Milano, tenta di portare droga al fratello detenuto. Arrestata

carcere-BeccariaRoma, 7 gen – «E’ costato caro il colloquio di inizio anno 2013 a B.Y. sorella maggiorenne di un detenuto del Beccaria. Su di lei i sospetti che introducesse sostanze stupefacenti, il personale di Polizia Penitenziaria del carcere minorile di Milano già li aveva. E’ bastato, infatti, aspettare il momento giusto e le indagini hanno avuto i riscontri attesi. Così sabato scorso B.Y., perquisita al momento dell’ ingresso per sostenere il colloquio visivo col fratello minorenne ospite nell’istituto per minorenni più “complesso” del territorio nazionale, é stata infatti trovata in possesso di alcuni grammi di fumo che occultava nel reggiseno. Denunciata ed arrestata per spaccio dal personale di Polizia Penitenziaria del Reparto ha evitato di finire a S. Vittore perché si é dimostrata collaborativa per il P.M. di turno della procura adulti di Milano».

>Lo dichiara Donato CAPECE, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE.

«Nelle carceri italiane il 25% circa dei detenuti è tossicodipendente. Se per un verso è opportuno agire sul piano del recupero sociale, è altrettanto necessario disporre di adeguate risorse per far fronte alla possibilità che all’interno del carcere entri la droga. Alcuni recenti fatti di cronaca, come avvenuto al carcere minorile di Milano, hanno dimostrato e dimostrano che è sempre più frequente il tentativo, anche da parte dei detenuti appena arrestati o di familiari e amici di ristretti ammessi a colloquio, di introdurre sostanze stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari. Spesso, come ad Milano, la professionalità della Polizia Penitenziaria consente di individuare i responsabili e di denunciarli all’autorità giudiziaria, ma ciò non è sufficiente».

Capece ritiene che si debbano trovare soluzioni concrete per far scontare la pena ai detenuti tossicodipendenti fuori dal carcere, presso le comunità di recupero o in istituti a custodia attenuta: «vi è la necessità di riformare il sistema di giustizia criminale nei confronti delle persone tossicodipendenti (e cioè affetti da una vera e propria malattia quale è la dipendenza da sostanze stupefacenti) che abbiamo commesso reati in relazione al loro stato di malattia. Questo per evitare la carcerazione attraverso interventi alternativi, da attivare già durante la fase del processo per direttissima, di cura e riabilitazione “controllate e gestite” in regime extracarcerario con l’ausilio dei servizi pubblici e delle comunità terapeutiche».

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