obiettivi comuni». Il Dap esprime «vicinanza» agli agenti penitenziari e giura che assumerà «ogni iniziativa possibile per limitarne il disagio e il sacrificio costanti».
Parole che sanno di beffa. Ancorate al fantomatico piano straordinario per le carceri di cui lo stesso Ionta è commissario governativo e che il consiglio dei ministri non ha ancora nemmeno discusso. Un progetto sottofinanziato che al di là di nuovi padiglioni costruiti in fretta e furia nei cortili all’interno degli istituti già esistenti è aria fritta.
Le carceri sono oltre il pieno. Ormai ci sono 65.225 detenuti per 43mila posti regolamentari (24mila quelli stranieri, 17.588 in attesa di giudizio definitivo). E l’Italia è stata già condannata dal Consiglio d’Europa: simili livelli di sovraffollamento sono un «trattamento inumano e degradante». Nelle carceri si muore. Tanto. «Il tasso di suicidio tra i detenuti è 20 volte superiore rispetto a quello che si registra fuori in Italia e maggiore di altri paesi europei», ricorda l’associazione Ristretti Orizzonti. Tra il 1990 e il 2008 i suicidi dietro le sbarre sono stati più di mille e 14mila detenuti hanno tentato di togliersi la vita senza riuscirci.
La maggioranza è prigioniera della stessa propaganda securitaria con cui è andata al governo. Protestano le associazioni italiane e quelle internazionali come Amnesty International. Il 27 sciopereranno gli avvocati penalisti per quelle che definiscono le «palesi violazioni» dei «diritti primari» dei detenuti per effetto di «scelte di politica criminale, che mosse da mere esigenze di propaganda hanno inasprito il regime sanzionatorio e detentivo».
Si sfogano anche i poliziotti penitenziari. Che se in pubblico accolgono con beneficio di inventario la mano tesa da Ionta, in privato, su Facebook, ne dicono di tutti i colori. Con toni perfino disumani verso chi muore. Al gruppo «Polizia penitenziaria» del social network sono iscritti in più di 5mila.
Pagine assolutamente non ufficiali, dove scambiare quattro chiacchiere tra colleghi. Dove è normale associare i detenuti ad animali («camosci» se italiani o «cammelli» se arabi). E dove se una donna di 41 anni come Diana Blefari si suicida si esulta perché era un brigatista. «Una di meno per le nostre tasse!!!». «Una in meno sulle spalle dei contribuenti e una in meno al controllo nostro… prendiamo matita e gomma e cancelliamola dalla conta». Dove si legge «come non si fa a fare una differenza tra un ladro di polli e una Br?», «ci sono esseri umani che non vanno considerati tali». E ancora: «meglio morta ke viva e faceva danni c’e ne fossero come lei a seguire le sue “gesta!!!??» (sic). Dove tra i post si percepisce un senso di violenza e di isolamento incredibili. I toni da ultras sconfinano in quelli da reduce: «Può solo intervenire coloro che in prima persona lottano ogni giorno per sfamare la famiglia perche il nostro compito della polizia penitenziaria è molto duro e delicato se non ci stai dentro non si può capire» (sic). Nervi saldi. Ma la politica?

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